Mr. Tambourine, il Jokerman di Maggie’s Farm

Creato da Michele Murino nel 1999, dal 2008 Maggie’s Farm (http://www.maggiesfarm.eu) è nelle salde redini di Mr. Tambourine. Di lui pubblicamente si conosce il certosino lavoro sul sito, tanto amato dai fan di Bob Dylan (e, per chi scrive, una compagnia quotidiana) e che è un dylaniano di lungo corso. Null’altro, l’anonimato è sacro.

Maggie’s Farm è un prezioso pozzo di conoscenza per chi è appassionato o vuol apprendere vita e opere del Nobel per la letteratura 2016. Dentro c’è realmente di tutto: discografia, testi in originale e tradotti, concerti e loro recensioni, liner note, poesie, aneddoti, curiosità, leggende, interviste e discorsi, interventi di celebri studiosi di Dylan (Alessandro Carrera, tanto per fare un nome), brani cantati o suonati su album di altri artisti, opinioni sui suoi dischi, libri, quadri, panoramiche sulle news da tutto il mondo e tanto altro ancora. Insomma una Babele dylaniana da lustrarsi gli occhi.

Ma soprattutto ci sono gli incontri/scontri tra i lettori. Ognuno con il suo contributo, tra il cercare i significati nascosti tra le linee dei versi delle canzoni, le confessioni su quanto e cosa l’artista offre alla vita dei fan, gli interventi su questo o quel lato della sua creatività, l’invio di video.

E Mr. Tambourine con pazienza a mediare, incitare, approvare o correggere, ma soprattutto a ringraziare per l’interesse che ogni amante di Dylan mostra per Maggie’s Farm. Che, non fosse che per la passione che trasuda, nel panorama internazionale, corre con la stessa forza dei più celebri siti dedicati al Bardo di Duluth.

Questa la chiacchierata con Mr. Tambourine.

Quando e come è avvenuta la tua scoperta di Bob Dylan?

«In modo abbastanza strano. Nei primi anni ’60 io, come altri milioni di miei coetanei, ero completamente schiavizzato e invasato dalla musica e dall’aspetto dei Beatles. Avevo lontanamente sentito parlare di Bob Dylan ma mi ero fermato lì. Poi uscì, credo nel 1965, Mr. Tambourine Man incisa dai Byrds e fu allora che scoprii che la musica americana non era solo Elvis Presley, ma che qualcosa di nuovo stava succedendo anche oltreoceano. Invece la prima volta che sentii Blowing In The Wind fu dalla voce di una quasi sconosciuta cantante che si esibiva tutte le sere alla allora famosa Cremeria Coccodè di Inverigo dove la Milano bene del tempo arrivava per gustare un gelato e sentire musica. Dopo qualche sera la canzone cominciò a entrarmi in testa e allora cercai la versione di Peter, Paul and Mary che, come per i Byrds, mi catturò per la forza delle armonie vocali, facendomi capire che oltre ai Beatles c’erano altri artisti che sapevano cantare a tre voci.

Così cominciai a coltivare Dylan al fianco dei Beatles, ma, l’1 maggio del 1966 i Beatles si esibirono all’Empire Pool di Wembley davanti a quello che sarebbe stato il loro ultimo pubblico pagante. Ovviamente nessuno ancora poteva saperlo, e il 10 aprile 1970 il Daily Mirror uscì col titolo a carattere cubitali “Paul quits the Beatles”, e il successivo 31 dicembre 1970 divenne la data ufficiale dello scioglimento. “Caz… pita e adesso? Allora cominciai a guardare con più interesse all’America e ad ascoltare Bob Dylan, naturalmente capendo poco o niente di quello che cantava, ma le prime traduzioni facevano già capire che la storia stava cambiando, i testi idioti tipo I give you a diamond ring my girl diventavano How many roads must a man walk down/ before you call him a man?. C’era una differenza colossale e tutto il mondo cominciò a capire.»

Bob ha cambiato nel corso degli anni arte, volto, voce. Quale il tuo preferito?

«Come personaggio senz’altro quello della Rolling Thunder Revue che è rimasto e sarà sempre insuperabile, mentre quella di Blonde On Blonde è la “musica irraggiungibile”, senza per questo togliere nulla ad altri capolavori, ma questa è solo la mia preferenza.»

Nella sua ultima intervista al New York Times giusto prima dell’uscita di Rough and Rowdy Ways Dylan ha affermato che la pandemia Covid-19 è il presagio di qualcos’altro che verrà è che forse siamo alla soglia della distruzione. Che ne pensi di questa visione apocalittica?

«Sono 50 anni che Dylan lo sta ripetendo in diverse forme, The Times They Are A-Changin, All Along The Watchtower, Ballad Of A Thin Man, A Hard Rain’s A-Gonna Fall, Chimes Of Freedom, Desolation Row, Gates Of Eden, tanto per citare qualche titolo. Certamente questa pandemia ha cambiato il nostro mondo e gli effetti li vedremo nel tempo, io ho più paura dei danni che l’uomo riesce a fare contro la natura che di questi virus, l’uomo è peggio del Covid-19, l’uomo uccide per il piacere di uccidere, mentre tutto il resto delle creature, virus compresi, uccidono per sopravvivere e non per dominare.»

A proposito del suo ultimo disco. Che effetto ti ha fatto?

«Difficile dirlo adesso, però da quello che ho ascoltato finora sembra essere un grande disco con un Dylan diverso dal solito, con tematiche nuove ben miscelate con le sue usuali. Bisogna assimilarlo, studiarlo, analizzarlo, leggere fra le righe, capire i riferimenti e poi, solo dopo questo lungo lavoro, si potrà dire se questo album entra di prepotenza nella Top 5 dylaniana.»

Io lo trovo musicalmente in gran parte meditativo e letterariamente premonitore, se non addirittura profetico. Che ne pensi?

«Sono d’accordo con te, mi sembra un Dylan che fa le somme della propria vita anche se forse il risultato potrebbe anche non interessarlo più di tanto in quanto, a una certa età, ciò che ha fatto è fatto e il futuro diventa molto ma molto rarefatto.»

Da Michele Murino hai raccolto da anni l’eredità di Maggie’s Farm. Una bella fatica davvero, immagino.

«Ti dirò, oggi, dopo 12 anni di Maggie’s Farm, mi sono stabilizzato, ma all’inizio è stata veramente dura, soprattutto perché i lettori non accettavano il fatto che Michele avesse lasciato il sito nelle mani di un incompetente in campo dylaniano e non avevano tutti i torti, ma Mr.Tambourine ha recuperato il terreno perduto dimostrando che Michele ci aveva visto giusto.»

Che idea ti sei fatto degli appassionati che seguono Dylan?

«È strano, c’è chi lo ama svisceratamente e chi lo odia senza sapere veramente il perché. Tutti sono duri e intransigenti nei loro giudizi, per loro “Dylan non può mai sbagliare”, come fosse una legge integralista. Ma anche lui è un uomo, con tutti i pregi e difetti della razza umana. Nel campo dell’arte ha fatto grandi cose, segnato un punto difficile da raggiungere per i futuri artisti, ma nella vita ha avuto le sue gioie e i suoi dolori come tutti noi, in amore spesso si sbaglia e da quanto scrive sembra che lui abbia sbagliato tante volte e sofferto moltissimo. Ma questo succede un po’ dappertutto, in ogni campo della vita, come in un grande campo di calcio, dove ci sono gli amanti del bel calcio, gli amanti di un particolare atleta, quelli che comprendono e quelli che non ammettono niente di niente come gli ultras. Sostanzialmente sono tutti tifosi della squadra, ma tra uno e l’altro ci sono differenze enormi e, a mio avviso, questo succede anche coi fan dylaniani.»

E dei tuoi Farmer?

«Che ti posso dire, all’inizio è stata molto dura, con diverse contestazioni, poi pian piano son riuscito a far capire e accettare che avere una idea diversa da un altro non è un delitto di lesa Maestà, è solo un’idea diversa e basta. Ognuno ha il suo disco preferito di Bob e quello che non riesce più a sentire, ma sono solo sfumature soggettive e personali che non inficiano il valore del lavoro di Dylan. Oggi ci sono diversi lettori che scrivono con frequenza al sito intavolando dei buoni scambi di idee e opinioni, il tutto nel rispetto dell’altra persona e nella correttezza dialettica. Trovo tutto questo altamente positivo e a loro dico grazie per il grande aiuto che mi danno.»

E che idea ti sei fatto dell’idea che Dylan ha di chi lo segue?

«Credo che dopo 60 anni di concerti gli importi ancora del suo pubblico ma che tenda a non dimostrarlo, forse è una forma mentale che s’insinua nella testa di un artista al quale la musica ha dato tutto e ancora di più. Dylan è osannato ormai da tutti, anche dai critici che lo hanno sempre martellato perché faceva figo fare il picconatore alla Cossiga per intenderci, ma lui ha continuato per la sua strada infischiandosene dei gusti e dei desideri del pubblico, infatti raramente gli rivolge una parola, ha reso i concerti come una visita a un carcere, niente foto, niente filmini, niente ricordi, niente schermi, chi è lontano trenta metri dal palco probabilmente fa fatica anche a vederlo, specie nei periodi nei quali si esibiva con le spalle rivolte alla platea. Però il Nobel l’ha vinto solo lui, quindi ha ragione lui, e tutti quelli che sono insorti all’annuncio del premio erano solo dei piccoli invidiosi che il Nobel non lo vinceranno mai.»

Che effetto ti fa, se qualche effetto ancora te lo procura, vederlo in concerto solo al piano e senza la sua chitarra?

«È soltanto una questione di abitudine, strumentalmente Dylan è scarso sia al piano sia alla chitarra, ma non ha importanza, i musicisti intorno a lui sorreggono bene queste mancanze. Ci sono stati gruppi d’accompagnamento poco felici e altri, come per l’attuale band, che funzionano a meraviglia. Dylan è anche migliorato al piano e questo è positivo. Per la chitarra rimane un po’ di nostalgia, ma poi si comprende che a 80 anni si possono avere acciacchi che ti impediscono di suonare uno strumento con la usuale manualità.»

Dylan anguilla, Dylan serpente, Dylan sfuggente. Un abito che ha voluto appiccicarsi addosso o un tratto naturale della sua personalità?

«Credo si tratti solo della sua personalità estremamente timida, una naturale timidezza che riesce a vincere con la sua arte, ma questa è solo la mia opinione.»

L’hai menzionata: cosa fu per te l’epica Rolling Thunder Revue?

«L’America della musica raccolta intorno a Dylan per un tributo a un Artista unico al mondo.»

In concerto Dylan rifiuta praticamente da sempre di eseguire due volte alla stessa maniera il medesimo brano. E soprattutto mai nella versione del disco. Rifiuto della celebrazione della sua arte e della sua persona, amore per la cangiante tradizione musicale orale, necessità di proporre sempre qualcosa di nuovo, voglia di libertà o cosa?

«Nei concerti è cosa usuale cambiare qualche parola del testo proprio per far capire che il pubblico non sta ascoltando la ripetizione del disco. Molti anni fa un concerto era fatto dalla ripetizione più uguale possibile alla registrazione originale, ma poi le strumentazioni e le tecnologie cambiarono dando la possibilità agli artisti di rielaborare e riarrangiare i loro pezzi. Diventò anche una furba mossa di mercato perché l’artista offriva al suo pubblico cose note ma con un altro vestito e ciò era sufficiente a fare business. Dylan sfruttò alla grande queste possibilità che venivano messe a disposizione della sua fantasia e della sua grande creatività, una vera mazzata alla monotonia, a volte esagerava nei cambiamenti e la gente non riusciva nemmeno a capire che canzone avesse eseguito, ma alla lunga diventò anche un gioco divertente scoprire che canzone Bob stesse per eseguire già dalle prime note. Io direi che questi cambiamenti dal vivo sono un’ulteriore celebrazione della sua arte ampliata da sempre nuove idee, non seconda la voglia di libertà essendo nota l’idiosincrasia dylaniana per le “etichette”, non scordiamo che non accettò mai di essere “taggato” come “la voce della sua generazione”.»

La sua arte è un matrimonio di suono e parola. Tranne in rare occasioni però non si è cimentato molto sulla pagina scritta pura. Una di queste fu Tarantula. Qual è il tuo giudizio su questo libro?

«Tarantula sembra un lavoro fatto solo per far soldi, frasi buttate giù in momenti diversi nell’arco di dieci anni da Dylan. Il rischio che si corre inoltrandosi nella fitta foresta della dylanologia è quello di cadere nella cecità critica o quello di indulgere in una celebrazione incondizionata della sua opera omnia, negando talora la discutibilità del valore di alcune sue produzioni e Tarantula forse si colloca fra queste ultime. Ma, essendo un’opera scritta, manca della usuale dimensione sonora alla quale si è abituati ascoltando Dylan e se nelle canzoni si cerca l’emozione in un testo solo scritto è più difficile trovarla. Nonostante queste premesse, Tarantula non è un’opera priva di valore nonostante possa sembrare un inno al caos compositivo, alla libera parola spogliata dalle regole letterarie.

«Il libro è scritto con la tecnica del cut-up, inventata dalla fervida mente di William S. Burroughs, che semplicemente consiste nel ritagliare parole di un testo già esistente, per creare un nuovo significato, mischiandole in un ordine diverso. Dylan, Bowie, Patty Smith, Frank Zappa, Sonic Youth, Deaborah Harry e molti altri la utilizzeranno. In sostanza Tarantula fu forse una delusione per i dylaniani che si aspettavano da Bob sempre cose oltre la normalità comune e questo libro, pur avendo un suo valore intrinseco, lasciò dietro di sé questo sapore di delusione. D’altronde lo stesso Dylan non si è mai dichiarato soddisfatto di Tarantula e quando gli fu chiesto il senso rispose: “È solo un libro di parole”. Certamente il Nobel per la letteratura non l’ha vinto con Tarantula

Spesso i suoi testi non sono di facile o immediata lettura. Dylan ama prediligere una struttura basata su un tempo narrativo non lineare. Non racconta una storia compiuta dall’inizio alla fine. Sta anche in questa tecnica, che consente di immaginare qualunque sviluppo che i suoi versi possono prendere, una delle ragioni di tanto interesse tra i suoi cultori?

«Dopo aver conosciuto Norman Raeben la vita di Dylan cambiò drasticamente. Nell’aprile del 1974, a New York, Dylan andò a cercare un insegnante di pittura del quale alcuni suoi amici gli avevano parlato in termini entusiastici. Si trattava di Norman Raeben. Nel suo studio all’undicesimo piano del palazzo della Carnegie Hall teneva corsi di pittura e di guida alla comprensione del fatto pittorico. Raeben gli chiese se volesse dipingere. Dylan rispose di sì. Gli mise davanti agli occhi un vaso, lo tenne in vista per una trentina di secondi, poi lo fece sparire e gli disse: “Adesso lo dipinga”. Come Dylan stesso raccontò anni dopo, si rese conto che il vaso lo aveva guardato ma non visto. Fece un disegno a memoria e Raeben borbottò che poteva andare e lo ammise al suo corso. Dylan, che era andato dal maestro solo per curiosità, invece di tornare in California, rimase a New York per due mesi, e per cinque giorni la settimana, seguì gli insegnamenti di Raeben. Dylan autodidatta intransigente e un po’ arrogante alla fine aveva incontrato un maestro. Raeben gli insegnò che lo ieri, l’oggi e il domani sono tutti nello stesso spazio e dopo quell’esperienza Bob scoprì di non essere più in grado di comporre liberamente come aveva fatto fino ad allora. Il pittore gli insegnò come riuscire a vedere le cose. “Mise insieme la mia mente, la mia mano e il mio occhio, in una maniera tale da permettermi di fare in maniera consapevole quello che sentivo in maniera inconscia”, avrebbe poi detto Dylan.

«Nelle sue nuove canzoni comincia ad apparire l’assenza del tempo, una componente non più necessaria per raccontare una storia. Dylan fatica a relazionarsi con chi gli sta intorno, dice di non capire più sua moglie Sara e alla fine la loro unione sfocerà nel divorzio. Ma ormai Bob aveva capito che strada percorrere e lo fece senza voltarsi indietro. Ora non ha più importanza se non racconta una storia dall’inizio alla fine in maniera convenzionale, ora può raccontare quello che vuole e nel modo che vuole. Non saprei dirti se questo fatto accese ancora di più l’interesse dei suoi fan, certo è che l’interpretazione dei testi dylaniani diventò un nuovo argomento di discussione da parte di tutti, critica e fan.»

Dal punto di vista letterario quale, secondo te, l’autore con cui ha più empatia?

«Non saprei proprio rispondere a questa domanda, sono talmente tanti e diversi fra loro i letterati, scrittori e poeti che ha citato, direttamente o indirettamente, nelle sue opere che si potrebbe dire che ha preso da molti e da nessuno, è rimasto fedele a se stesso e al suo modo di scrivere. Prendere ispirazione da un altro è una cosa, plagiarlo è un’altra. Di certo anche Bob ha avuto i suoi periodi nei quali ha sentito maggiormente l’influenza di qualcuno che lo aveva colpito per il modo di scrivere o di vivere, ad esempio il giovane Rimbaud o prima ancora quando cercò di diventare il clone di Guthrie. Poi fu condizionato da Raeben e negli ultimi anni è stato catturato dei classici americani e sinatriani da farci ben 5 dischi. Tutto ha fatto parte di una continua evoluzione e maturazione, e se oggi abbiamo quest’ultimo capolavoro, ancora tutto da comprendere e svelare, è proprio grazie all’infatuazione passata per quel tipo di musica tanto diversa dalla sua. Lui l’ha masticata, digerita e fatta sua, poi l’ha sputata fuori a modo suo ed è uscito Murder Most Foul. Forse, a Dio piacendo, nei prossimi anni Dylan muterà ancora e ancora una volta ci stupiremo come fanno i bambini davanti alle caramelle.»

Ormai Dylan è diventato oggetto di studio e di culto planetario. Continuano a essere pubblicati libri a frotte, i fan spaccano il capello in quattro per trovare nei suoi testi abissi di significato, i musicologi analizzano nota per nota l’incastro dei suoi suoni, viene studiato nelle Università. È diventato un classico alla pari di Beethoven e Joyce. Che riflessione ti fa fare tutto questo?

«Come disse tempo fa il professor Alessandro Carrera, forse il più esperto dylanologo italiano, Dylan è un universo tutto suo, un unicum impossibile da copiare e difficile da interpretare e capire quindi, qualunque cosa possano dire su di lui, non mi stupisce più di tanto. Joyce era più bravo, Shakespeare anche, Beethoven più musicale? Queste cose con Dylan non hanno nessuna importanza perché, essendo un unicum non può essere paragonato a nessun altro.»

Quale, tra tutta la sua enciclopedica produzione, il suo album meno riuscito?

«Vox populi dice Self Portrait, un disco fatto apposta in modo orrendo per allontanare da Dylan coloro che gli stavano troppo addosso, come gli hippy fanatici e molesti che avevano cominciato a infastidire lui e la sua famiglia, fino a intrufolarsi in casa, costringendolo a comperare un fucile. Poi ci fu quel tizio (A.J. Weberman, ndr) che iniziò a frugargli nella spazzatura e la cosa finì con una grande scazzottata con un Dylan infuriato. Ma cosa volevano? Perché insistevano a considerarlo un portavoce della loro generazione, perché lo accusavano di aver tradito la causa a loro chiarissima ma che a Dylan sfuggiva? Self Portrait sarebbe stato il mezzo per allontanarli? O forse, più un autosabotaggio che un autoritratto? Che stesse cercandoo di disgustare gli hippies è un fatto appurato, cosa già tentata con Nashville Skyline, un disco simil-country buono per il pubblico degli spettacoli tipo il Grand Ole Opry o come il Johnny Cash Show, mentre i giovani bruciavano le cartoline di chiamata per il Vietnam e Dylan si rifiutava di dire la sua opinione riguardo a quella guerra. Stare molto lontani dalla controcultura e più vicini alle cose di pessimo gusto pareva dovesse funzionare. Invece Self Portrait va oltre, e come autosabotaggio funziona fin troppo bene, anche se la prima vittima del disco è proprio Bob Dylan, lontano mille miglia dal Bob Dylan che la gente era abituata a sentire, questo era un altro, un Dylan vestito alla moda delle country-star con i pezzi overfarciti da cori e violini che travalicano i limiti della parodia.

«Nel 1975 Lou Reed, incazzato con la sua etichetta, incise un’ora di rumori, distorsioni e feedback e pubblicò il doppio album col nome di Metal Machine Music, un album volutamente inascoltabile. Per Bob Dylan invece, quel disco fu Self Portrait, uscito nel 1970, mentre lui, ritiratosi dalle scene viveva solo e lontano dalle scene a Woodstock con la sua famiglia e non reggeva più chi vedeva in lui un faro artistico, politico ed esistenziale. Niente rivoluzioni musicali o poetiche, su Self Portrait c’era solo roba mediocre… «What is this shit?» («Cos’è questa merda?»), fu l’attacco della recensione del disco a firma di Greil Marcus su Rolling Stone, con quella che sarebbe diventata una delle più celebri stroncature di sempre (forse più celebre del disco stesso). A tutt’oggi, il periodo a cavallo tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta è considerato tra i meno creativi della carriera di Dylan. Ma, contro le previsioni dylaniane, Self Portrait entra in classifica tra i Top Ten. La merda di Dylan funzionò, forse un errore dei fan che inevitabilmente comprano qualsiasi cosa uno faccia ribaltando le sue intenzioni. Self Portrait non è soltanto un disco pieno di roba senza senso, sono due dischi di roba senza senso o, come affermò Dylan stesso 15 anni dopo, un mucchio di merda (“crap”, come disse lui), eppure da quella bruttura uscirà The Mighty Quinn (Quinn The Eskimo) che nella versione dei Manfred Mann raggiunse il 1° posto in Inghilterra, a simple twist of crap potremmo dire! Ancora oggi Self Portrait è considerato una merda, proprio come il titolo di Marcus l’aveva descritto.»

Avendo la possibilità di incontrarlo e di fargli una e una sola domanda, cosa gli chiederesti?

«Ti giuro che non saprei cosa dirgli, l’imbarazzo e l’emozione sarebbero così giganteschi da bloccarmi i pensieri e le parole!»

I suoi tre album fondamentali nella tua personale scaletta di preferenza.

«Al primo posto senz’ombra di dubbio Blonde on Blonde, quel magico wild thin mercury sound mi catturò 50 anni fa e ancora oggi mi fa lo stesso effetto, quel suono mi mette i brividi. La chiusura della trilogia più importante della musica rock, Blonde On Blonde fu il primo doppio album della storia, ci vollero due dischi per racchiudere la valanga creativa di Dylan dal ’65 al ’66. Non c’è un solo secondo inutile in questo capolavoro, l’album che è stato più vicino al suono sognato da Dylan e mai più ricreato. Registrato a Nashville con l’aiuto di meravigliosi turnisti abituati a suonare pezzi country affiancati da Robbie Robertson, Dylan realizza un unicum mettendo così l’accento al suo periodo più creativo.

«Al secondo posto il secondo album della sua carriera e senz’altro il suo primo capolavoro, quel The Freewheelin’ Bob Dylan con la famosa copertina di Bob che cammina con Suze (Rotolo, ndr) sottobraccio in mezzo alla neve di New York. L’album essenziale del suo periodo folk, un’incredibile raccolta di canzoni con le quali Dylan fu di fatto eletto portavoce della sua generazione, ruolo che ha sempre rifiutato con veemenza, ma che è molto di più dei suoi meravigliosi testi, ogni canzone qui è un tesoro assoluto, sia dal punto di vista del testo che della melodia. Dylan esce dall’ombra di Woody Guthrie anche se si sente ancora la sua influenza in Talking World War III Blues, ma con questo disco Bob regala al mondo una buona manciata di canzoni gloriose che catturano come pochi altri lo “spirito dei tempi” di allora. Qualunque artista o band che avesse avuto la capacità di registrare canzoni tipo Blowin’ In The Wind, Girl From The North Country, Masters Of War, A Hard Rain’s A-Gonna Fall o Don’t Think Twice, It’s All Right avrebbe avuto di certo un posto tra i più grandi. In questo album troviamo questi capolavori raccolti insieme e registrati da un ragazzo che aveva appena compiuto 22 anni. Incredibile, no? Ma vero.

«Per terzo è doveroso citare Highway 61 Revisited. Il punto di non ritorno per Dylan, un capolavoro per molti versi e il momento in cui la musica rock raggiunse la vera maturità. Un Dylan in pieno estro creativo che mescola blues, rock e folk in una combinazione libera da restrizioni e con alcuni dei testi più incredibili della storia delle canzoni. Dio che chiede un sacrificio umano sulla Highway 61, Mr. Jones che non sa nulla di quello che gli sta accadendo intorno, pietre che rotolano e una affascinante camminata nel vicolo della desolazione con ospiti famosi come Cenerentola, Einstein o il Fantasma dell’Opera. Aggiungiamo naturalmente alcuni meravigliosi musicisti, Al Kooper sopra tutti, Mike Bloomfield che con la sua 63’ Telecaster colora di magico il flusso dei testi dylaniani, ed ecco uno dei migliori dischi di tutti i tempi. Un album che si apre come una fiaba (“C’era una volta…”) e si chiude con un’amara dichiarazione: “In questo momento non riesco a leggere molto bene, non mandatemi più lettere, a meno che non le spediate da Desolation Row”. Like A Rolling Stone e Desolation Row, l’esplosività dell’elettrico contro la bellezza dell’acustico, due delle migliori canzoni di tutti i tempi per fare da insuperabile cornice a un disco unico e indimenticabile.»

E le tre canzoni?

«Like A Rolling Stone, la miglior canzone rock di tutti i tempi, che sottolinea la stupidità del modo di vivere di certe persone, salvo poi naturalmente la fatale caduta dal piedestallo. Milioni di persone potrebbero identificarsi nella mitica Miss Lonley della canzone, persone famose che si ritenevano indistruttibili e invincibili, inutile far nomi perché troppo palese, e persone che si erano illuse di essere e invece non erano.

«Poi Forever Young, quasi un inno, una preghiera, un desiderio impossibile descritto con immagini meravigliose. Ascoltate la cover di Patty LaBelle e capirete la potenza, la suggestione e l’emozionalità di questa poesia cantata.

«Al terzo posto, come diceva Rino Tommasi nelle sue cronache sportive “sul mio personalissimo cartellino”, metterei I’ll Remember You. Io leggo una certa disperazione fra le parole di questa canzone che mi fa sempre tornare alla mente un carissimo amico che mi ha lasciato anzitempo. Mi ricorderò sempre di lui, anche quando avrò scordato tutto il resto.»

MR. TAMBOURINE, THE MAGGIE’S FARM JOKERMAN

Created by Michele Murino in 1999, since 2008 Maggie’s Farm (http://www.maggiesfarm.eu) is steadily led by Mr. Tambourine. About him we just know his meticulous work on the site, that receives so much follow-up by Bob Dylan’s fans (and, as far as who writes these lines, a daily companion) and that is a long-standing Dylanist. Nothing else, the anonymity is inviolable.

Maggie’s Farm is a preciuos source of knowledge for those who are fond or want to learn life and work of 2016 Nobel Prize in Literature. It’s got really everything in here: discography, original and translated (in italian) lyrics, concerts and reviews, liner notes, anecdotes, interviews and public speakings, speeches of famous scholars of Dylan (Alessandro Carrera, just to quote a name), songs sung or played on other artists albums, viewpoints about his records, books, paintings, overviews on the news from the world and much more. In short, a Dylanist Babel that makes your eyes shine.

But above all it’s enthralling reading the meeting-clashes among readers. Each one brings his contribution, looking for the hidden meanings of the lyrics, the confessions about how and what the artist gives to fans’ lives, the ideas on this or that side of his creativity, videos uploaded. And Mr. Tambourine patiently moderates, urges, approves or corrects and, above all, thanks each Dylan’s fan for the interest and passion showed toward Maggie’s Farm. A web land that on the international scene runs as fast as the most celebrate sites dedicated to the Bard of Duluth.

Below the conversation with Mr. Tambourine.

When and how did it happen you bumped into Bob Dylan?

«In a quite strange way. Early in the 60’s, like millions of peers I was completely trapped by the Beatles. I remotely heard something about Bob Dylan but nothing more. Then, I think it was 1965, Mr. Tambourine Man came out cut by The Byrds and it was then that I realized that American music was not only Elvis Presley. The first time I knew Blowing in the wind was in at the time famous club, Cremeria Coccodè in Inverigo where you could take your icecream and listening to music, sung by an unknown lady. The song began turn in my head so that I bought Peter, Paul and Mary’s version that grabbed me for the strenght of its vocal harmonies and make me understand that there were other artists able to sing with a three-part harmony as well as The Beatles.

«So I started to loot at America with more interest and listen to Bob Dylan, obviously understanding a little or nothing of what he sang, even though the first translations would start to circulate made us understand that the story was beginning to change. Idiots lyrics such as I give you a diamond ring my girl began How many roads must a man walk down/before you call him a man? An enormous difference and the whole world started to understand.»

Throughout the years Bob has changed art form. Writing and voice. Which is the period you like best?

Bob Dylan – Blonde on Blonde: 1966-127-001-003
Manhattan, New York, USA 1966

«As a character definitely that of the Rolling Thunder Revue, something that will remain unsurpassed, while Blonde On Blonde is the “unreachable music” in my opinion.»

Recently, in a New York Times interview just before the release of Rough and Rowdy Ways, he has aserted that pandemic Covid-19 is the omen of something else that is going to come and that maybe we’re on the eve of a distruction. What about this apocalyptic vision?

«It’s been 50 years that Dylan goes on repeating it, The Times They Are A-Changin, All Along The Watchtower, Ballad Of A Thin Man, A Hard Rain’s A-Gonna Fall, Chimes Of Freedom, Desolation Row, Gates Of Eden, just to quote some titles. Certainly this pandemic is changing our world and in the future we’ll know it’s effects, but I fear most the damages caused by humankind than these viruses. Man is worst than Covid-19, man kills for pleasure, the others creatures, viruses include, just to survive.»

Speaking of his latest record. How did it feel listening to it?

«It’s demanding to say, but I think it shows a quite different Dylan. We have to absorb, to study, to analyze it, reading between lines and only then it’ll be possible to say if it’s in the Dylanist Top 5.»

I feel it musically mostly meditative and literarily predictive. What about it?

«I agree with you, it seems a Dylan looking at his whole life even if maybe he doesn’t care the result so much.»

You carry on the legacy of Maggie’s Farm from Michele Murino. I guess it’s a hard work.

«After twelve years looking after Maggie’s Farm I’ve found my balance but at the beginning it was hard because the readers wouldn’t accept the fact that an incompetent came to run the site, but Mr.Tambourine has made up for lost time proving Michele’s decision was right.»

What’s your take on the whole set of the passionates that follow Dylan?

«It’s curious, someone adores him, some others hate him without a particular reason. People are inflexible toward him, according to them Dylan never can make a mistake. But he’s a member of humankind as well with strenghts and weakness of humankind. In the field of art he has reached the highest levels but in his private life he got joys and sorrows like the whole of us, above all as far as his most heartfelt affections are concerned.»

And about your Farmers?

«At the beginning it was hard too but day by day I succeeded in making understand that it’s possible to have different ideas about Bob. Each fan has his favourite Dylan and that’s natural. Nowadays a lot of readers write frequently, there’s a good exchange of ideas and opinions among them. I find this really positive and I thank all of them for the great help they give me.»

And what’s your take on the idea Dylan gets about his audience?

«I think that after sixty years he still cares about his audence even though he doesn’t show. I think it’s just a feature of his personality. He’s praised by everyone, even by those who once beat him because disapproving him was a cool thing. He’s always gone his way and never cared about everyone’s taste and, just an example, on stage he would play without saying a word to the audience. But he got the Nobel Prize so he’s right and those who rose up at the announcement were only envious people which never will get the Nobel Prize.»

How does it feels, if still an effect you get, watching him on piano and animore playing guitar?

«It’s just a matter of habit. He’s never been a skilled player, bot for guitar both for piano but often with a bunch of great musicians, such as the current band. Dylan has improved as a pianist and that’s positive. As far as the guitar, ok a little bit of nostalgia remains but it’s natural that when youre turning eighty you can suffer from some aches and pains that don’t let you play an instrument with the usual craftiness.»

Dylan eel, Dylan snake, Dylan elusive. A particular dress he decided to wear or a natural feature of his personality?

«I guess it’s just a feature of his extremely shy personality, a shyness that he’s able to overcome with his art.»

You mentioned it above. What was for you the epic Rolling Thunder Revue? 

«The America of music gathered around Dylan for a tribute to an Artist unique all over the world.»

On stage Dylan never plays his repertoire in the same way the same way. And above all never the way a track it’s recorded. Refusal of the celebration of his art and person, passion for the changing musical oral tradition, need to offer always something new, desire of freedom or what else?

«In live concerts it’s usual to change some words of the lyrics to let the audience know that it’s not a mere repetition of the record as instead it happened many years ago. Dylan soon began to arrange in different ways his tracks to give a kick to monotony, sometime overdoing in the changes. People didn’t understand which song he had played, but in the long run it became a funny game discovering the track he was playing from the first notes. I think that these changes are a proof of his art increased always by new ideas. It’s not to underrate his desire of freedom, it’s known his aversion for tags, let’s not forget he’s never accepted to be tagged as “the voice of his generation”.»

His art is a wedding between sound and word. However rarely he took on the page without music. As he did for example with Tarantula. What’s your opinion about this book?

«Tarantula seems to be something made for business. The risk we face if we immerse in the Dilanology thick forest is double: falling into a blind criticism or indulge in a unconditional celebration of his opera omnia, rejecting the disputableness of the value of a part of his production, for example such as Tarantula. In spite of that I don’t think Tarantula gets no worth at all even though it can give an impression of a hymn to creative chaos, to the free word stripped from literary rules. Fans were disappointed but even himself was satisfied by the book that he considered: “Jus a book of words”. Certainly he didn’t got Nobel Prize in literature thank to Tarantula

Very often his lyrics are not easy to understand immediately? He prefers a structure based on a non-linear narrative time. He doesn’t tell a complete story from the beginning up to the end. Is also in this tecnique, that allows to imagine any road his verses can take, one of the reasons of the huge interest he causes among his cult followers?

«In April1974, after meeting Norman Raeben in New York, Dylan’s life drastically changed. He was in search of a painting teacher and some friend of him had told him the name of this painter who would teach a class. For about thirty seconds Raeben set before his eys a vase and told him: “Now paint it”. Some years after Dylan told that he realized how he had looked at the vase without seeing it. He went on following Reuben’s teachings for two months, five days a week, and he was taught that concepts like yesterday, today and tomorrow are all into the same space. Bob realized he was not able to compose freely as he had done until then anymore. The painter taught him how to see things.

«In his new songs the absence of time started to come out. It’s not a necessary part to tell a story yet. It’s not important if he doesen’t tell a story from the beginning up to the end, now he can tell what he wants in the way he wants. I can’t say if this fact sparked the interest of the fans but for sure it was a new topic of discussion between critics and fans.»

From a literary point of view which is the author he shows more empathy with?

«It’s impossible to say, they’re so many that we could say he took something from everyone and none. Surely he passed some moments in which he got the influence of a particular artist like Rimbaud for example, or before Guthrie. Then he was influenced by Raeben and in the latest years from American classics and Sinatra, cutting five records around them. Everything is a portion of an evolution and maturation and if now we have this last gem of him it’s only thank to the infatuation passed for that kind of music so different from his. He chewed it, digested it and then spit it all out his way writing Murder Most Foul. Maybe, please heaven, in the next years Dylan will change once more and we’ll be amazed like children with candies.»

He’s a worldwide object of study and cult. A neverending kind of books goes on to be published, the fans split hairs to find in his verses abysses of meaning, the musicologists analyse note by note the the recess of the sounds, each word of him is pored over and he’s taught in the universities. He’s as classic as Beethoven, Dante and Joyce. What’s your reflection on that?

«As Professor Alessandro Carrera, maybe the most expert scholar of Dylan in Italy, said some years ago, Dylan is an universe unicum, impossible to imitate and difficult to interpret and understand. Was Joyce better than him, Shakespeare as well and Beethoven more musical? That doesn’t matter with Dylan because, being an unicum, he can’t be compared to anybody.»

Among his extended career, which is his most off-track album?

«Vox populi says Self Portrait, a record released in a horrible way on purpose to move away all those who stayed too close to him, like the fanatic hippies who had started to bother he and his family, getting into his house and forcing him to buy a gunshot. Than that dude (A. J. Weberman, editor note) who began to go dumpster diving making Bob get so angry to punch him. What did these people want from him? Why did they persist on considering him a voice of their generation while Bob wasn’t giving a damn to be indicated as a traitor of a cause he wouldn’t understand? Could Self Portrait be the way to move from them? A self sabotage or a self portrait? He had already begin to distance himself from hippies with Nashville Skyline, a record good for an audience who used to follow shows as Grand Ole Opry or Johnny Cash Show, while young people were burning the call cards for Vietnam and Dylan would refuse to say a word on the war. At the end Self Portrait turned to be a self sabotage and the first victim is Dylan himself.

«Like in 1975 Lou Reed, pissed off with his label, recorded one hour of noises, distorsions and feedback cutting the double Metal Machine Music, Bob Dylan had done Self Portrait in 1970, while he was living faraway in Woodstock with his family. No musical or poetical revolution, into Self Portrait there was only mediocre stuff. “What is this shit?” were the first words of the review by Greil Marcus on Rolling Stone, one of the most famous cutting off ever. But against all odds it became a Top Ten record. Dylan’s shit worked in an opposite way because fans buy everything. Yet, from that ugliness The Mighty Quinn (Quinn The Eskimo) will come out that in Manfred Mann’s version reaches number one position in Uk, a simple twist of crap we could say.»

If you had the chance to meet him and ask him just one question, what would you ask him?

«I swear I wouldn’t know what to tell him, embarassment and the emotion would be so huge to halt thoughts and words.»

His three essential records in your personal list.

«No doubt about the first position: Blonde on Blonde, that magic wild thin mercury sound imprisoned me as fifty years ago as now. Not a worthless second on this double album, the first of rock music. A masterpiece that was the closest one to the sound Dylan dreamt and never recreated again.

«Second position for his firs masterpiece, The Freewheelin’ Bob Dylan, the one with the so well-known jacket with he walking with Suze (Rotolo, editor note) underarm. The essential album of his folk period, something that is more than its marvellous lyrics, each song is an absolute treasure. Dylan comes out from Woody Guthrie’s shadow, even an influence is perceived in Talking World War III Blues. Any artist or band, writing songs such as Blowin’ In The Wind, Girl From The North Country, Masters Of War, A Hard Rain’s A-Gonna Fall o Don’t Think Twice, It’s All Right, would have had a own place among the most important musicians of all time. And he was only a twenty-two year boy. Unbelievable. But true.

«In third position it’s proper to quote Highway 61 Revisited. The no-return point for Dylan, a masterpiece, a moment in which music reached the real maturity. Full of inspiration and creativity, Dylan blends blues, rock and folk in a free combination from limitations and with some of the most unbelievable lyrics in song history. God that asks a human sacrifice on Highway 61, Mr. Jones who doesn’t realize anything on what’s happening around him, rolling rocks and a charming walking in the desolation row with famous guests such as Cindarella, Einstein or the Phantom of Opera. Let’s not forget some huge musicians, Al Kooper above all, Mike Bloomfield who, with his 63’ Telecaster, gives colours to the magic flow of Dylan’s lyrics. Here it is of one of the best record of all time that begins as a fairy tale (Once upon a time) and ends up with a bitter statement (Right now I can’t read too good/Don’t send me no more letters no/Not unless you mail them/From Desolation Row). Like A Rolling Stone and Desolation Row, the explosiveness of electric versus the beauty of acoustic, two of the best songs of all time, the unsurpassing frame for a unique and unforgettable record.»

And his three songs?

«Like A Rolling Stone, the best rock song ever, a song that underlines the foolishness of the way of living of somebodye, before the fatal fall from the pedestal. Millions of people could identify themselves in the legendary Miss Lonley of the song, people who considered themselves tough and invincible.

«Then I’d say Forever Young, almost a hymn, a prayer, an impossible desire depicted with marvellous images. Do listen to Patty LaBelle cover and you’ll understand the power, the suggestion, the emotion of this chanted poem..

«In third position I’ll Remember You. I read a certain desperation between the words of this song that makes me always come back to a very dear friend who left me prematurely. I’ll always remember him, when I’ve forgotten all the rest


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