Like a Rolling Stone, la canzone che non avrà mai fine

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Quando il 20 luglio 1965 uscì il 45 giri il mondo della musica si fermò. Cos’è questo brano che inizia con un rumore che assomiglia a un calcio a una porta e procede in modo così bislacco per sei minuti? Di chi questa voce astiosa sta raccontando la storia? E poi, ma davvero il tizio che canta e suona è il “nostro Bob Dylan”?

Si scatenarono le prime recensioni. Pollice verso. Decisamente Dylan ha toppato. L’inizio della sua fine. Anzi, finito proprio. L’ascoltatore non riuscirà ad arrivare alla fine della canzone, il tempo gli sembrerà un macigno insopportabile. Come fare ad apprezzare un canto di cui non si riescono neanche ad afferrare tutte le parole? Che il Signore lo ravveda.

Il tempo ha raccontato che fu quella previsione a essere una pisciata fuori dal vaso. Dylan aveva appena detto al mondo che lui non era di nessuno salvo della Musa che serviva e avrebbe servito finché fosse stato su questa Terra. E la musica cambiò.

45 giri

Like a Rolling Stone fu un terremoto. E di quel terremoto ora abbiamo a disposizione un testo unico al mondo. Senza esagerazione. Unico al mondo. Lo ha scritto Mario Gerolamo Mossa, classe 1991, natali a Tempio Pausania (SS), dottorando di ricerca in Studi italianistici all’Università di Pisa e già collaboratore del professore Alessandro Carrera. E, non per ultimo, dylanista.

Bob Dylan & Like a Rolling Stone (Mimesi Edizioni, 334 pagg., 20 euro) è un libro decisamente vigoroso, a tratti ostico per il lettore comune, ma la cui lettura dovrebbe imporsi non soltanto agli appassionati del premio Nobel in Letteratura 2016, ma a chiunque pretenda dalla pubblicistica e saggistica legata alla musica un profilo alto della materia su cui impegna la propria attenzione.

Come scrive Carrera nella prefazione, “Mossa è un studioso di poesia, ma – cosa rara nel campo – sa di musica, può mettere gli occhi su uno spartito, compone canzoni, le canta (…). Semplicemente, non c’è nulla di simile nella letteratura pur vastissima su Bob Dylan”.

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Che l’autore (nella foto a destra) abbia una poderosa educazione di teoria musicale lo testimonia la struttura del libro. Riuscendo a farsi ospitare alla Mecca del Bob Dylan Archive a Tulsa, Mossa ha studiato termine dopo termine, correzione dopo correzione, foglio dopo foglio i testi a disposizione che avrebbero portato alla lirica cantata nella registrazione. Analizza la scrittura a mano, la cronologia compositiva nei dattiloscritti, i take messi su nastro.

Dedica un intero capitolo alla filologia del brano in cui evidenza il campo sperimentale a disposizione di Dylan per aggiungere all’opera, e casomai poi cancellare, le sperimentazioni espressive che il flusso creativo dentro cui era totalmente immerso permetteva di fare. Quindi si concentra sull’analisi poetico-musicale del brano individuando una dicotomia all’interno dei versi e delle strofe che permettono di evidenziare il paradosso dentro cui la voce narrante si muove ovverosia la posizione di accusatore della protagonista e contemporaneamente l’intenzione di affermare una sua via d’uscita liberatoria.

anni 60

Si passa poi alla definizione della forma critica di Like a Rolling Stone, individuando una serie di paradigmi interpretativi, arrivando infine (appendici escluse) alla considerazione della sua trasformazione performativa nel tempo attraverso l’ascolto di nove rilevanti esecuzioni live del brano, dal 1965 (le celeberrime versioni al Newport Folk Festival e alla Free Trade Hall di Manchester, quella di “Judas!”), al 2018 (14 ottobre a Sugar Land, TX).

Ecco il punto. Like a Rolling Stone è l’esempio evidente di ciò che viene definita composition-in-performance , una composizione di cui è impossibile identificare quella autentica e definitiva, al di là delle registrazioni ufficiali su disco e della lirica pubblicata in un eventuale canzoniere. Riprendendo un principio espresso nel 1960 da Albert Bates Lord, citato dall’autore, un perfomer all’opera non si limita a eseguire ciò che lui o altri hanno composto.

col bastone

A maggior ragione con Like a Rolling Stone, risultano fondamentali l’intonazione di Dylan, le sue pause, i versi o i singoli termini accentuati e la dizione di quelli che scivolano come acqua di cascata, le varianti testuali, gli interventi dei musicisti, i dialoghi tra gli strumenti, gli abbellimenti del momento, le forme della struttura armonica, il rispetto o meno con la versione che apre Highway 61 Revisited.

Due anni tra ricerche e stesure sono costati questo volume all’autore. Lo immagino sommerso nell’identica forza creativa che mosse carne e spirito del Bardo di Duluth (definizione, che sottoscrivo, di Andrew Muir) per arrivare meticolosamente a dipanare il filo di Arianna di una composizione che continuerà a solcare i tempi.

Mossa ha acchiappato l’anguilla.


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