Patti Smith? È come Pasolini. Dylan? Come William Blake. E Waits…

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Qualche anno fa Sette-Corriere della Sera pubblicò un mio articolo sull’intreccio tra musicisti rock e scrittori. A distanza di tempo lo ripropongo, pubblicando le sole parti in linea col profilo del blog (C.O.T.)

 

Forse in giro è rimasto qualche purista delle lettere che proprio non ce la fa a legittimare quel campo della creatività umana che, per sbrigative esigenze definitorie, identifichiamo col termine “rock”. Ma ogni classicità si rinnova e allora osiamo. I paralleli che leggerete di seguito rispondono a una domanda: chi è in letteratura l’alter ego di questi dieci musicisti (qui sette, nda)?

Identica sensibilità, contiguità dei temi, simile parabola esistenziale, analogo percorso artistico, affinità linguistica: azzardato o no, questo è il catalogo.

 

Patti Smith – Pier Paolo Pasolini

La forte critica al Potere, l’impegno contro la deformazione del mondo contemporaneo, il senso della morte, la libertà irreversibile di ogni essere vivente: un evidente ugual sentire lega la poetessa del rock a Pasolini. Teste autenticamente anarchiche, mai indulgenti nel ritrarre l’umanità e mai inclini a coprire la miseria con il mito del “buon selvaggio” perché l’attenzione verso le borgate romane o l’underground americano non porta necessariamente a derive terzomondiste. E da qualunque parte la si guardi, la loro arte è intrisa di una profonda religiosità che non vuole intermediari tra sé e il divino e che trova completezza nella rivoluzionaria figura del Cristo. Altro che neopaganesimo. “In questo mondo che tutto compra e disprezza, il più colpevole sono io, inaridito dall’amarezza”, scrisse Pasolini. Canta Patti Smith.

Bruce Springsteen – John Steinbeck

Naturale il collegamento tra il Tom Joad del Boss e dell’autore di Furore, ma comune anche lo stesso stile secco ed essenziale, l’atmosfera rarefatta in cui si muovono i personaggi che popolano le loro storie. Personaggi peraltro figli della tradizione americana, ma sempre troppo proiettati verso i propri simili per accettare l’ortodossia di una qualunque religione, filosofia o stile di vita. Steinbeck e Springsteen evocano l’immagine di una terra promessa e scrivono alimentati da un personale senso della giustizia che mette nel cassetto le grandi battaglie per l’umanità tuffandosi invece nella lotta quotidiana dei vari Tom, Mike, Mary, Rosalita che vivono il nostro stesso passaggio delle ore. Emblematica la chiusa di Bruce in Reason to believe:: “Alla fine di una dura giornata di lavoro le persone trovano sempre una ragione in cui credere”.

 

Tom Waits – Charles Bukowski

Solo bevute in locali fumosi alla ricerca di una gonna anche stagionata? No, a scavare, il nichilismo di superficie rivela tanto di quel sangue per la vita quotidiana da mettere i brividi e una commozione che stringe lo stomaco. Il Marving Denning, aspirante suicida di uno dei racconti di Confessioni di un codardo di Bukowski, riportato alla vita in una notte passata con un’enorme cameriera, sembra uscire da Rain Dogs di Waits e la tavola calda da cui parte la narrazione è lo stesso set di Invitation to the blues del musicista californiano, dove nasce l’incontro tra un uomo e un’altra cameriera, così ordinari e insignificanti da sentirsi James Cagney e Rita Hayworth. Persone senza nome che hanno dentro sé un’esplosione solare con cui spesso però non riescono a scaldare neanche se stessi, questo il mondo dei due “figli” di John Fante.

 

Janis Joplin – Sylvia Plath

Più che analogie stilistiche colpiscono la medesima ansia del vivere, il senso dolente dell’esistenza, il minuzioso lavorio per raggiungere la perfezione. Due donne tormentate dalla conflittualità tra energia e malinconia, impazienti di bruciare, autodistruttive, rivelatrici di qualcosa di primitivo. La carriera di Janis Joplin è stata una continua ricerca di composizioni rock and blues che esaltassero la sua voce grezza ed elettrica, intima e vulcanica. E per tutta la vita Sylvia Plath ha lavorato con ossessione quasi dovesse generare una lingua personale. E con un senso di sconfitta sempre accanto (“Perché ho paura di fallire ancor prima di cominciare?”, confida nei Diari). Due fiamme che si sono spente in modo tragico troppo presto (a 27 anni, per overdose, Janis e a 31, suicida, Sylvia). Eppure, nel loro sofferto flusso di vita non sono mai state soltanto il magro strumento della loro fatica.

Bob Dylan – William Blake

Hanno cesellato innocenza ed esperienza nella vita umana meglio di chiunque altro. Due spiriti ribelli alle leggi morali, padri di una poetica visionaria che ha fatto scuola, innovatori nella metrica e nelle tematiche. In quanti dischi del vagabondo di Duluth troviamo echi della London di Blake (a caso dal suo sterminato repertorio: Oh Mercy), in quante sue canzoni si avverte la prepotente lirica di The Tiger (Masters of war per esempio) [La recente Roll On John accoglie addirittura due strofe di questa poesia di Blake, nda]. E poi la forza della Bibbia e lo spirito del Gesù blakiano nei tre “album della conversione” di Dylan. Blake fu anche pittore e tra i suoi lavori si contano le illustrazioni della Divina Commedia. E non c’è autore rock più dantesco di Dylan, con le sue donne perdute, i suoi pugilatori ridotti a topi nell’inferno delle carceri, la sua gente che “non vive o muore o solo galleggia”. Due artisti immensi che la strada dell’eccesso ha condotto al palazzo della saggezza.

David Byrne – Thomas Pynchon

La curiosità è il loro pane. Se Byrne vara continuamente nuovi universi musicali, dalla musica nera di Remain in light dei Talking Heads al country di Little creatures al Brasile di Uh – Oh. Pynchon s’interessa di storia (V), fisica aeronautica (L’arcobaleno della gravità), filatelia (L’incanto del lotto n. 49), cartografia (Mason & Dixon). Entrambi freddi, da letture e ascolti ripetuti per arrivare al nocciolo. Entrambi fondamentalmente pessimisti, ma anche convinti che il senso della vita sia nel non cercarne il senso. Stop making sense vale tanto per Byrne quanto per tutti i protagonisti del newyorchese nascosto.

Stan Ridgway – James Ellroy

Leggere James Ellroy dà l’impressione di avere la testa su un incudine che viene martellata senza pietà. Ascoltare Stan Ridgway è sentire il suono di quelle martellate. Una scrittura scarnificata, come scarnificati sono i loro protagonisti, uomini e donne che possono permettersi solo un sentimento e mai positivo, e per i quali la redenzione è un lusso che costa troppo caro. O che arriva troppo tardi. Entrambi di Los Angeles, ma la loro non è la città del sole, semmai di una notte che non vede l’alba. Ridgway poi ha una vera venerazione per il papà di Dalia nera. Anni fa, presentando Anatomy sul suo sito internet, celebrò così a lungo Ellroy che alla fine lasciò al disco lo spazio di una virgola. E tra i due meglio non mettere il naso. Potrebbero condannarci a un ergastolo con l’aggiunta di 99 anni.

PATTI SMITH? SHE’S JUST LIKE PASOLINI. DYLAN? LIKE WILLIAM BLAKE. AND WAITS… 

Some years ago Sette-Corriere della Sera published an article of mine about the connections between rock musicians and writers. Now I wish to reprise it, publishing the parts in line with this blog. (C.O.T.)

 

Maybe some taleban of literature still pretend not to legitimize that sphere of human creativity called rock. But every idea of classicism is destined to be renewed. So, let’s try. The question is: Who, in literature, is the alter ego of these ten musicians (here seven, editor’ s note)? Same sensitivity, contiguity of topics, life’s similar course, parallel artistic path, linguistic relationships: daring or not, this is the catalog.

 

Patti Smith – Pier Paolo Pasolini

The strong disapproval to the Power, the commitment against the distortion of contemporary age, the sense of death, the irrevocable freedom of each living being: the same deep empathy links the rock poetess to Pasolini. Really and autenthic anarchist minds, never indulgent in depicting the whole humanity and never disposed to conceal the misery with the “good savage” myth because the attention towards the roman slums or the US underground doesn’t necessary lead to become apologists of a third-world way of the existence. And by any point we watch the subject, their creativity is so soaked by a deep religiousness that don’t ask for mediators between self and the Divine, a kind of spirituality felt complete in the revolutionary figure of Jesus Christ. It doesn’t matter the neopaganism with them. “In this world that everything buys and despises, the most guilty it’s me, dried up by bitterness”, Pasolini wrote. On voice, Patti Smith.

Bruce Springsteen – John Steinbeck

It’s natural the connection between Boss’ and the author of The Wrapes of Grath’s Tom Joad, but also common in them the same dry and essential style, the rarefied atmosphere in which the characters who live those stories move. Characters sons of American traditions, but always so close to their brothers and sisters to accept the orthodoxy of whatever religion, philosophy or lifestyle. Steinbeck and Springsteen recall the image of a promised land and their writing is nourished by a personal feeling of human justice that overshadows the great battles for humanity in favor of the daily battle to survive, as their Tom, Mike, Mary, Rosalita, which live our same transit of time, show. Emblematic about this, the final verse of Bruce’s Reason to believe:: “At the end of every hard earned day people find some reason to believe”.

 

Tom Waits – Charles Bukowski

Only drinks and drinkers knocked out? Only bars full of smoke where men are in search for a skirt even if a little bit aged? Not at all. If we digs it up, the nihilism of the surface reveals so much blood for daily life to get a shiver and an emotion that tightens our stomach. Marving Denning, the wannabe suicide in one of the short stories collected in Bukowski’s Betting on the Muse, saved to life thanks to a night spent with a huge waitress, seems to come from Waits’ Rain Dogs and the drugstore from which that story starts it’s the same set of Invitation to the blues written by the californian musician, where there’s an encounter between a man and another waitress. Ordinary and meaningless people even if they can feel themselves the spitting image of James Cagney and Rita Hayworth. Nameless people that bear in themselves a sunny explosion often unable to warm themselves, this is the world of these two John Fante’s “sons”..

 

Janis Joplin – Sylvia Plath

More than stylistic similarities, we can stress the same anxiety of living, the painful sense of existence, the meticulous effort to reach a personal perfection. Two women anguished by the struggle between energy and melancholy, eager to burn, self-destructive, revealing something primordial. Janis Joplin’s career has been a neverending research of rock and blues compositions able to bring out her undefined, electric, heartfelt and dynamic voice. And all along her life, Sylvia Plath worked obsessively as if she had to create a brand new language of her own. Always living with a sense of failure aside (In the Diaries she wondered the reason why she was afraid to fail even before trying). Two flames burnt out tragically and too early (at 27, by overdose, Janis and at 31, committing suicide, Sylvia). And yet, in their tormented flow of life they never were the poor instrument of their endeavor.

Bob Dylan – William Blake

They’ve carved innocence and experience in human life better than anyone. Two rebel spirits towards moral laws, fathers of a visionary poetry that showed a new way, innovators in the metrics and in the contents. In so many records of the Duluth vagabond we find echoes of Blake’s London (picking up at random from his limitless catalogue: Oh Mercy), in so many songs we feel the compelling lyric of The Tiger (Masters of war for example) [his recent Roll On John contains, even if alternate, two strophes of Blake’s poem, author’s note] . Then the power of the Bible and the spirit of the blakian Jesus inside the tracks of Dylan’s “three albums of the conversion”. Blake was also a painter and among his works we find the drawings of the Divine Comedy. And there’s no rock artist more dantesque than Dylan, with his lost women, his boxers turned into mice in the hell of prisons, his people that “don’t live or die (…) just float ”. Two immeasurable artists that the road of excess has led to the palace of wisdom.

David Byrne – Thomas Pynchon

Curiosity is their bread. If Byrne’s music always travels into new universes, from black music of Talking Heads’ Remain in light to the country (Little creatures) to Brasil (Uh – Oh), Pynchon’s interest stretches among history (V), physical aeronautical (Gravity’s Rainbow), philately (The Crying of Lot 49), cartography (Mason & Dixon). Both of them detached and cold, their creativity needs more and more readings or listening to come to the core. Both of them pessimistic, but persuaded as well that the meaning of life is not to roam in search for a meaning. Stop making sense is good both for Byrne and for all characters of the hidden newyorker.

Stan Ridgway – James Ellroy

Reading James Ellroy gives the impression to keep your head on an anvil while someone pitiless is hammering it. Listening to Stan Ridgway is hearing the sound of those hammer blows. A stripped way of writing, as stripped are their characters, men and women who can allow for themselves only just one feeling, and never positive, characters for whom the redemption is a too much expensive luxury. Or something that comes always too late. Both of them from Los Angeles, but their it’s not the city of the sun, but a night place without any daybreak ever. In particular Ridgway feels a sort of veneration for The Black Dahlia’s father. Some years ago, during a reporting on the web of his cd Anatomy he got on celebrating so long Ellroy and saved his cd the space of a breath. Better not to be nosy with them. They could convict us to life sentence plus 99 years.

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