Mozart, il Requiem e il volto di Dio

mozart%20requiemQualche anno prima di lasciarci, davanti a una Fernanda Pivano che insisteva nel chiedergli che cosa diavolo volesse da una vita che da decenni persisteva a violentare con una condotta autodistruttiva, lo scrittore Jack Kerouac rispose: «Che Dio mi mostri il suo volto».

Vienna, fine del 1791. Wolfgang Amadeus Mozart sta morendo. Non ha ancora 36 anni. Dopo Il flauto magico deve ultimare il Requiem per un signore che non ha mai visto ma che tramite il suo emissario lo ha pagato 50 ducati (e poi altri 50) pur di avere un’opera con cui ricordare l’amata moglie appena salita in cielo. Il compositore sprofonda nei suoi più tetri pensieri. Trema, sente bruciargli la testa. Ha mani e piedi gonfi, il respiro sembra lasciarlo da un momento all’altro. Però continua a scrivere in modo ostinato tanto che chiunque sia presente nella camera, sia la moglie Constanze piuttosto che Franz Xaver Süssmayr (l’allievo che lo assiste nella composizione), è costretto a portarlo a braccia verso il letto perché da solo non riesce a raggiungerlo. A letto Wolfgang Amadeus continua a lavorare sul Requiem. Con la testa. I familiari pensano che stia dormendo, mentre lui sta mettendo in fila il Dies irae. Spiega al fido Süssmayr con voce flebile come chiudere il Lacrimosa e l’Offertorium, poi gli chiede di ultimare il lavoro se la morte lo coglierà prima di aver chiuso la partitura con la nota finale.

51uguhtublNegli ultimi giorni confida di sentire già in bocca l’odore della morte, ma ormai vive solo per portare avanti il più possibile questa composizione che, per penna di Stendhal, lo ha convinto che il committente non sia stato che un emissario dell’Aldilà che lo ha in verità incaricato di scrivere una tale messa per sé. È diventato così un tutt’uno con questa materia musicale che Sophie, la cognata, scriverà che “il suo ultimo respiro fu tale che sembrò imitare con la bocca i timpani del suo Requiem”.

Chi lascia queste righe non conosce musica più sublime del Requiem del piccolo immenso uomo battezzato Joannes Chrysostomus Wolfgangus Theophilus Mozart (e che Riccardo Muti definì al cospetto di un teatro stracolomo «la prova dell’esistenza del Divino, inteso in senso non parrocchiale»). L’unica che veramente arrivi allo zenit del cielo. Al punto che, avendo l’utopica possibilità di scegliere, metterebbe la firma per lasciare questo mondo in una bella giornata di primavera, adagiato sul letto di un bosco con le orecchie e l’animo gonfi di queste note da non fermare neanche dopo l’uscita dalla vita.

Nella messa da Requiem in Re minore, codificata con la sigla K 626 dal canone dell’arcinoto catalogo Köchel, è compreso il tutto. Niente è stato mai detto con tanta altezza solenne. Gli archi sospirano e poi combattono disegnando l’oscurità, le voci del Coro si alzano spesso tremolanti per poi catapultarsi verso abissi lugubri. Un ordine. Una perfezione. Il quadro con al centro il volto di Dio. Il quadro con al centro il volto dello stesso Mozart. E di chiunque, preda di una forma vicina alla sindrome di Stendhal, vive autentiche espressioni di vertigine, blocco motorio e spaesamento davanti a tanta straordinaria e inarrivabile bellezza.103f54f740c01ee839b4ef0557d3aaa4

Appena parte l’Introitus avvertiamo che qualcosa di grande che ancora non esiste sta per essere creato. Che qualcosa che non abbiamo mai ascoltato ci sta per essere svelato in tutto il suo dolente splendore. Il Coro parte sottovoce, procede piano come un intero popolo in cammino, lento ma compatto. Le voci femminili hanno un primo balzo verso i cieli in quell’erompente luceat, poi il Soprano si spinge ancora più alto prima che la moltitudine delle anime riprenda la camminata terrena con la potenza dell’ad te omnis caro veniet, a te Signore verranno tutti i corpi.

Le voci si alzano ripetendo i versi come in un cerchio senza inizio né fine. Le singole parole sono reiterate più volte per formare una supplica che l’Altissimo non può fare a meno di ascoltare. Poi diventano frecce nel Kyrie. S’intrecciano nel loro tendersi tremule, s’alzano sospendendosi da terra con un decollo dentro cui riposa tutta la dignità umana al cospetto del Giudice finale prima di prendere forma in un momento di sgomenta commozione. È il Dies irae che, con impeti improvvisi uniti da movimenti veloci, si svela come sfida vocale che annuncia che quando il giorno del Giudice arriverà, provocherà un terrore che noi non possiamo neanche immaginare.

bristol-choral-society-867x575Si cambia di nuovo. Ora l’incanto del suono prodotto dalla tromba nel Tuba mirum è affidata al Basso che ci porta nella più profonda oscurità prima che il Tenore affermi che Natura e Morte resteranno allibite quando la creatura umana risorgerà per rispondere finalmente a Dio. Poi è la volta del Soprano e del Contralto ad ammettere che tutto ciò che è nascosto sarà svelato e nulla resterà impunito, coi violini che ci accompagnano lenti alla sentenza.

Arriva il sublime. Il Rex tremendae. Gli archi diventano un plotone di esecuzione e il Coro urla la potenza del Re, la cui terribile maestà è grazia salvifica. In questo movimento c’è un punto preciso che contiene la più disumana supplica che si possa ascoltare, laddove la tensione emotiva si fa insopportabile. È quando le voci compongono salva me, fons pietatis. Salvami, fonte di pietà. Ti prego, fallo, qualunque cosa io possa aver fatto in vita. In pochi secondi si concentra in questa inesausta invocazione un nido di magnificenza gonfia di turbamento.k626_requiem_dies_irae

Poi il Recordare , passo in cui uomini e donne, conversando con Dio, gli ricordano che Egli si fece carne in terra proprio per salvare anche l’uomo colpevole. Nel Confutatis ascoltiamo la fuga dell’umanità le cui voci si rincorrono impaurite per evitare di cadere insieme a chi sarà dannato nelle vive fiamme. Quelle femminili supplicano voca me cum benedictis, chiamami coi beati, gere cura mei finis, abbi cura del mio destino. Ma è solo una preparazione al Lacrimosa, a torto considerato l’ultimo movimento scritto dal maestro. Gli archi aprono lenti il passaggio delle voci che invocano al Signore un atto di ulteriore bontà: non solo i degni, concedi il perdono pure al colpevole che risorgerà dalle fiamme. Straziante pensare che, mentre una moltitudine sta implorando la salvezza per tutti, una singola anima ci sta per lasciare mentre compone proprio questo movimento, chiuso con un amen pronunciato con l’iniziale vocale così a lungo tenuta che si adagia lentamente come un tragico sudario.

Angel Statue

Ormai la fine è vicina. Si passa alla parte che certa storiografia attribuisce a Süssmayr. L’Offertorium invece è ancora di Mozart, che scrive due battute per i violini che preparano l’intervento delle voci, altre undici più avanti e nella partitura lascia di suo pugno un’indicazione a ripetere da capo una parte. Suo il duello vocale che è l’ultimo grande momento del Requiem. Un duello di spade, un continuo attaccare e difendersi che ci lascia intontiti. Poi arrivano il Sanctus, l’Agnus Dei e la Communio. Vengono da Süssmayr ma senza che, come l’allievo stesso in alcune lettere testimoniò, si possano definire creazioni veramente sue (la Communio finale infatti vive della ripresa del tema iniziale).

Il Requiem di Mozart è un lascito all’umanità che odora di morte e vita ovunque. Invocando la seconda, scendono gocce di paura della prima. Un’eredità epica. Il flusso musicale trascinato dal Coro è talmente avvolgente che a tratti pare che siano la luce e l’aria a suonare. Un susseguirsi spasmodico di note incandescenti di una presenza ritmica così implacabile da poter decifrare dentro quella massa sonora le grida di aiuto di ciascuno dei componenti. Dentro di esso si coglie il vuoto infinito di chi non è ormai più di questo mondo e, anche se le note diventano man mano stelle che brillano nel firmamento, tocchiamo con mano il cuore sofferente di chi ormai sta guardando la musica già da un altro luogo. L’autore sta terminando il suo cammino.mozart%20requiem%20ultimos%20dias

Mozart ha paura di morire. “Nessuno misura i propri giorni, bisogna rassegnarsi”, scrive sconsolato a Lorenzo da Ponte. È convinto di essere stato avvelenato (la leggenda dice che sussurri il nome di Salieri) e ciò dentro cui sta affogando è il Requiem di se stesso. E allora invoca Dio con tutte le misere forze che gli sono rimaste. Dovendo decidere, sceglie di non farle durare a lungo spendendole lentamente, ma di esaurirle presto creando una voce sonora deflagrante che arrivi a toccare il Primo Motore.

All’una di notte del 5 dicembre 1791 Wolfgang Amadeus non è più quaggiù. Le cronache del tempo parlano di un vento tremendo abbattutosi su Vienna. Qualche giorno dopo scende nella fossa dei senza nome per far perdere nei secoli dei secoli le sue spoglie mortali. A noi resta la sua anima nuda e la sua voce più grave. E il volto di Dio. E ne siamo travolti.

 

MOZART, HIS REQUIEM AND THE GOD’S FACE

51y0amoi5lSome years before he passed away, to Fernanda Pivano, who had asked him what he were wanting from his tormented life, the writer Jack Kerouac answered: «That God show me his face».

Wien, fall of 1791. Wolfgang Amadeus Mozart is going to die. Not 36 year-old yet. He must complete the Requiem, a work an unknown gentleman asked him to work on to please the memory of his beloved wife just died. The composer is sunk into his gloomy thoughts. He trembles, feels his head burning. His hands and feet swollen, the breath seems to leave him soon. Nevertheless he goes on writing until he gets exhausted and must be helped to get the bed. Where he lies and keeps on writing in his mind the part of the score still missing. With a very feeble voice he explains to his pupil Süssmayr how to finish the Lacrimosa and the Offertorium, then he tells him how to end the work if the death comes first.

On the last days he confides he feels the death smell in his mouth, but he never stops working also because, Stendhal wrote this, he’s convinced that the client was an emissary of God who asked him to write a personal Requiem for his own death. He’s so attached to his last music that Sophie, his sister-in-law, some years after would write that “his last breath sounded like an imitation of his Requiem’s timpanis made by his mouth”.

In his Requiem mass in D-minor, K 626 due to the well famous Köchel catoalogue, there’s all and everything. Nothing has been ever written with a such solemn excellence. The strings sigh and fight in a complete darkness, the Choir’s voices raise often trembling and catapult towards gloomy abysses. An order. A perfection. The painting with God’s face in the centre. The painting with Mozart’s face in the centre.requiem_2

Just the Introitus starts, we perceive that something great never existed is going to be created. The Choir starts slow, then the female voices make a jump toward the skies with that erupted luceat. The voices become arrows during the Kyrie and make a sort of challenge in the Dies irae. Then everything exchange. Now the spell is created by the Bass in the Tuba mirum that leads us to the deepest obscurity before the Tenor says that Nature and Death will be shocked when finally humanity rises again to give God an answer.

Then the sublime arrives. The Rex tremendae. The strings become a platoon and the Choir howls the powerful of God. A precise moment of this movement keeps in itself the most unbearable emotional anxiety. It’s when the voices go to sing salva me, fons pietatis. Save me source of compassion.

mozarts-requiem-776x400Then the Recordare and the Confutatis, come. A preparation to arrive at the Lacrimosa, wrongly considered the last parto of the whole written by Mozart. By now the end is near. In the Offertorium, still belonged to the composer, the last big moment of the Requiem, with its vocal duel, a incessant assault and defense which leave us knocked out. Then the Sanctus, the Agnus Dei and the final Communio arrive, but even they’ve been writtend by Süssmayr they don’t really belong to him as he would wrote in some letters (for example, the Communio is the resume of the first movement.

Mozart’s Requiem is an epic legacy for the whole mankind. It smells death and life everywhere. Into its notes we pick up the the infinite vacuum of a man who doesn’t belong to this world anymore, someone who’s just looking at music from a different place. The author is completing his path.115945565

Mozart is afraid to die. “No one can measure his own days, we must live with it”, he writes sorrowful to Lorenzo da Ponte. He’s sure that someone has poisoned him (the legend says he pronounced the name of Salieri) and he’s sinking into his own Requiem.

At the very first hour of december 5th, 1791, Wolfgang Amadeus is no more down here. The chronicles of time speak of a tremendous wind blown on Wien. The day after he’s climbed down a mass grave, the world doesn’t need his mortal remains. We get his naked soul and his gravest voice. And the God’s face. And we’re overwhelmed by it.

 

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