Max Stèfani e i quattro cavalieri che regalarono un sogno prima dell’Apocalisse

xocerS’intitola I Cavalieri dell’Apocalisse e, attraverso il cammino personale (ma più spesso incrociato) di quattro eccellenti chitarristi inglesi, racconta cosa fu (per l’universo giovanile) l’esplosione musicale e (per l’intera società) la rivoluzione di nuove abitudini che in Inghilterra furono gli anni Sessanta. Lo ha scritto, assemblato e autopubblicato Max Stèfani, storica firma del giornalismo rock del nostro Paese e già ospite di questo blog con un’intervista qualche mese fa.

Si parte quindi da Jimmy Page, Eric Clapton, Peter Green e Jeff Beck per aprire finestre e porte su un periodo irripetibile. Che avrebbe cambiato la Storia. Non solo di una generazione e di un Paese.

Parti da quattro celebri chitarristi inglesi per descrivere il big bang musicale e di costumi che coinvolse un intero decennio. Come mai questa scelta espressiva?

«Più che altro li ho usati per fare una bella storia di quello che era Londra negli anni Sessanta. Tutto sommato a me, come studioso, interessava questo. Inoltre il mio primo viaggio a Londra è stato nel 1967, quindi era un po’ come fare un ritorno nel mio passato. Poi ci sta che sono stati i quattro chitarristi inglesi più importanti di quegli anni e quindi ecco i Cavalieri dell’Apocalisse. Ma c’è anche tanto Hendrix nel libro. Inoltre hanno un appeal in copertina più forte che un ipotetico e generico La Londra degli anni Sessanta. Siamo in Italia, un titolo del genere sarebbe passato inosservato. Già vendere libri è un’impresa titanica, se poi ti boicotti anche da solo…»

Un periodo per lo più raccontato dagli stessi protagonisti in prima persona. L’impressione è che tu abbia passato un’intera vita a raccogliere e catalogare le testimonianze degli eroi dell’âge d’or della musica.

«Sono partito da un bel libro norvegese Strange Brew che mi ha dato le basi. Anche se solo su Green, Beck e Clapton. Poi da lì ho tolto il superfluo e aggiunto un 60% di roba assente, andando a scartabellare su un centinaio di libri, biografe, siti, interviste nonché i miei ricordi. Aggiungendo materiale nuovo grazie alla disponibilità di qualche produttore/ingegnere del suono dell’epoca che ho rintracciato nell’ultimo anno. Molti sono morti purtroppo. Come scrive il mio amico Giancarlo Trombetti, lo stile è quello inaugurato sul piacevole ma defunto mensile Outsider, tutto o quasi viene lasciato spiegare in prima persona da chi veramente c’era, attraverso parole e situazioni cristallizzate nel momento in cui queste si sono verificate. Recuperando in modo certosino e facendo un collage di frasi strappate a interviste dai più famosi e diffusi periodici specializzati dell’epoca, ricostruendo al tempo stesso una sequenza cronologica degli avvenimenti che permette di calarsi in quel periodo ribollente ogni volta che prendi il libro in mano. Un po’ come sbirciare da una macchina del tempo e far finta di essere nella Londra della seconda metà degli anni Sessanta. Sbavando per non esserci davvero. È stato faticoso ma mi sono anche divertito. Poi stare tutto quel tempo a Londra a cercare i posti del passato, i luoghi, le persone… È stato come fare un viaggio nel tempo. La visita agli ex studi Decca, la partita al biliardo dove stava il Klook Kleek.»

Nell’epigrafe riporti una frase dell’attore Billy Nighy: “Se ricordi i Sixties, non c’eri”. Secondo te cosa ha veramente voluto dire?

«Chi ha vissuto quegli anni può ricordarsi veramente poco perché erano tutti “fatti”. Fosse l’alcol o qualsiasi tipo di droga, dalla cocaina all’LSD passando per l’eroina. Sono diventato amico di Charlotte Martin, la donna che ha avuto in quell’epoca una storia con Clapton, prima di avere una storia importante con Page da cui ha avuto anche una figlia.

Charlotte Martin
Charlotte Martin

Ebbene, alle mie domande, al di là di una certa riservatezza di base, mi confessava che nessuno di loro poteva ricordarsi granché di quegli anni perché erano sempre sballati. I musicisti, come tutti quelli che ruotavano intorno a loro. Fossero modelle, produttori, roadie, fotografi, giornalisti. Compreso l’ambiente cinematografico, teatrale, l’intellighenzia artistica insomma. Io di quella Londra mi ricordo tutto ma avevo 16-18 anni, non andavo oltre qualche canna di erba. I 18 anni di allora non erano i 18 di oggi. Io poi già allora dimostravo meno anni.»

Il titolo parla di cavalieri dell’Apocalisse. L’Apocalisse però segna una rappresentazione che chiude un Tempo più che aprirlo. Vuol dire che il tuo accento cade sulla fine di un’epoca più che sulla sua rivelazione?

«No. Mi piaceva il titolo ma l’ho distorto a mio piacimento. Forse il titolo giusto sarebbe potuto essere 4 way street. Oppure Rock dreams o Cut and mix

Nell’introduzione scrivi che noi italiani eravamo in generale all’oscuro di quanto stava accadendo a Londra. È vero che qui la DC imperversava sulla scelta dell’informazione da veicolare, ma, come riporti tu stesso, la BBC dimostrò un po’ la stessa tendenza censurando canzoni come Maybellene e Woman In Love. Lo stesso canale tenne confinato il pop per molti anni e il governo di Sua Maestà fece la guerra a Radio Caroline, che trasmetteva dalle acque dell’Oceano, finendo per chiuderla. Come dire: il punto di partenza era lo stesso.

«Certo, anche lì all’inizio hanno fatto resistenza. Ma poi quando hanno capito che era un tornado al quale era difficile opporsi e quando si sono accorti come saliva la bilancia dei pagamenti dello Stato e quanta moneta forte arrivava nelle casse dello Stato hanno nominato i Beatles baronetti. Senza contare che finalmente stavano demolendo l’egemonia americana che soffocava l’Inghilterra dalla fine della Seconda guerra mondiale. Era una rinascita artistica ed economica che non ha avuto eguali in Europa. Nella sua bella biografia, Shel Shapiro racconta che quando venne in Italia nel 1963 rimase impressionato di quanto tutto fosse grigio, senza colori, rispetto a una Londra più che mai colorata. Noi eravamo un paese triste, represso, dove la Chiesa e la DC, o gli USA, decidevano tutto, quasi sempre per il peggio. Nel 1965 avevano già i distributori di preservativi quando noi abbiamo dovuto aspettare altri vent’anni. Noi avevamo ancora i preti che ti dicevano che se ti masturbavi diventavi cieco e andavi diritto all’inferno. Dove fino a fine anni Settanta in RadioRai c’era la censura. Dove mettevano la calze alle ballerine.»

Riporti un dato interessante: durante la Seconda guerra mondiale oltre cinquecentomila soldati USA sbarcarono sull’isola, portandosi dietro i dischi blues da cui poi nacque il nuovo fenomeno giovanile inglese. Anche in Italia l’esercito americano sbarcò, ma i “nostri” si portarono piuttosto i dischi jazz, il cui suono riempì i loro momenti vuoti e le strade e i locali del nostro Paese. Pensi che a generi inversi si sarebbe scritta un’altra storia per Inghilterra e Italia?26 sett 69

«No. Tieni conto che noi non parlavamo inglese, nemmeno oggi ovviamente, e non avevamo nessuna cultura musicale visto che il fascismo aveva proibito tutto quanto veniva dall’estero. Avevamo solo la musica napoletana e il “bel canto”. Che c’entrava con noi il blues o il rock? Niente. C’era qualcosina jazz, robetta per lo più. Infatti poi i nostri primi tristi cantautori si misero a guardare alla Francia, dando molto più risalto alle parole che alla musica. Certo, c’erano i cloni di Presley come Celentano e Bobby Solo, Gaber e Jannacci, gli “urlatori” ma per carità. Poi il blues non è mai stato nelle nostre corde. C’è sempre stata una scena blues in Italia ma con pochi numeri. Noi siamo sempre stati più vicini al pop che al rock. Molto più verso la musica inglese che quella americana. Per una questione di Dna. Infatti siamo impazziti per il progressive dove c’è molta della musica antica europea, classica o lirica che fosse. Anche come strumentazione.»

Quali le caratteristiche più intime di ciascuno dei “quattro cavalieri”?

«Sono quattro personaggi completamente differenti. Page: il più calcolatore, freddo, avaro, con una passione sfegatata

Peter Green
Peter Green

per le sbarbine. Green: ebreo con tutto quello che comporta, sensibile, indifeso, pieno di dubbi sul destino dell’umanità e sulla sofferenza in tutto il mondo con il grosso problema della schizofrenia, all’inizio latente e poi esplosa, che poi lo porterà a fare una brutta fine. Clapton: sensibile, brava persona, un po’ babbeo se proprio lo si vuol dire, trascinato dagli eventi, che senza Harrison e Townshend avrebbe fatto una brutta fine. Beck: di origini proletarie, meccanico, geniale, carattere scorbutico, privo di qualsiasi capacità organizzativa.»

Peter Green individua in John Mayall lo sdoganatore in Inghilterra del blues, facendolo passare da privilegio per pochi a cultura popolare. Cosa permise a Mayall di arrivare a tanto?

«Come sostiene Gillett, era un modesto cantante e musicista con la capacità di sapersi circondare di quanto di meglio offriva il mercato in termini di musicisti. Però non si può negare che ha fatto dei dischi molto belli, almeno fino al 1973. Insomma qualcosa di buono c’era in lui. Devo dire che io nella mia

John Mayall in un qualche angolo del Marquee
John Mayall in un qualche angolo del Marquee

storia di giornalista/editore mi riconosco molto in lui.»

Più in generale, quando veramente il blues smise di essere un affare di razza e venne considerato naturale che musicisti bianchi lo suonassero a pieno titolo?

«Credo con il successo di vendite. Il mercato ha sempre la sua importanza. Comunque i bianchi portarono qualcosa in più, e forse qualcosa in meno, al blues. Sicuramente un genere differente. Infatti viene chiamato rock-blues. La cosa strana, e nel libro è spiegato bene, è che viene riscoperto dagli inglesi. Muddy Waters venne in tour in Inghilterra perché faceva la fame. B.B. King pure e nel giro di qualche anno si trovò sul palco del Fillmore idolatrato da un pubblico di soli bianchi. Non dimentichiamo che in Inghilterra non c’era il razzismo presente in America. Era già una società multirazziale per via delle colonie dell’Impero. Eric Burdon racconta che nel primo tour americano degli Animals nel 1964, non poteva credere ai suoi occhi.»

Jeff Beck nel 1967
Jeff Beck nel 1967

Jeff Beck con gli Yardbirds fu un vero innovatore: sporcò il suono della chitarra con i distorsori, si mise a tirare le corde, aumentò la velocità di esecuzione. Non trovi che, soprattutto nel confronto con Page e Clapton, la non Storia abbia dato un responso gratificante in toto del suo ruolo?

«Per certi versi sì. Era il più geniale, il più incontenibile. Ma non sapeva far fruttare questa sua dote. Viveva giorno per giorno. Non vedeva al di là del proprio naso. Probabilmente ha aperto certe porte nella direzione del rock più duro, ma Page è stato molto più furbo di lui. Succede quando si ha a che fare con i musicisti. Non dimenticare inoltre una cosa importante: i musicisti non sono gente normale. Chi sale su un palco a suonare, chi si offre al pubblico in quella maniera è un marziano. Ragiona in maniera diversa da noi comuni normali.»

A proposito di Page: è stato l’anima di una delle band più importanti del rock eppure nel confronto tra Led Zeppelin e Yardbirds sostenne che i primi ebbero solo una ritmica più potente del suo gruppo precedente perché a livello di idee e di sfumature dei pezzi pochi potevano competere con gli Yardbirds. Non è un giudizio un po’ ingeneroso verso gli altri tre Zep?

A destra, un giovanissimo Jimmy Page nel 1964
A destra, un giovanissimo Jimmy Page nel 1964

«Probabilmente. Ma Page ha sempre preso per se tutti i meriti. E anche i soldi. Se leggi bene John Paul Jones se ne lamenta molte volte. I Led Zeppelin erano una sua creatura. Sua e di Grant, punto e basta. La sezione ritmica degli Zeppelin era migliore di quella degli Yardbirds. Relf era più bravo di Plant, nonostante un solo polmone, un fine cesellatore. Plant all’inizio sapeva solo urlare e non aveva idea di come muoversi sul palco. Ma poi è cresciuto.»

Cosa tormentò davvero Peter Green da farlo poi finire in preda della schizofrenia e trascinarlo degli ospedali pischiatrici?

«La schizofrenia era latente. L’LSD gli aprì le porte. E il cervello esplose. Poi cominciarono a bombardarlo di Torazina ed elettroshock ed è diventato uno zombie. È ancora vivo e pare stia discretamente bene. Magari un po’ rincoglionito.»

Perché non è finito come Syd Barrett?

«Questione di culo o di sfiga. Barrett con il fatto che è morto è diventato un mito. Come Janis o Jimi. Forse un po’ meno perché non è morto subito. Green è sopravvissuto. Forse è quello che ha sofferto più di tutti, ma ha fatto l’errore di non morire. Come è noto morire giovani ti dà l’immortalità.»

Eric Clapton
Eric Clapton

Perché Clapton non fu mai un “animale da gruppo”?

«Era tutto sommato un solitario. Timido, introspettivo, un po’ misantropo. I rapporti all’interno di qualsiasi band non sono mai facili. All’inizio gli piaceva stare al centro dell’attenzione, ma poi cercò sempre di nascondersi. Vedi con i Blind Faith. Anche con Delaney and Bonnie. Poi aggiungi lo stress generale, la droga, non dormire mai nello stesso posto, duecento concerti all’anno, le donne, la stampa, il bisogno di scappare, di nascondersi…»

Cosa intendi quando scrivi che poi ha fatto la fine di B.B. King?

«B.B. King ha finito per rappresentare il negro buono. Il blues innocuo. Come Armstrong per il jazz. Come Sidney Poitier nel cinema. Clapton è diventato il blues bianco istituzionalizzato. Veste Armani, va dal parrucchiere tutte le settimane, suona slow, non dà fastidio, si presenta sempre bene, educato. Insomma, non è Steve Ray Vaughan.»

Cream TicketPresto Rolling Stone bollò Clapton come “noioso e ripetitivo”, laddove su molti muri i ragazzi definivano il chitarrista dei Cream God, Dio. Cosa fu, la necessità di smarcarsi subito dal resto della critica specializzata o l’incapacità di leggere le posizioni dei giovani?

«Rolling Stone era al soldo delle case discografiche, ma è anche chiaro che in America riconoscevano molto meglio quali fossero i suoi ispiratori e dove era originale e dove copiava troppo. Però le critiche partirono quando i Cream erano già ingestibili e Clapton si sentiva in gabbia in mezzo a quei due dietro di lui che non facevano altro che prendersi a botte. Insomma ci sta che non ci mettesse l’entusiasmo degli inizi. Poi in Inghilterra restava God ma pure Green era God. Troppi God

Sempre Rolling Stone, a firma di John Mendelesohn, distrusse Led Zeppelin I. Una recensione che oggi fa per lo meno sorridere. Hai mai preso topiche del genere nella tua carriera?

«Fortunatamente no. Ma Mendelesohn era un critico che apprezzava l’armonia, gli arrangiamenti, decisamente poco attratto dagli Zeppelin. Insomma non era il suo orto. Poi in effetti Plant cantava di storie che erano quanto più lontane possibili da lui, inglesotto bianco, arrapato di 18 anni. A un americano poteva pure dare fastidio. “Ma chi cazzo ti credi essere?”, insomma. Inoltre molti americani pensavano che il blues bianco inglese avrebbe dovuto essere sempre piledzeppelin1blues non virare verso l’hard rock come fecero gli Zeppelin. Cosa che successe anche con Green quando si avvicinò a cose più pop come Albatross. Molto più grave semmai quello che scriveva Ciao 2001. Lì veramente avevano le pigne in testa. Non avevano idea di quello di cui scrivevano. Erano, me compreso, ignoranti fino al midollo. Caffarelli scrisse pure che Willie Dixon era un giovane musicista inglese. Dimmi te. Eppure è stato il giornale con il quale in Italia tutti si sono formati. Pensa te. E c’è pure chi lo rimpiange. Non io. Io leggevo in primis la stampa francese. Il grande Rock and folk di allora. Non quel cesso che ancora esce adesso.»

Il nuovo fenomeno musicale portò con sé una serie di altri ingredienti. Tra questi la droga. Commentando un trip dei Fleetwood Mac sul pavimento di una stanza al Gotham Hotel di New York nel 1968 parli di una porta che in quel momento Peter Green aprì e che avrebbe fatto meglio a tenere chiusa. Qual è la tua posizione sul ruolo delle sostanze stupefacenti e psicotrope nel mondo del rock e sulla loro incidenza nella creatività dei musicisti?

«A sentire le interviste a tanti musicisti e gente dell’ambiente c’è chi le disprezza e pensa siano deleterie per la creatività e altri che invece le ritengono insostituibili. Certo si può essere dei geni musicali sia senza droghe, vedi Randy Newman, sia con le droghe, vedi Jerry Garcia, Keith Richards e company. Credo che dipenda da soggetto a soggetto. Però è vero che senza droghe non reggi a quei ritmi. Quanti ne sono morti? Nick Drake, Danny Kirwan per restare in tema del mio libro. Clapton stava per fare la stessa fine. Nello show business succede a tutti. Musica, cinema, tv, presentatori, comici, dj… Senza cocaina il carrozzone si fermerebbe. Ovviamente tutti lo sanno ma conviene non accorgersene. La legge per prima.»

A un certo punto si ha l’impressione che il boom musicale inglese abbia creato più che altro un suk senza regole. Musicisti che si detestano ma che si cercano per suonare insieme, intrecciano i loro percorsi ma quasi al fine di distruggersi in una feroce competizione tra loro, si “rubano” mogli e fidanzate, melodie, riff se non quando addirittura intere canzoni, sottraggono oggetti dalle rispettive case. Insomma, un po’ lo specchio dell’intera società da cui non sembravano essere così differenti.

«È il bello del rock and roll di quegli anni. E anche dei Settanta. Non c’erano regole e limiti. Si può anche bruciare in un solo giorno. Ovvio che non c’è niente di nuovo. Il rock rispetta la società. Se hai notato, tra le righe si fa anche capire che il rock è stato quanto di più lontano dalla rivoluzione ci potesse essere. Insomma suonate ma basta che non fate la rivoluzione. Quando la musica non funziona distribuisco eroina gratis per le strade. Come successe nella seconda metà dei Settanta in Italia.»

Vinyl records collectorsNel 1971 escono dischi che resteranno nella storia del rock, da Sticky Fingers degli Stones a Pearl di Janis Joplin, da Who’s Next degli Who a L.A. Woman dei Doors. E poi John Lennon con Imagine e Carole King con Tapestry. Per te invece un anno prima si cala il sipario. Perché?

«Perché diventa tutto un business mentre negli anni prima era concessa una parte alla creatività pura. Altamont, Charles Manson, i piloti americani che mitragliavano i viet con Hendrix e gli Animals in cuffia, i musicisti dalle bay-area con la Porsche… era tutto finito. La stagione del peace and love, il sogno di un mondo giusto in cui tutti si volevano bene era già tramontato. Durata? Due, tre anni. I gruppi accettarono le leggi del mercato, Zeppelin in testa, ma anche i Fleetwood Mac, Jethro Tull, Pink Floyd, Yes, Jefferson Airplane, Steve Winwood, gli Stones, mettiamoci pure David Bowie, misero tutti la testa a posto per avere una carriera il più lunga possibile come voleva l’industria discografica. Forse dei grandi giusto Lennon ci stava stretto, ma dovette aspettare che i Beatles si sciogliessero per poter dire qualcosa di politicamente scorretto. Poi ci sta che uscirono ancora grandi album ma quella stagione irripetibile era finita. Hendrix morto. Clapton chiuso in casa sotto chili di eroina, Green prossimo al manicomio. Ma la musica che uscì in quegli anni resta unica. La creatività di allora è ineguagliabile. Un’alchimia unica.»

Un artista saliva sul palco e diceva: “Riuniamoci, lottiamo condividiamo e comunichiamo.”, poi montava sul suo jet privato e volava verso la sua isola per giocare con un suo impianto di registrazione a 16 pista. Era ipocrisia pura. (Bill Graham)
Un artista saliva sul palco e diceva: “Riuniamoci, lottiamo condividiamo e comunichiamo.”, poi montava sul suo jet privato e volava verso la sua isola per giocare con un suo impianto di registrazione a 16 pista. Era ipocrisia pura. (Bill Graham)

Nell’ultima sezione del libro affronti il rapporto tra star system e società dei consumi e scrivi che la “rivoluzione” sul piano della moralità non intaccò il sistema economico, anzi quei bohémien ormai diventati rockstar dimostrarono quanto l’universo musicale fu del tutto in linea con la conservazione del tradizionale mondo che volevano abbattere. Oggi questo aspetto si è ingigantito e ti chiedo: come è possibile considerare credibili posizioni in tema sociale o del lavoro espresse da chi fa una vita meravigliosamente comoda e che neanche per sbaglio azzeccherebbe il costo di un litro di latte?

«Infatti è inaccettabile. Ma a quei tempi tutto sembrava possibile. Oggi siamo più scaltri e non si dà più nessuna valenza socio-politica ai musicisti. È un lavoro come un altro. Be’, più apprezzato perché se sfondi dà fama e soldi.»

Ancora: come può chi vende, o meglio vendeva, milioni di dischi o riempie gli stadi non farsi “muzak” e cioè, come tu stesso scrivi, “pioggerellina sonora”, sfondo per supermercati e ascensori idonei a non disturbare la quiete della clientela?

I militanti rivoluzionari sono in collera con noi e gli Stones perché le nostre canzoni sono spesso un appello alla rivolta, ma quandoi vengono a bussarci alla porta chiedendoci discendere in strada e combattere con loro io gli rispondo: “No, grazie, preferisco andare a giocare a golf” (Pete Townshend)
I militanti rivoluzionari sono in collera con noi e gli Stones perché le nostre canzoni sono spesso un appello alla rivolta, ma quandoi vengono a bussarci alla porta chiedendoci discendere in strada e combattere con loro io gli rispondo: “No, grazie, preferisco andare a giocare a golf” (Pete Townshend)

«Però negli anni Sessanta non era così. Era tutto molto più easy. Se tu leggi i brevi spezzoni d’intervista a Grace Slick e ad altri musicisti della bay-area, dicono chiaramente che quando cominciarono a girare con le Ferrari cominciarono a chiedersi che fine avessero fatto i loro ideali. Ma si limitarono solo a chiederselo. Ormai la strada era in discesa. Ormai erano pronti per i supermercati e gli ascensori. Bill Graham su questo è molto chiaro. È andato tutto a puttane quando sono arrivati gli avvocati e hanno cominciato a girare i soldi.»

Tra le righe del tuo racconto riaffermi un tuo vecchio pallino: se non avete vissuto una certa epoca, per quanto la abbiate studiata non la potrete descrivere mai come chi ne era dentro. Ma davvero la diretta esperienza empirica è così centrale nella conoscenza di un fenomeno?

«Io faccio sempre un esempio. Tu ti faresti operare da un chirurgo che è uscito dall’università con il massimo dei voti ma non ha mai visto un corpo umano? Conosco giornalisti italiani che hanno un grande conoscenza del rock costruita sui libri e sull’ascolto di migliaia di dischi. Potrei farti decine di nomi, perché molti hanno lavorato per me. Questa cosa vale anche per un giornalista americano o inglese, ma pensa per uno nato in Italia. Un Paese che ha sempre visto il rock attraverso un vetro offuscato, che non ha mai vissuto o capito niente del rock, che è sempre arrivato anni dopo su qualsiasi moda, che si è perduto gli anni Sessanta per arretratezza socio-culturale e anche i Settanta per la politica, dove nessuno suona uno strumento, mentre sia in America sia in Inghilterra la musica è una delle materie fondamentali a scuola e non c’è flauto. Nessuno capisce niente di quello che cantano i musicisti. Se non sei andato in tour, se non sai suonicchiare uno strumento, se decidi se uno sa suonare o meno solo a orecchio, se non capisci la differenza tra un accordo di minore e uno di maggiore, se non ti sei fatto qualche groupie o “fatto” di qualcosa, se non conosci cosa vuol dire cambiare albergo tutte le notti per 365 giorni l’anno, se non sei in intimità con produttori o ingegneri del suono, se non hai subito i loro sfoghi davanti all’ennesimo bicchiere di birra, se non hai mai assistito agli scazzi tra un manager e un musicista come cazzo fai a sentenziare? Come fai a pensare di essere un vate? Nessuno dei quattro protagonisti del mio libro è passato in Italia negli anni Sessanta. Quando invece scorrazzavano continuamente in tutta Europa, con l’eccezione del nostro paese e della Spagna. Negli anni Settanta ci siamo perduti tutti, dagli Allman Brothers ai Grateful Dead fino a Tom Waits, Lynyd Skynyrd, Little Feat, Ry Cooder, ZZ Top, Bob Seger, Eagles, Dr. Feelgood… Abbiamo dovuto aspettare di vedere Springsteen in Italia al settimo disco. Solo dalla metà degli anni Ottanta abbiamo cominciato ad andare alla stessa andatura degli altri Paesi anche perché finalmente era più facile ed economico spostarsi all’estero e il mondo è diventato meno grande. Io ho avuto la fortuna di avere un padre che dal 1967 ha cominciato a mandarmi a Londra due mesi l’anno, ma sono un’eccezione. Capivo poco di quello che vedevo e sentivo perché ero un ragazzino ma qualcosa assaporavo. Insomma abbiamo sempre perduto il treno. Quale autorità può avere un critico musicale italiano? Zero. Allora come oggi. Infatti all’estero siamo giustamente considerati dei pezzenti. Nessun libro italiano di musica rock o blues è mai stato tradotto in inglese, nessun giornale estero ha mai comprato un articolo di musica anglo-americana pubblicato su un giornale italiano. Te lo dico perché, pur essendo convinto che alcune cose pubblicate negli anni sul Mucchio avessero una loro valenza internazionale per la qualità dello scritto, si mettevano a ridere. È la stessa ragione perché Ligabue o Vasco Rossi, i Marlene o gli Afterhours, passate le Alpi, sono sconosciuti. Facciamocene una ragione. Ora tu puoi chiedermi: ma allora anche il tuo libro non ha nessun valore, perché l’hai scritto? In parte perché sono un’eccezione, avendo seppur di lato vissuto quegli anni, ma soprattutto perché ho fatto parlare gli stessi

Eleonora Bagarotti
Eleonora Bagarotti

protagonisti facendo un faticoso “taglia e cuci”. Di mio, a parte il capitolo sullo star-system, c’è poco. Infatti pare ci sia un editore inglese interessato. Un’eccezione sul mercato italiano ad esempio può essere Eleonora Bagarotti quando scrive degli Who. È stata fidanzata otto anni con Townshend. Che le vuoi dire? Ma vuoi mettere un libro su Clapton scritto da Chris Welch con uno italiano? Che baggianate può dire un italiano su Hendrix se non ricopiare quanto già scritto da qualcun altro? Per non parlare del punk, di cui anche lì non abbiamo capito un cazzo. Siamo su due pianeti differenti. Ora, questo non vuol dire che un critico jazz non possa scrivere di Charlie Parker perché quando Charlie è morto lui non era ancora nato, e la cosa vale anche per i Beatles, ma certo tra i tanti differenti tipi di libri preferisco quelli con una struttura simile alla mia.»

Questa tua critica immagino sia anche verso i giornali musicali.

«Certo. I giornali degli anni Sessanta erano più che altro di gossip. Ciao 2001, pur avendo fatto delle cose buone era ciao2001pieno di errori, baggianate, legato a doppio filo con le case discografiche. Che non c’è niente di male, perché succede anche con le riviste di macchine o di moda. Però erano di una ignoranza abissale. Una cosa banale. Oggi sappiamo che non erano i Byrds, i Beach Boys, i Mama’s And Papa’s a suonare nei primi dischi, ma dei bravissimi session-men. Lo sapevamo in Italia? E pensa quante fesserie scrivevamo. Stessa cosa è successa in Inghilterra con Clem Cattini, Jimmy Page, John Paul Jones, Nicky Hopkins. Stesso difetto avevano Gong e Muzak. Anche il Mucchio Selvaggio ovviamente. Eravamo onesti e ignoranti mestieranti che copiavano il più possibile dalle riviste estere. Magari con tanta passione, magari con il tempo siamo migliorati ma eravamo tutti assolutamente dilettanti. Scrivevamo di cose di cui non sapevamo. Poi ci sta che abbiamo alfabetizzato tante generazioni di appassionati, ma con poche informazioni e molta improvvisazione. Da metà degli anni Ottanta le cose sono un po’ cambiate. Ad esempio mi è capitato di leggere alcune recensioni storiche su Onda rock. Scritte bene, talune benissimo, ma che può dirmi di nuovo un ragazzino italiano di venti, trent’anni di un disco di Nick Drake? Però forse può farlo conoscere. Già qualcosa.»

Ci sarà un seguito amricano ai quattro cavalieri inglesi?

jerry garcia«Penso di sì. Un altro anno di vita. Probabilmente Duane Allman, Jerry Garcia, Mike Bloomfield e Jimi Hendrix. Certo, al contrario dei nostri quattro eroi questi sono già tutti morti. Ma sarà un’occasione per toccare ancora il blues ma anche il southern-rock e la west-coast. Intanto vediamo come va questo.»

Il rock è anche la voce dei cantanti. un libro sulle voci che hanno “suonato” il rock, quelle che più hanno suggestionato gli appassionati non completerebbe il tuo percorso?

«Potrebbe essere un terzo capitolo. Si potrebbe partire dalle voci nere inglesi come Eric Burdon e Steve Winwood a quelle più pop come Paul McCartney o Graham Nash e andare avanti per i decenni. Buona idea.»

Vedo che tu ti pubblichi da solo. Come mai, non trovi case editrici interessate?

«Ho fatto l’editore per quasi quarant’anni anni, ci mancherebbe che mi facessi editare un libro da qualcun altro. E poi perché? Per regalarglielo? Per avere la soddisfazione di vederlo negli scaffali della Feltrinelli coperto da una iper-produzione di altri libri musicali? No, grazie. Preferisco farlo e vendermelo da solo. Certo, ci sono più rischi ma almeno due soldi te li metti in tasca. E ci paghi l’affitto a fine mese. E non dipendi da nessuno e non corri rischi di impaginazioni sbagliate, tagli di testo eccetera. Anzi, l’idea è di fare una collana dove possano scrivere anche amici. Inizierà Giancarlo Trombetti. Poi ci sarà il mio In rock we trust, il prossimo libro sui chitarristi americani, insomma ci sarà da fare. Anche se certo il periodo non è buono, di soldi ce ne stanno pochi e l’argomento musicale è sempre più di nicchia. Se non schifato. Ho proposto una presentazione al Circolo dei Lettori a Torino e non dico che sono stato trattato come un pezzente ma poco ci mancava. Siamo nati nel Paese sbagliato. A proposito, la mia mail per ordini è max@outsiderock.com. E il libro costa 25 euro.

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2 thoughts on “Max Stèfani e i quattro cavalieri che regalarono un sogno prima dell’Apocalisse

  1. Gli anni ’60 sono ormai sinonimo di mistificatori che al più, a quel tempo, frequentavano le medie.
    Ma tengo a distanza quello sguardo allargato che si compiace di raccontare luoghi comuni. Troppi cuochi visionari intenti a cucinare la propria ossessione autoreferenziale. Osservare con ironia può essere divertente e straziante al tempo stesso.
    E’ molto difficile separarsi dai propri ” trascorsi”; e quando avviene in senso definitivo la percezione dell’esserci cambia e si naviga nell’indispensabile. Si lasciano andare le cose e le loro storie.
    On the road: una lamentazione privata, un racconto di frammenti e dialoghi fatti per immagini, costruito a esplorare i limiti di confine; perché confluire nel gregge è rassicurante e non essere disconnessi: la corsa alla sicurezza.
    Sciamani di plastica e detentori di verità esoteriche ( non ti farò i nomi ), grandi affabulatori, manipolatori fantasiosi esperti musicologi e di narrativa underground.
    A metà degli anni ’60 erano le radio pirata come Radio Luxembourg a traghettarci verso la nuova musica psichedelica. E si ascoltavano a notte fonda con l’orecchio incollato alla radiolina-transistor.

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