Woody Allen, New York, Tutti dicono I Love You e un calcio alla volgarità

1La leggerezza delle forme e dei suoni. La pace dei colori. La ricchezza di una città che, per quanto immensa, sa consegnarsi al silenzio. Un film che è una dichiarazione d’amore a un mondo rievocato con echi passati e a quella stessa New York City che da sempre costituisce la Musa prima per l’artista che lo ha scritto e diretto. Woody Allen. Tutti dicono I Love You. Anno di grazia 1996.

A essere precisi qui la Grande Mela non è l’unico spicchio di mondo portato alla luce dal regista di Brooklyn. Parigi e Venezia aiutano a formare un trittico delle meraviglie estetiche che il solo concentrarsi su di esso è già una forma di poesia. L’altro volto della lirica è la musica. Una, la Quarta sinfonia di Mahler (forse la più fatata del compositore e direttore d’orchestra musicista austriaco), più volte evocata anche se mai ascoltata. E poi una sfilata di canzoni cantate a mo’ di musical dagli stessi protagonisti. Quelle stesse canzoni che riempivano la radio quando quel grande uomo dietro la macchina da presa non era ancora neanche un bambino e che presto avrebbero riempito le ore del ragazzino Allan Stewart Königsberg. Pezzi la cui melodia sa di ambrosia. Qualcuno a caso: Just You, Just Me (1929), Everyone Says I Love You (1932), My Baby Just Cares for Me (1930), I’m a Dreamer, Aren’t We All? (1929) e soprattutto la più gettonata durante lo svolgersi della storia: I’m Thru With Love (1931).2

La trama imparatevela da soli. Questo spazio è per dire che la ricchezza di questo film dolcemente fatato e radioso, che omaggia in una deliziosa festa con obbligo di baffi anche Groucho Marx, è il suo tressere un lenitivo contro le brutture della nostra vita quotidiana ora. Un analgesico, un antidolorifico a protezione di un tempo spastico che siamo costretti a considerare ordinario nel suo insieme e consueto nelle voci che lo compongono.

Tutti dicono I Love You è lo schermo protettivo contro voci sguaiate che per la strada e in qualunque locale pubblico fanno scempio della più elementare grammatica e sintassi della nostra lingua generando immondizia acustica, un velo favolistico che tiene lontano le pettinature stronze degli adolescenti, braccia e colli tatuati che comunicano sporcizia, corpi che debordano nella loro totale deformità grazie a mode da ribrezzo, cani dei vicini che non smettono di abbaiare, musiche spazzatura e sound system che bombardano rumore, vacanze in spiagge-carnai, televisioni blateranti, ruoli professionali da mondo al collasso come il “teorico del trash” o la “personalità mediatica”. Per un’ora e quarantun minuti il mondo-fogna si chiuda in sgabuzzino e non ci tocchi con ogni sua distorsione.

3Un omaggio alla vita come potrebbe essere se la bellezza ogni tanto vincesse qualche round. O più semplicemente (semplicemente?) se il presente ancora giovane secolo tornasse a galla dopo un bel bagno d’umiltà. Woody Allen non ha mai smesso di osservare il mondo come fa il bambino protagonista di Radio Days. D’accordo, avevamo già incontrato Sam Felix (Provaci ancora Sam), Virgil Starkwell (Prendi i soldi e scappa), Alvy Singer (Io e Annie), Isaac Davies (Manhattan) e col tempo avremmo fatto la conoscenza di Kleinman (Ombre e nebbia), Gabe Roth (Mariti e mogli) e Hary Block (Harry a pezzi), ma il bimbo narratore che racconta la vita di alcune famiglie newyorchesi negli anni d’oro della radio è da sempre il faro visivo e immaginifico per l’autore che di queste storie e di questi personaggi è il padre. Un cono di luce che irradia un’idea fantastica della vita che si vive sui marciapiedi, nei parchi o in qualunque altrove di ogni giorno di una qualunque settimana di un anno raccolto a caso nella nostra vita.4

Dentro Tutti dicono I Love You c’è il medesimo suggerimento struggente che troviamo nel pensiero del più burbero dei personaggi alleniani, il Boris Yellnikoff di Basta che funzioni: attenzione, abbiamo a disposizione un solo giro di danza. Questo.

 

WOODY ALLEN, NEW YORK, EVERYONE SAYS I LOVE YOU AND A KICK TO VULGARITY

5The lightness of shapes and sounds. The peace brought by the colours. The treasure of a city which, even though so vaste, knows how to create silence. A movie that comes out as a double love declaration. To a world recalled by past echoes and to New York City, since the beginning the real Muse for the artist who wrote and directed it. Woody Allen. Everyone Says I Love You. Year of our Lord 1996.

To be precise here the Big Apple is not the sole corner of the world brought to light by the Brooklyn-born movie director. Paris and Venice help to create a wonders-trio of beauty which just would be enough to talk on poetry. The other side of the lyric is the music. One, Mahler’s Fourth Symphony (maybe the most enchanted of the Austrian composer and director), more than once evoked but never heard during the develompent of the movie. Then a parade of songs sung by the same characters as if they were playing into a musical. Those songs which filled up the radio when Woody was not born yet and that made his hours when he, as a kid, was still Allan Stewart Königsberg. Tracks whose melody smells like ambrosia. Some random of them: Just You, Just Me (1929), Everyone Says I Love You (1932), My Baby Just Cares for Me (1930), I’m a Dreamer, Aren’t We All? (1929) and above all the most present during the movie: I’m Thru With Love (1931).

Do know the plot by your own. This space is for stressing how the treasure of this movie softly enchanted and radiant, which celebrate also Groucho Marx in a delicious party “moustache required”, is its being a relief against our everyday life blots. An analgesic, a pain killer to protect this spastic time we are compelled to consider usual in its wholness and normal in its various items.6

Everyone Says I Love You is the shelter against coarse voices that all around the street make a mess of the most basic grammar and syntax of our language creating acoustic rubbish, it’s a veil who keeps away the idiot hairstyle of the youth, arms and necks totally tattoed that give a deep idea of filth, bodies whose deformity is developed by a disgusting style trend, dogs that don’t stop barking, rubbish music, holidays spent in packed out beaches, bombing televisions, professionals roles of a collapsing world such as “trash theorist” or “media personality”. For one hour and forty-one minutes please the cesspool-world lock itself into a broom closet and don’t touch us with its distortions.

7A homage to life and to how life could be if beauty would win some rounds every know and then. Or more simply (simply?) if this young century would get back to our days after eating humble pie. Woody Allen never stopped to observe the world like the Radio Days narrator child does. Alright we had already known Sam Felix (Play it Again, Sam), Virgil Starkwell (Take the Money and Run), Alvy Singer (Annie Hall), Isaac Davies (Manhattan) and short afterwards we would have known Kleinman (Shadows and Fog), Gabe Roth (Husbands and Wives) e Hary Block (Deconstructing Harry), but the child who narrates the lives of some newyorker families during the radio golden age has always been the figurative and visionary guiding light for the author who’s the father of these stories and characters. A light cone that iraddiates a fantastic idea of our life catched during an ordinary day of a whatever week of any year randomly selected. 8

Inside Everyone Says I Love You stands the same moving advice we find in the thought of the most grouch character among allenians ones, Whatever Works’ Boris Yellnikoff: watch out, we can just take only one spin on the dance floor. This one.

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