Noi, i ragazzi cresciuti con Calimero e un fiore che ci spuntava in bocca

Non credevamo di essere razzisti. E infatti mica lo eravamo. Ci avrebbero giudicato così qualche decennio più tardi solo a causa dell’imbecillità umana, ma per noi Calimero che se la prendeva dicendo: “Eh, che maniere! Qui tutti ce l’hanno con me perché io sono piccolo e nero… è un’ingiustizia però» era addirittura un “eroino” della nostra gioventù.

Era solo caduto nel fango e da pulcino bianco si era trasformato in nero da non essere più riconosciuto dalla madre. Finché, con una strizzata di detersivo Ava, tornava come prima. Televisione in bianco e nero. Il fango sporca. Nero su nero non si capisce, scuro su bianco sì. Non ci voleva Einstein. E la Mira Lanza non era certo finanziatrice del Klu-Klux-Klan.

La tirata del piccolo Calimero (prima volta in televisione nell’estate del 1963) è solo uno dei tantissimi motti commerciali entrati nel nostro lessico comune. Appartengo a una generazione cresciuta anche con la compagnia degli slogan pubblicitari. Di quando la pubblicità, unendo grafica e animazione, inclinava certo verso la seduzione del prodotto, ma lo omaggiava esaltandone le qualità primarie. Un detersivo quindi, puliva, non ci apriva le porte del Paradiso svelandoci che avremmo partecipato alla beatitudine eterna il Giorno del Giudizio.

 

I campioni dello sport

I nostri campioni dello sport timidamente incominciavano a entrare nelle nostre case anche fuori da campi e piste. Salvo che per i calciatori per cui gli spot erano ancora off-limit. Giacomo Agostini ci diceva che “con Api si vola” , mentre il bell’Adriano (Panatta) nell’intimità del suo bagno ci confessava che “quando faccio una cosa mi piace farla bene, per questo ho scelto Brut di Fabergè. E poco importa se il giorno prima aveva buttato via un match già vinto contro un carneade.

Facevano specie gli allenatori scelti dalla Marzotto per lanciare la linea eleganza per tutte le taglie. Senza tuta ma con giacca e cravatta Nereo Rocco, Luis Vinicio, Edmondo Fabbri e Bruno Pesaola erano proprio un colpo all’occhio con quella posa da legno scolpito, ma contenevano una tenerezza romantica che addolciva il cuore.

 

La ballata dei (primi) ormoni

Che la nostra infanzia avrebbe avuto degli scossoni ce lo fece capire Solvi Stubing, la bionda tedesca che abbracciando un bicchiere o una bottiglia ci diceva: “Chiamami Peroni, sarò la tua birra”. La mia birra? Ma proprio mia, mia? Oh caspita. Se sei il mio regalo, io di birra Peroni me ne faccio comprare dieci scatoloni da mamma e papà. Non potrò berla, ma almeno…

Poi ti capitava di vedere le gemelle Kessler che scudisciavano quel paio di gambe perfette e infinite con cui Natura le aveva forgiate e sentire una voce che esclamava: “Omsa, che gambe!”. E se, pur bambino, riuscivi a mantenerti calmo, non ti rimaneva che invidiare Don Lurio che al termine di una scivolata si fermava tra loro ammaliato da cotanto patrimonio. Le calze ovviamente.

E gli occhi da tigre di Mina accanto alla bottiglia della cedrata Tassoni? Bastava il suo sorriso incantevole per convincerci che non si poteva restare senza quella bevanda. Ma cos’era la cedrata? Esisteva veramente? Se lo diceva Mina certo che esisteva.

Davvero, un’infanzia piena di trabocchetti.

 

Fantasia nei vostri cannoni

Nel nostro mondo un draghetto poteva fare il pompiere (Grisù), anche se con esiti nefasti, se ti lavavi i denti con Colgate ti spuntava un fiore in bocca, lo spagnolo parlato in Messico si riproduceva nel dialetto veneto con il cartone Miguel che, sulle note del Dindodero, cantava El Merendero dei biscotti Talmone.

Ogni volta ci prendeva un colpo col pugno armato di Petrus Boonenkamp, “l’amarissimo che fa benissimo”, che s’abbatteva su un tavolo sulle note oscure del Coriolano di Beethoven, mentre col Johnny Walker si andava più sul sicuro visto che ci assicurava che l’unica cosa storta era l’etichetta. Guardavi bene lo spot e, sì, concludevi che avevano ragione, proprio un’etichetta attaccata in tutta fretta, quasi per sbaglio.

Più rassicurante Gino Cervi che, questa volta sulle note di Mozart, si godeva un bicchierino di Vecchia Romagna Etichetta Nera, “il brandy che crea un’atmosfera”. Poi ti capitava di rivederlo e ti dicevi: quel signore assomiglia così tanto al commissario Maigret. Boh… Crescendo, la vita ti avrebbe fornito la risposta.

 

I primi quesiti

Poi c’erano cose che proprio non capivi. Gino Bramieri, in versione Freddie Mercury di I Want To Break Free ante litteram, si rivolgeva a una donna con piglio per assicurarsi che “signora, badi bene che sia fatto di moplen”. Ma che cavolo è il moplen? Si mangia?

E la bottiglia di digestivo Kambusa che, gettata in mare da una barca, tornava indietro? Va bene, il marchingegno televisivo lo conoscevi grazie a 90° Minuto, ma la canzoncina che diavolo diceva? Ci provavi a ricantartela sottovoce, sperando che sorelle e genitori non ti ascoltassero. Allora, “kambusa uan lamaricante”, sì mi pare dica così. Ma che cos’è lamaricante? E uan? Uan l’amaricante… forse si deve pronunciare tutto attaccato uanlamaricante. Ma anche così non mi dice una mazza. Lo chiedo alla maestra o ai miei compagni? Forse non mi conviene.

Ti rifacevi con un bel panino con dentro la Crescenza Invernizzina, ma anche qui ti chiedevi perché dentro a ogni confezione ci trovavi una perla. Non era meglio un pacchetto di figurine dei calciatori?

 

Arrivano i nostri

Però prima o poi beccavi i tuoi eroi. Giampiero Albertini, nella pubblicità della Ignis, entrava in un negozio con moglie e prole e, dopo aver cercato invano qualcosa di suo gradimento, esasperava il commesso a cui non rimaneva altro che dire abbattuto: “Ma lei è incontentabile!” E lui, con meravigliosa arroganza gli rispondeva a brutto muso: “Sempre!”.

Ernesto Calindri che si beveva il suo Cynar in un tavolino in mezzo a una strada urbana trafficata “contro il logorio della vita moderna”, Franco Cerri in ammollo che ti diceva che “Nooo, non esiste lo sporco impossibile”, bastava usare Bio Presto. Ti divertiva la scena e questo sì lo chiedevi: “Papà chi è quel signore?”. “Franco Cerri, un musicista jazz” lui ti rispondeva.

Poi Nicola Arigliano, con quella faccia da Nicola Arigliano, che sul tram si passava la mano sulla pancia e ti assicurava che il digestivo Antonetto era “così comodo che lo si può prendere anche in tram”. E anche qui domandavi che mestiere facesse questo Nicola Arigliano e ottenevi la stessa risposta. Musicista jazz. Allora iniziava a serpeggiarti l’idea che i musicisti jazz non avessero proprio tutti i santi a posto e la cosa ti divertiva.

A proposito di musica. Ma non era strepitosa la canzone che, come in uno di quei film western per cui andavamo matti, faceva: “E gringo-carne-montanavedendo la carne Montana che stringo/ alè vengon tutti a mangiare con Gringo/ Gringooo, Gringooo”? E lui, il gringo, salvava sempre la bella Dolly dal cattivo Black Jack. Mai candidato all’Oscar. Quando si parla di ingiustizie.

 

Circo delle meraviglie

Una giostra di personaggi che manco Fellini. A memoria: l’ippopotamo blu della Lines, l’uomo pazzo di gioia perché “la pancia non c’è più” (Olio Sasso), gli omini di carta a forma di cono (Caffè Paulista), un avvoltoio vestito da militare con un mirino sulla punta di un becco che, indicandosi il berretto chiedeva piccato a un altro pennuto: “E che, c’ho scritto Jo Condor?”, cosa che in effetti appariva, prima di essere preso per la cotola dal Gigante Amico (Nutella Ferrero), il frate Cimabue che faceva una cosa e ne sbagliava due (l’amaro Dom Bairo, poi divenuto Don Bairo proprio perché noi gente comune lo associavamo al don del personaggio televisivo).

In questa squadra di fenomeni, il suo capitano. La Linea. Il geniale (e usiamolo per una volta a tono questo termine!) cartone animato che, per Lagostina, prevedeva un omino che procede su una linea che non ha fine e di cui è parte integrante e nel cammino, superando una serie di ostacoli, borbotta qualcosa di incomprensibile in un grammelot tutto suo fino a quando, non potendone più, si rivolge al suo disegnatore chiedendogli di trovare la soluzione dei suoi tormenti.

Ode a te, ovunque tu sia, Osvaldo Cavandoli che lo inventasti regalandoci la prova che con poco si arriva al tantissimo.  

 

Tempus fugit

Non è finita qua. Ma come potrebbe? Quel paradiso è un pozzo infinito di gemme ormai nascoste. Come i pianoforti di Lubecca cantati da Vinicio Capossela sono lì a prendere polvere. In televisione ci andavi se avevi qualcosa da dire. E dovevi farlo con garbo. Parlo dell’età della pietra. Noi siamo quei figli. Ne abbiano prese di botte se quello era il nostro Eden. Ma abbiamo sempre una buona cera. Buona? Ottima direi. In tutti questi anni abbiamo usato cera Grey.


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