Andreina Grieco, l’oscurità cala su Yohnna

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Le fiction vi pescano con grandi reti, per le librerie sono un capitolo di ricavo consistente, i lettori occupano i social discutendo di ogni minimo personaggio eppure il fantasy ancor oggi non ha quel ruolo che meriterebbe. Almeno nel nostro Paese. Eppure anche da noi gli scrittori di qualità non mancano. Andreina Grieco, ad esempio. Dopo l’esordio, un paio di anni fa, con Yohnna e il Baluardo dei Deserti, eccola ora con il secondo volume che chiude le storie del suo protagonista, Yohnna e le Lacrime di Israfil, pubblicato sempre con Edikit.

In questo suo secondo romanzo si nota un deciso cambio di stile narrativo rispetto all’esordio. Il racconto si fa più cupo, a tratti oscuro, non mancano scene di schietta crudeltà. Cosa l’ha portata a questo dialogare con l’horror?

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«Non c’è stata una volontà precisa, ma è tutto originato da un insieme di fattori. Serviva un avversario all’altezza di Horèb. È così nato il personaggio di Shakara e poi la sua motivazione che la spinge ad allearsi con una setta satanica. Pensando a chi vende la propria anima per il potere, sono nati una serie di personaggi lugubri e senza morale che danno il tocco dark principale alla storia. Inoltre abbiamo così l’occasione per vedere Horèb all’opera nel suo lavoro di tutti i giorni: spazzare via i servi di Satana. Non nascondo poi che il passaggio da Salerno a Milano potrebbe avere influito sulle atmosfere più cupe e meno soleggiate.»

In un tempo in cui si tende ad allungare al massimo le avventure di un personaggio come mai ha deciso di finirla con Yohnna dopo soli due volumi?

«Il tema principale della saga è l’evoluzione del rapporto tra Yohnna e il Jinn Horèb. Penso che due volumi siano stati più che sufficienti a esplorare questo arco narrativo, di più sarebbe stato troppo. Inoltre, più prosaicamente, non avevo in mente altre avventure che potessero reggere con le trame di questi due libri. Niente però vieta di scrivere in futuro degli spin-off, ad esempio sugli altri Jinn oppure su Salima. Yohnna e Horèb ormai hanno esaurito il loro respiro, ma Horèb potrebbe tornare in un flashback con altri Jinn.»

Ci imbattiamo in un protagonista cambiato, più adulto nonostante la sua sempre giovane età. Qual è la vera morale di Yohnna?

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«Yohnna non ha in mente il bene a ogni costo. Vuole semplicemente difendere le persone a cui tiene ed è in cerca di una famiglia nel senso di persone con cui può avere una connessione. Quando una connessione per lui importante gli verrà strappata via, arriverà anche a scavare nel proprio lato oscuro per una vendetta che però in questo caso suona molto come giustizia, visto che gli individui responsabili sono un pericolo per chiunque.»

Ha creato un personaggio double face come Shakara: una guaritrice che incarna il male. Dal punto di vista letterario una scelta forte che si meriterebbe uno spin-off. Cosa rappresenta per l’autrice Shakara?

«Come ha ben detto Shakara nasce da due archetipi contrastanti: la donna malvagia e la guaritrice. Ho cercato di ribaltare entrambi gli archetipi. Così abbiamo la donna malvagia che si comporta come un qualsiasi uomo di potere e cioè tenta di disporre delle persone come vuole, non usa la sua femminilità come arma. L’archetipo della guaritrice viene invece rovesciato perché Shakara usa il suo potere benefico per un vantaggio personale, e non dovrebbe sorprendere così tanto. Si può vedere anche nella nostra realtà che chi ha il potere dicambiare le cose in meglio spesso usa le proprie risorse per se stesso. Inoltre per la trama secondaria di Yohnna che è alla ricerca del suo ideale femminile, Shakara rappresenta una femminilità matura e dominante, che spaventa ma attrae allo stesso tempo.»

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In una conversazione mi ha detto di aver studiato alcuni capitoli della saga di Game of Thrones per capire i trucchi su descrizioni e personaggi. Cosa ha preso da George Martin?

«La lezione numero uno che ci viene da Martin è che ogni personaggio ha la propria voce nei dialoghi. Non è necessario avere indicazioni per capire che sta parlando Joeffrey o Sansa. Anche io cerco di dare a ogni personaggio un modo di parlare diverso, ad esempio Shakara utilizza molti epiteti dolci in modo ironico. Questo succede anche per il punto di vista nei capitoli, non abbiamo veramente bisogno di leggere il titolo di un capitolo di Game of Thrones per capire di chi è il punto di vista. Io utilizzo due narratori, Yohnna e Horèb, che non potrebbero essere più diversi per il lessico usato, per il tipo di umorismo, per il grado di empatia verso cose e persone. Horèb non si scandalizza molto a vedere esseri umani uccisi, mentre Yohnna lo farebbe.»

Da appassionata di manga che eredità le ha lasciato questo tipo di lettura?

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«Ho ereditato molto dalla lettura dei manga giapponesi. In Yohnna, come nei manga, i personaggi maschili non sono i classici machi ma hanno molti lati femminili; sia i cattivi che gli eroi possiedono luci e ombre, non ci sono personaggi solo bianchi o solo neri. L’impegno e la costanza sono al primo posto come valori. I miei combattimenti sono iper coreografici e spettacolarizzati, come se potessi girare un film con budget infinito.»

Cosa ne pensa del fenomeno delle fanfiction che tra gli amanti del fantasy sono così frequentate?

«Penso che vorrei avere dieci anni di meno e voglia di scriverne ancora. Ai miei tempi, suona da vecchio, lo so, gli scrittori di fanfiction erano pochi e disprezzati dagli “scrittori veri”, ora le case editrici spesso vanno a fare scouting su Wattpad, un portale di fanfiction e storie originali. Wattpad è un modo facile per crearsi un pubblico, peccato che al momento non ho nessuna spinta a entrare in quel mondo, già mi sembra difficile quello degli scrittori emergenti.»

Lei si è mai cimentata a scriverne?

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«Adoravo scrivere fanfiction su anime e manga. Prendevo in prestito personaggi esistenti dei cartoni animati giapponesi e li facevo interagire tra di loro in storie inventate da me, ma mantenendo le loro caratteristiche, poi condividevo il risultato con gli amici sul web. Il mio cartone preferito era Slayers, in italiano “un incantesimo dischiuso tra i petali del tempo”, e la maggior parte delle fanfiction che ho scritto riguarda personaggi di questo cartone, uno sword & sorcery pieno di umorismo e magia. Da questa esperienza derivano sia la mia grande attenzione alla caratterizzazione dei personaggi (gli anime contengono sempre personaggi molto iconici e sopra le righe), sia la precisione con cui cerco di costruire le ambientazioni e le battaglie fantasy.»

Del suo lavoro come programmatrice ha detto che è fonte di creatività. Può spiegarla meglio?

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«Per la parte di cui mi occupo, e cioè l’implementazione delle interfacce grafiche per siti web e app, è richiesto un grande sforzo per entrare nei panni dell’utente. Dobbiamo capire il suo comportamento tipico, evitargli il più possibile gli errori, presentare le informazioni in modo più chiaro possibile. È un esercizio di immedesimazione. Inoltre non dobbiamo trascurare anche la bellezza dell’interfaccia grafica. Abbiamo dei grafici che ci danno indicazioni sulla distribuzione degli spazi e sui colori però spesso c’è anche il tocco creativo dello sviluppatore.»

Fantasy, fantascienza, horror o una storia in stile La Strada di McCarthy: per un’autrice, il momento che stiamo vivendo che tipo di romanzo suggerirebbe?

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«Penso che questo 2020 sia un grande romanzo distopico. La distopia in genere risponde alla domanda “come reagirebbe l’umanità all’introduzione di un elemento peggiorativo nella società?” e questa è la risposta che ci stiamo dando: abbiamo personaggi eroici che si sacrificano per il bene comune, figure grette e meschine che pensano al proprio tornaconto, regole che cambiano all’improvviso e che richiedono adattamento, tanti saliscendi emotivi e un finale imprevedibile.»


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