L’orizzonte di Nanda

01Dicono che faccia bene agli occhi guardare l’orizzonte. E Nanda, la sera, guarda fuori dalla finestra della sua camera a Santa Margherita Ligure. In riva al mare. Tra lei e il mare un albero d’arancio. Spinge gli occhi lontano, li affonda oltre l’azzurro che incomincia a vedere meno nero. A Milano non torna, almeno per ora. Per mesi ci ha pensato, ma non c’era luogo in cui stare per calmare il dolore. Alla sua età non aveva bisogno di spostarsi in quell’inverno che giorno dopo giorno diventava più freddo. E poi la primavera al mare, vogliamo mettere? Meglio, molto meglio. E d’estate non se ne parla neanche. Se ne riparlerà a settembre. Un anno dopo.03

Inizia a vedere un po’ meglio, anche se il cuore continua a far male. Riempie interi fogli con la mente, ma ora non sono solo ricordi. Non potrà mai accettarlo e non arriverà mai a capirlo, ma per lo meno adesso non pretende più di accettarlo né cerca una spiegazione. Ha sentito tutto l’orrore possibile mentre rivedeva le immagini alla televisione. Amplificato dalla sua presenza, lui che terminava la vita con un capitombolo di centinaia di piani o bruciando vivo o soffocando chissà quale ultima parola. Solo immagini che le si sono conficcate nel cervello senza chiederle permesso. Nessuno l’ha chiamata per raccogliere il suo parere. Nanda non ha mai benedetto così tanto il silenzio. Ripensa a Ernest. Ernest che decise di andarsene ma che ora le è più vivo che mai. Lo guarda e vede che sul suo viso gli si è già incollato quella smorfia da gattone che se non stai attenta ti ritrovi tra le sue zampe.2a

Torna a guardare il mare, Nanda. Ora pensa che Ernest stia spingendo la sua pancia da qualche parte dell’universo in cui non c’è il telefono. Si regredisce a bambini quando non ci sono che risposte di comodo cui credere. Forse la medicina è proprio questo guardare ogni giorno l’orizzonte prima di andare a coricarsi. I suoi occhi non sono più i vetri fumé dei mesi passati e ora sente che le basta sapere che quella roba sia successa. Niente perché, per come e per chi. Riposa come una viaggiatrice all’aperto su un traghetto e trova di avere molto da dire. Guarda il mare e nell’altra sponda scorge New York.

02La voce di Ernest, lo sguardo di Ernest, la risata di Ernest, la tosse post sigaro di Ernest, l’«Hi Nanda, it’s me» o il «Who’s talking?» di Ernest. Le gambe bellissime di Ernest. Sente ancora tutto addosso. E non ci può essere lobotomia che glieli faccia cancellare, perché qui non si tratta di memoria. Riposano nel sangue di Nanda e Nanda se li porterà nella tomba. Il dolore continua a fare il suo lavoro. Ma oggi ha detto a Ernest che ha cenato con appetito, arrivando fino al dolce. Una fetta di torta al limone.

 

John

NANDA’S HORIZON

04

Some say it’s good for our eyes looking at the horizon. Nanda, at evening, she looks out the window of her room’s in Santa Margherita Ligure. By the sea. An orange tree between her and the sea. She pushes her eyes far away, sinking them beyond the blue that starts to fade away. She doesn’t come back to Milan, for the moment. She’s thought about it for months, but there was no space to ease her grief. At her age she didn’t need to move in this winter that is going to get chill day after day. Then the forthcoming spring, no game at all. And summertime? Not even to think about it. She will get into this at September. One year later.05

Now she’s beginning to face reality a little bit better, even though her heart goes on aching. She fills in full sheets with her mind, but now it’s not only a matter of recollections. She won’t ever accept it and never will understand it, but at least now she doesn’t expect she accepts it neither she’s looking for an explanation. She felt the whole horror possible watching television. Amplified by his presence. He, one of those who was closing his life by a tumble hundred floors long or being burned down alive or chocking who knows what last word. Only images which have been stuck into her brain without permission. None has called her up to get her point of view. And Nanda never blessed this silence as now. She’s thinking over Ernest. Ernest, who decided to pass away even though now he’s more alive than ever. She looks at him and perceives how by now his famous big cat grimace glued to his face, the one that if you don’t pay attention leads you in his arms.

5aShe’s back looking at the sea. She’s thinking that Ernest is driving his belly somewhere in the universe, where there’re no phones. We regress to a child age when we can’t grab convenience answers to believe in. Maybe the cure is exactly looking at the horizon every day just before going to sleep. Her eyes are no longer in flame like they were in the past days and now she feels that having been acquainted with what happened is quite enough. No matter why, how and who. She rests as a traveller outside on a ferry and she finds she’s still a lot to say. She’s looking at the sea and catches sight of New York on the other bank.

Ernest’s voice, Ernest’s gaze, Ernest’s laughter, Ernest’s post cigar cough, Ernest’s «Hi Nanda, it’s me» or «Who’s talking?». Ernest’s beautiful legs. She still feels everything on her. And even a lobotomy couldn’t erase them because it’s not a question of memory. They rest in Nanda’s blood and Nanda will take them in the tomb. Sorrow goes on working. But today she has told Ernest she dined with appetite, even until the dessert. A slice of lemon cake.06

 

John

 

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