Simone de Beauvoir e la morte dolcissima di sua madre Françoise

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Se la morte può essere una liberazione, il morire è una lacerazione, sofferenza a volte insopportabile, atrocità multipla. Pressoché sempre un’indebita violenza. Privilegio raro riuscire ad andarsene con un soffio nel sonno o spegnersi in quiete. Tutti gli uomini sono mortali, ma se nell’esistenza il cammino vale più del fine che si vuole raggiungere, il percorso verso l’ultima porta è la tragedia che ci disvela il vero volto del Male.

Simone de Beauvoir lo scrisse in un magnifico libro intitolato Una morte dolcissima (Une mort très douce, nel titolo originale), uscito nel 1964 per Gallimard e nelle nostre librerie due anni più tardi grazie a Einaudi, ancor oggi detentrice dei diritti. La morte è quella di sua mamma Françoise, settantasette anni, per cancro all’intestino, scoperto dopo una banale caduta della signora in casa che le procurò una frattura del collo del femore.

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Il libro, con la abituale scrittura elegante e lineare dell’autrice, racconta il lento spegnersi della donna, accudita da Simone e dalla sorella Poupette. La camera di un ospedale di Parigi diventa una trincea, con medici meticolosi e infermiere impassibili. E poi boccali, tubi comunicanti con lo stomaco e l’intestino della paziente, il cui braccio sinistro è bloccato dall’apparecchio della flebo.

E mentre ricorda che sua madre aveva “un orrore animale della morte”, Simone ammette che le sua disperazione fugge dal suo controllo. Nonostante la dizione inceppata, riesce a cogliere sulle sue labbra parole che la signora riesce ancora “a estrarre in un soffio” e si accorge di come una vita può scendere e come altrettanto “negli ultimi istanti di un moribondo si può raccogliere l’infinito”.

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La scrittrice di tanto in tanto inserisce il passato che per la madre è ormai svanito. La vita da borghese, i rapporti tra Françoise e le figlie, la crescita difficile quando l’età della gioventù inizia a bussare alla porta, la vita quotidiana, i sacrifici e i momenti di serenità. Ma è solo leggero condimento. La trincea è il letto dell’anziana signora e il fucile è, più che nel cuore, nel cervello di Simone de Beauvoir. Che una cosa ha ben chiara al centro della mente. Per quanto una vita si sta spegnendo seguendo il corso che deve avere nel rispetto della dignità di chi è chiamato a un nuovo viaggio, non esiste una morte naturale, perché di ciò che accade a un essere umano mai nulla è naturale in quanto la sua sola presenza mette in discussione il mondo intero.

Morire è un duro mestiere. Che a volte dura a lungo viaggiando in parallelo con ciò che fa restare al mondo della vita di chi accompagna. E a volte è più repentino nel suo voler portare a termine il lavoro, sporco quanto una vita possa essere sublime, ma dovuto una volta venuta alla luce la cosa che nega. Per un nuovo cammino o per nessuno, questione di fede.

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Simone de Beauvoir, incapace come sempre di donarsi al sentimentalismo, ma senza distacco, fissa con occhi lucidi ma fermi questi due anelli di congiunzione, vita-morte, e il modo in cui il secondo si muove imperterrito fino al clic finale nell’abbraccio definitivo al primo (lo avrebbe ripetuto in parte con La cerimonia degli addii nel 1981 raccontando gli ultimi anni di vita del suo compagno Jean-Paul Sartre). Sembra quasi che intessa un dialogo intimo con l’azione dello spegnimento, annullandosi, come la sorella, per la madre. A cui ci sono voluti solo dei giorni per diventare pura memoria. Ma la cui “azione a svanire” è il paradigma di un momento che, chissà perché, ci sembra ancor oggi fino all’ultimo innaturale. Morire è un durissimo mestiere.

SIMONE DE BEAUVOIR AND THE VERY EASY DEATH OF HER MOTHER FRANÇOISE

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If death can be a liberation, the act of dying is a knife to the heart, sometime an unbearable suffering, a multiple atrocity. Almost always a regrettable violence. It’s a rare privilege passing by with a breath in the sleep or dying out at rest. All men are mortal, but if during the existence our path is more relevant than the final result to which we ten to, the way to the last door is the tragedy that reaveals us the real face of Evil.

Simone de Beauvoir wrote it in a esxtraordinary book entitled A Very Easy Death (Une mort très douce, in the original), released in 1964 for Gallimard. The death written about is that of her mother Françoise, 77 year old, due to a intestine cancer, identified after a common fall of the lady at home that provoked her a the fracture of the thigh-bone.

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The book, written with the usual elegant and linear style of the author, tells the slow drainin away of the old woman, looked after by Simone and her sister Poupette. The hospital room becomes a trench, the doctors are meticuolous, unperturbed the nurses. Then tankards, tubes connected with the stomach and the intestine of the patient whose left arm is blocked by the phleboclysis equipment.

And while she’s reminding that her mother felt a wild horror of the death, Simone admits that her own desperation runs away from her control. Despite the obstructed elocution, she succeeds in catching from the lips the words her mother is still able to pull out from a puff and she relizes how a life can decrease and at the same time how in the very last moments of a moribund a whole infinite can be embraced.

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Every now and the the writer includes the past, time that for the mother at this has point vanished. The burgeois life, the relationship between her and her daughters, the difficult growing up when youth comes knoking at the door, the sacrifices and peaceful moments. But this is just a slight dressing. The trench is the bed of the old woman and the gun is, more than the heart, a weapon in Simone de Beauvoir’s brain. And in the middle of the author’s mind just one truth is sticke. No matter if a live is blowing out following the natural course in accordance with the dignity of who is called to start a new journey, a natural death doesn’t exist because about what happens to a human being nothing is never natural inasmuch human being’s mere presence questions the entire world.

Dying is a hard job. That sometime lasts a lot, travelling alongside what remains of the life of who it goes along with. Sometime is much more sudden in wanting to complete the work, as much dirty as a life can be sublime, but proper at the moment came to light what it is going to deny. For a new path o for none, question of faith.

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Simone de Beauvoir, as always rejecting any kind of sentimentalism, but with no detachment at all, stares with shining eyes these two rings of the same chain, life-death, and the way in which the second one moves undaunted to the final click in the definitive hug around the first one (she would repeat in Adieux: A Farewell to Sartre in 1981, telling the last years of the life of his partner Jean-Paul Sartre). It seems she intertwines an intimate dialogue with the extinguishing action, calling her off, as is for the sister, for her mother, who needed just few days to turn into memory. But whose action to vanish seems always something innatural to us even now. Dying is real a very hard hard hard job.


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