Dischi, il mio Empireo 11

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Anche questa non è una classifica. Anche questa, come nel caso dell’articolo precedente, è la lista della mia vita. Undici titoli di dischi che, nell’universo pop e rock, hanno più di ogni altro influenzato i miei gusti musicali. Non necessariamente la top eleven delle mie preferenze, ma i dischi che più di altri hanno segnato il mio cammino preferenziale. Con un’unica condizione: un solo titolo per artista. Titoli di formazione quindi. Di quando, godendomi il presente, sentivo che il meglio mi si doveva ancora presentare davanti.

Gli undici dischi di cui ho penetrato con orecchio e animo i solchi (eh sì perché si parla di vinile, alla mia bella età il disco era il vinile o la musicassetta come succedaneo, tipo il caffè vero e i suoi surrogati di cicoria o d’orzo durante la guerra). Canzoni che mi hanno scaldato il sangue. Di un tempo che d’accordo mai più ritornerà, ma che intanto arrivò.

 

Bruce Springsteen – The River

the riverAllora, 1980, la summa di 25 anni di rock’n’roll. Per me, una Bibbia esistenziale, romantica, anticonformista, libera nel sapore e inebriante nel gusto. Doppio disco pieno di pezzi trascinanti e lenti che tagliano le viscere tanto arrivano in profondità.

La strada non più come sfida o redenzione, ma spazio cosmico dentro cui scontare la propria natura (imperfezioni comprese), la notte come luogo dell’anima per tentare grandi imprese intime (Independence Day) e strambi gesti per poderosi risultati (Drive all night), il fiume (The River) che si inerpica a catarsi dentro un flusso d’armonica iniziale che più magico non ci sarebbe stato.

Una lunga camminata per non smettere di perseguire le idee che sorreggono la nostra carcassa al pari di muscoli, nervi e tendini e ridimensionare il peso dei peccati a vita vissuta, posare gli occhi sulle tragedie e trovare una sintesi perché di un senso c’è sempre bisogno (Wreck on the highway) . Il lancio esistenziale e la conseguente ricaduta a terra dei due precedenti album di Springsteen trovano qui un nuovo capitolo. Quello dell’uomo che, con due soldi di esperienza in tasca, non smette di voler costruirsi e costruire.

 

Bob Dylan – Desire

Pistol shots ring out in the barroom night / Enter Patty Valentine from the upper hall / She desiresees the bartender in a pool of blood / Cries out, “My God, they killed them all!” . Nella mia bella roulotte dove trascorrevo le vacanze estive coi miei genitori e le mie sorelle in un campeggio della Valle d’Aosta a metà degli anni ’70 ecco la mia scoperta di Bob Dylan. Via radio. Colpo di fulmine. Canzone interminabile, andamento incantato, voce polverosa da narratore vero. Hurricane. La storia del quale avrei conosciuto più tardi.

Album alchemico. Impreziosito dal violino di Scarlet Rivera e contenente pezzi tra i più alti del futuro premio Nobel (Sara, Romance in Durango, One more cup of coffee), in grado di dipingere, come un Pollock con le note il ricordo di una vita in comune, la malinconia, l’anelito di libertà, la rabbia e tutta una tavolozza di stati d’animo umani a cui Dylan, con una band nuova di zecca, si ricrea bardo che, come un indiano che scende dalle montagne, racconta storie con ballate e lenti canti funebri.

 

Fabrizio De André e PFM – In concerto vol 1.

de andre pfm 1La più lirica poesia in musica dell’artista genovese colorata dai suoni del gruppo rock progressive milanese. Versioni tratte da concerti del 1979 a Bologna e Firenze nel gennaio 1979 che per moltissimi (compreso chi scrive) avrebbero sostituito per trascinante bellezza quelle originali (Bocca di Rosa, Il pescatore, La guerra di Piero, Giugno ’73, La canzone di Marinella).

Il repertorio più celebre senza che l’ascolto si avvicini lontanamente a un’operazione juke box. Le tastiere, i sintetizzatori (Fabio Premoli e Roberto Colombo) e i violini (Lucio Fabbri) a creare nuovi risvolti armonici, gli arpeggi sulla chitarra classica di Franco Mussida a dare nuova aria d’apertura, il basso di Patrick Djivas a pompare tanto buon cupo beat, la batteria e le percussioni di Franz Di Cioccio a spingere sempre più in là il ritmo, la sei corde elettrica sempre di Mussida a preparare nuovi risvolti armonici e nuovi contrappunti tra melodie e voce. Quella caldissima e nobile di Faber. L’unica in grado di dar compiuta forma a una penna poetica come non ce ne sarebbero (e sono) mai state nella musica contemporanea italiana.

 

Pink Floyd – The Wall

Le ossessioni e le psicosi di Pink (alias Roger Waters) in un’opera rock. Anzi nell’opera the wallrock per eccellenza. Il panico e la pazzie provocati dal successo, l’alienazione che inietta lo stardom in chi ne è alfiere, l’assoluta solitudine dell’essere umano, la nausea sartriana che prova chi esce frutto del sistema educativo e familiare inglese, la disumanizzante memoria che si porta appresso chi ha perduto il padre in guerra, la spersonalizzazione dei rapporti umani quando l’altro da sé si chiama pubblico adorante e groupie.

Paranoia e isolamento che, giorno dopo giorno, fanno crescere un muro protettivo attorno al protagonista. Lo stesso che, alla fine di un processo mentale in cui Pink è imputato, viene condannato a essere abbattuto per permettere/obbligare al suo “protetto sequestrato” di doversi confrontare con la vita.

Maestosità musicale firmata (anche nelle liriche) quasi esclusivamente da Roger Waters, salvo rarissimi interventi in sede compositiva di Dave Gilmour. Si va da impressionanti timbriche che procedono come un carro armato a lievi sonorità che trattengono a stento una sinistra aria di apocalisse esistenziale. C’è tutto dentro questo doppio disco. Spaesamento, sbilanciamento e grida di aiuto. Aiuto, soprattutto. Psiche in musica di disorientante bellezza.

 

Dire Straits – Love Over Gold

love over goldL’amore sull’oro. Il sentimento sull’interesse. Bene, ma se c’è un disco di Mark Knopfler in cui la dark side dell’esistenza s’impone sul tentativo, per quanto imperfetto, dell’essere umano di procedere retto su due gambe ben piantate sulla terra questo è proprio Love Over Gold.

Due pezzi sopra ogni altro: Telegraph Road e Private Investigations. Quasi ventidue minuti di musica in due canzoni (al tempo, un unico lato del vinile) per narrare della sconfitta del singolo come animale sociale che crea ma a cui viene tolta ogni cosa, memoria inclusa. E per darci un quadro non più ottimista dell’uomo “per sé”, come singolo essere sulla terra che alla sera, nel caldo e nel chiuso della sua casa, si abbandona a un’investigazione privata per rendersi conto di cosa ha messo in tasca della sua esperienza terrena. Retrospezioni che si preferiscono ascoltare che vivere in prima linea. Con lenti pizzichi delle dita sulle corde della chitarra o lievi appoggi dei polpastrelli sui tasti del piano e una voce che più calda non si può.

Knopfler è un mago nel creare atmosfere stilistiche con suoni minimali che escono dalla sua inconfondibile chitarra. Nel disco si percepisce una nuova tensione emotiva, oscura, quasi incavata in quella melma fangosa che improvvisamente può diventare la nostra vita. Un suono perfetto, adamantino nelle tenebre dentro cui va a scavare. Il suo album più prog-rock.

 

Franco Battiato – Fisiognomica

Dopo aver ascoltato per la prima volta L’Oceano di Silenzio capii l’autentica vena classica di Franco Battiato. L’album già mi aveva offerto prove di decise altezze spirituali fisiognomica(Fisiognomica, E ti vengo a cercare, Il mito dell’amore), ma questo discorrere di Dio con quel precario canto lieve supportato dall’intervento di una soprano che canta in tedesco mi lasciò senza fiato.

Un insieme di musica araba e classica, cori che intervengono composti e in modo più incisivo rispetto alle precedenti prove dell’autore. Un incedere spesso lento ma costante come a voler annullare la componente del tempo, riflessioni su quanto la biologia umana dice oltre l’immagine che ci dà di se stessa, sull’atomo più profondo che lega una relazione umana, sulle tradizioni e sì, sull’unico essere senza centro né principio. Lo avrei capito molto tempo più tardi. Con Apriti Sesamo Battiato compose la seconda parte della mela di Fisiognomica.

 

Big Brother and The Holding Company – Cheap Thrills

cheap thrillsLa voce più lacerante del rock. Un insieme di grida d’amore e stampo per l’abbandono. Janis Joplin riuscì a essere pienamente felice solo sul palco o comunque dietro a un microfono, ma quasi mai riuscì a comunicare a pieno la sua felicità. Perché la sua voce umana non tradì mai la sua missione e cioè trasmettere ciò che lei era e provava anche quando e dove stava bene.

Qui rabbia e disperazione prendono soprattutto la forma dell’originale rivisitazione di Summertime (magnifiche la tonalità bassa della sua interpretazione e la lenta acerba chitarra che la sorregge) di Piece of my heart e Ball & Chain, cantate in modo straziante, ora come un sussurro ora come un urlo liberatorio. Un pugno di canzoni struggenti che tra rock e blues definiscono la carica esistenziale intensa, vulnerabile e bruciata della cantante di Port Arthur. Perché, al di là dei musicisti del gruppo, questo disco è Janis Joplin.

Il disco viaggia sempre sull’emotività interiore di chi ne presta la voce ammaliante, bilanciato tra richiesta d’amore e solitudine che schiaccia i sentimenti con la musica che segue come un paracadute la le sofferte performance. Un album immortale di un’anima tormentata.

 

Renato Zero – Zerolandia

Perché Renato non è mai stato solo costumi, trucco e lustrini. E neanche solo provocazione e ambiguità. Questo l’album con cui lo conobbi, secondo capitolo della trilogia d’oro degli anni ’70, tra Zerofobia ed Ero Zero.zerolandia

Undici pezzi che dalla strepitosa apertura (La favola mia) alla chiusura (Uomo, no) delineano profilo e centro di una commedia umana che esce dal ring della convenzione di quegli anni (siamo nel 1978).

Con Cini, Pintucci, Evangelisti e Conrado, Renato Zero è qui autore di canzoni che formano un’autopsicanalisi del proprio vissuto tra margini sociali e speranze mai riposte, università della strada ed elevazioni spirituali. Renato provoca e lo fa di brutto per chi ha l’età di ricordarsi lo scandalo di Triangolo, spingendo il tacco sull’acceleratore della sessualità (con l’aggiunta di Sbattiamoci, Chi sei, Sesso o Esse) poi si ferma a riflessioni più private sull’uomo, la sua natura, le sue infinite potenzialità e miserie. La melodia la fa da padrona, anche se non mancano atmosfere anni Trenta (Amaro Madely) , ritmi decisamente rock (Sesso o Esse) o funky (Triangolo).

Per ultimo. Avete mai fatto caso alla copertina? Non vi dà l’idea di una statua della Libertà uscita da un film di Fellini?

 

Leonard Cohen – Various Position

various positionNo, non per Hallelujah, ormai più conosciuta per la celeberrima cover di Jeff Buckley. Sia chiaro, canzone meravigliosa. Ma Dance me to the end of love con quel la la la del coro femminile iniziale è un incanto di tango estremamente teatrale, con l’amore posto al centro della pista da ballo che roteando e volteggiando spazza via come fa la scopa la barbarie umana.

Nonostante i temi religiosi e gli interrogativi spirituali affrontati ecco il suo disco pop per eccellenza. Album limpido, ricco, spesso sereno, molto ispirato. C’è la “nuova voce coheniana” di Coming back to you, e ci sono le due bellissime tracce con la piacevole presenza di Jennifer Warnes, Night comes on, delicata come una piuma, e If it be your will, ballata struggente con quegli abbellimenti appena accennati.

Sta nascendo il Cohen crooner, mentre è già con noi il Leonard biblico. Un album sintetico, strutturato perfettamente, con un altro paio di gemme oscure (l’ipnotica The Law e The Captain, una sorta di western song ch il Nostro sa cucirsi bene addosso parlando dell’insensatezza delle guerre con il violino quasi a suggerire le parole delle strofe. Classe ed eleganza. Ne rimasi ammaliato al primo scorrere della puntina. Non un’impresa, direte voi, se è Leonard Cohen a esibirsi. Giusto, non un’impresa.

 

The Rolling Stones – Tattoo You

L’attacco di chitarra di Start me up , pezzo d’apertura del disco, e fui conquistato. A.D. 1981, i Rolling Stones esistevano già da duecentosette anni. Rock puro in quattro quarti, tattoo yousenza fronzoli, disco composto principalmente di outtake (poi scoprii) su cui Mick Jagger scrisse testi e intervenne aggiustandone le melodie.

La batteria di Charlie Watts suona come deve suonare la batteria di Charlie Watts, cioè scarna ed essenziale, Bill Wayman (che ancora faceva parte della band) si sente solo se lo si vuole ascoltare (e non è certo una critica), Keith Richards e Ronnie Wood ci danno dentro alle chitarre con innumerevoli dialoghi elettrici (e in Little T&A Richards addirittura è voce solista), e poi lui, egli, il divino Mick. Canta preciso, poi deciso, poi sguaiato, poi in falsetto, poi quasi come voce recitante.

Mi piace tutto di questo album. Anche quando non sapevo che gente come Sonny Rollins e Pete Townshend vi avevano collaborato. L’opening track, strafamosa, strabella, strabruciante e stratutto okay, ma Waiting on a friend mi commuove, Neighbours e Hang Fire sono schegge che testimoniano quanto l’essere umano sia essenzialmente movimento, Heaven è pura psichedelia. Un’eccellenza delle eccellenze fatta di undici brani freschi, solare fonte di un’eccitazione vitalistica che non ha fine.

 

The Doors – Waiting For The Sun

waiting for the sunSarà anche considerato il disco più commerciale dei Doors, ma per me vale più del tanto celebrato album d’esordio quanto dei molto più quotati Strange Days o Morrison Hotel.

Amo di questo album la forte schiera di pezzi melodici e di ballate. Love Street, Summer’s almost gone, Yes the river knows, Not to touch the Earth e le mie due preferite dell’intero mazzo: Wintertime love e Spanish Caravan.

Suoni insolitamente lineari, delicate armonie per canzoni gentili e delicate, cambi di ritmo ma decisamente meno compulsivi e violenti rispetto al loro più tradizionale repertorio anche se qua e là si ascoltano tempi incalzanti se non quando addirittura spettrali.

Si parla di estati metaforiche che se ne vanno e di altrettanti simbolici inverni che arrivano, di Vietnam, di vie dell’amore. Ci si rifà (Spanish Caravan appunto) al grande autore asturiano Albéniz rileggendo un classico della musica spagnola dell’Ottocento trasformato in un pezzo di chitarra in stile flamenco adattato da Robbie Krieger che poi esplode in un riff mulinante che va di pari passo all’organetto magico di Ray Manzarek.

E a permeare l’intero disco la voce affascinante di Jim Morrison. Un poeta, musicista e cantante a cui la bellezza ha tolto al suo essere artista più di un voto nella considerazione collettiva.


2 risposte a "Dischi, il mio Empireo 11"

  1. Che pezzo Corrado!! Gli album e gli artisti che ci racconti sono pietre miliari per molti della nostra generazione (ce ne sono almeno 4 che avrei messo anch’io).
    Ma la cosa che più colpisce è come li racconti: anche chi non li conosce, con le tue descrizioni ne può cogliere l’essenza ed essere incuriosito.

    Musica che ha fatto la storia, e noi possiamo dire di averla vissuta, amata, ascoltata in diretta.

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