Letteratura, il mio Empireo 11

01Questa non è una classifica. Questa è la lista della mia vita. All’interno c’è il titolo narrativo che più di ogni altro ha segnato il mio cammino fino ad anni 55 della mia passeggiata terrena (che lascio volutamente inespresso), ma è l’insieme di questa formazione che costituisce ossa, muscoli, tendini, viscere, legamenti, articolazioni, vene, arterie, bulbi e pupille, canali acustici di quel che sono io.

Gli undici libri che più mi hanno parlato nel mentre li leggevo. Che mi hanno scaldato vene e arterie. Sempre nella consapevolezza che, pubblicato questo articolo, mi possa capitare tra le mani un libro che, come balena in oceano, stravolga le onde. La parola fine si scrive alla fine, non è vero?

P.S. Le immagini che ho scelto per illustrare l’articolo ritraggono le copertine delle edizioni che posseggo dei romanzi di cui parlo.

 

de beauvoir tutti gli uomini sono mortaliSimone de Beauvoir: Tutti gli uomini sono mortali

La vita maledetta di Raimond Fosca, nato nell’immaginaria e italiana Carmona il 17 marzo 1279 e ancora vivente nel 1947 quando il romanzo, il terzo dell’autrice francese, vedrà la luce. Quasi settecento anni di vita per un desiderio, espresso e accolto, di essere immortale.

Non ebbe successo, ma fu il tentativo più ambizioso di portare l’esistenzialismo dalla filosofia al romanzo. Ancor più de La Nausea di Jean-Paul Sartre (a cui il libro è dedicato) e Lo Straniero di Albert Camus, anche se Storia e casse delle librerie avrebbero decretato un epilogo un po’ diverso.

Se vi è impossibile (ipotetica retorica) comprendere l’a-temporalità di Dio è invece ben possibile intuire l’abissale ripugnanza per un’esistenza che cancella, e solo per sé, il tempo. Gettati nella società ma con l’annullamento della nostra natura di esseri sociali. Solo la finitudine dà valore a ogni singola azione che compiamo, solo la presenza della morte dà peso, profilo e sostanza alla nostra vita. Affetti compresi. Anzi, affetti in prima linea.

Tutto questo Ramon Fosca lo ha dimenticato. Invecchiano gli altri accanto a lui, invecchia e muore il mondo attorno al quale lui gravita, ma lui rimane sempre identico a se stesso. Con l’obbligo di reinventarsi di volta in volta per scontare la condanna di rivivere sempre ed esattamente la stessa esistenza nei secoli dei secoli.

 

Fernando Pessoa: Poesie di Álvaro de Campospessoa poesie di alvaro de campos

Vi bastino questi versi. Non sono niente/ Non sarò mai niente/ Non posso voler essere niente/ A parte ciò ho in me tutti i sogni del mondo. Bum! Esplosione nucleare. Di polpa di vita.

È l’attacco di Tabaccheria, poesia scritta da Pessoa, nell’eteronimo Álvaro de Campos, il 15 gennaio 1928. De Campos è, del poeta, l’alter ego meditativo, ozioso, nato decadente e arrivato sperimentatore, capace di cogliere il succo di un’esistenza da una virgola, vorace di ogni tipo di bellezza, affamato di mondo da oltrepassare l’inquietudine del padre in carne e ossa. Il vero pittore di Lisbona ombelico del mondo, il più dinamico eteronimo di Pessoa tra i tanti che lo scrittore ha avuto, un autentico Vate che in questo volume offre un’autentica dimostrazione imprevedibile di come si riesca a fare sontuosi Natali con soli fichi secchi tanto da ricevere sulla testa il cappello del Suprematismo.

Versi folgoranti, intrisi di una bellezza della malinconia che non si fa mai esercizio di estetica, fonte di una voglia di vivere che definirei mozartiana. E la poesia citata all’inizio, Tabaccheria, per me fa il paio in altezza con La Pioggia Nel Pineto di Gabriele D’Annunzio.

 

dostoevskij delitto e castigoFëodor Dostoevskij: Delitto e Castigo

Un delitto è cosa abominevole che riporta l’essere umano nella caverna o non si deve fare perché chi lo commette rischia la galera o la vita stessa? L’ex studente di legge, Rodiòn Romànovič Raskòl’nikov ne ha addirittura commessi due. Un’odiosa vecchia usuraia (premeditato) e la poveretta di lei sorella (improvviso). Seguono febbre cerebrale, angosce, rimorsi, tormenti,paranoie, paura di essere scoperto, discesa verso il nichilismo più abituale secondo la moda intellettuale russa del periodo (1866).

Il castigo in Siberia (anche per evitare che un innocente paghi per lui) è nulla rispetto al dolore di non essere quel super uomo pensava di essere. L’uomo che persegue la retta via se, togliendo via un male (l’uccisione di un’usuraia) provoca anche solo indirettamente del bene (nessuno sarà più vessato da tale essere). Lo avrebbero fatto anche Keplero e Newton. Lui no. Lui è caduto sull’orrore di aver commesso il più definitivo dei crimini, quello senza ritorno.

Romanzo omnicomprensivo. Non solo l’esistente che precede l’essere, ma anche ateismo, capitalismo, socialismo, carità umana, impeti rivoluzionari, grovigli psicologici, scoperta della fede cristiana, rinascite spirituali, amore. Per chi scrive, il punto più alto raggiunto dallo scrittore russo. Il più oscuro ma allo stesso tempo il più incline a farsi trovare pronto quando la luce gira. Narrativamente così ricco che potrebbe essere citato come padre del noir. Il punto di partenza che sorregge Crimini e Misfatti , film del 1989 di Woody Allen.

 

Victor Hugo: I Miserabilivictor hugo i miserabili

Quanto ho amato Jean Valjean! E Cosette? Non è una meraviglia di personaggio? Una lettura fisica fu la mia. Quell’ex forzato, bastardo ma buono come un santo, è stato il mio eroe. Un’umanità, la sua, che l’ambiente attorno non merita. Il cattivissimo e integerrimo Javert, tutore della legge, lo avrei accoltellato io, senza neanche la promessa di uno straccio di immunità.

La meravigliosa prosa di Victor Hugo, l’ambientazione (in parte) nei moti antimonarchici francesi del 1832, la miseria, l’ottusità del potere, il riscatto personale ancor prima che social, la morale e l’etica come companatico quotidiano, l’ingiustizia come tratto ordinario dell’esistenza.

Il mio romanzo storico (qualunque cosa questa definizione voglia dire) per eccellenza. Romanzo fluviale ma dal respiro resistente. Pagine che grondano d’amore e di speranza. Di violenza, crudeltà e di sopraffazione. Di coraggio e incoscienza. Un Dickens baciato dalla grazia. Nuove tavole della legge (letteraria) in cui è scolpito che l’amor fati vale quanto e anzi ben di più del risultato che si ottiene alla fine dell’opera. Il vero romanzo progressista (di nuovo, qualunque cosa questa definizione voglia significare).

Non è sempre notte. La notte prima o poi scolora. Ma per essere degno del giorno devi impegnarti con l’ultima forza dei tuoi muscoli e delle tue ossa. E buttando nella mischia l’intera riserva di sangue che ti sei creata da usare quando c’è di mezzo la tua sopravvivenza.

 

georges simenon il viaggiatore del giorno dei mortiGeorges Simenon: Il Viaggiatore del Giorno dei Morti

Scritto nel febbraio del 1941 e uscito con più di vent’anni di ritardo in Italia, inizialmente col titolo La cassaforte dei Mauvoisin per Mondadori poi entrato col nuovo titolo da quando Adelphi acquistò dal figlio l’intero catalogo.

Il roman-roman che più amo di Simenon. La perfezione simenoniana racchiusa in un inizio e in una fine. L’esordio in società del giovane Gilles Mauvoisin segna la progressiva entrata in una storia nera, conosciuta pezzo dopo pezzo e condotta come se al suo fianco ci fosse un tale di nome Jules Maigret.

A ben vedere sembra che non molto accada. Niente che non si possa prevedere che accada nel mondo del Ventesimo secolo in una cittadina francese, soprattutto in un ambiente dove il denaro circola, il potere si fa sentire, i sospetti e i ricatti sono un po’ il pane e l’acqua della vita spirituale e morale dei protagonisti. Niente di nuovo, no?

Qui entra in gioco la maestria dell’autore. Srotolare la storia facendone respirare l’atmosfera via via più torbida, desolatamente più pesante, come un virus pronto ad attaccare gli spiriti più innocenti.

Ci sono morti e arresti. Parte una partita mortale tra il giovane e i notabili di la Rochelle. Gilles è un equilibrista nato e l’essere sbarcato in città nel giorno dei morti non è frutto di una semplice coincidenza. Neanche l’aver avuto come genitori due circensi è roba da poco conto. Se l’ordine deve rimanere intatto attenzione a chi non ha smesso di appoggiarsi, forse per inesperienza o incoscienza, all’imprevedibilità.

Scrittura asciutta, dialoghi michelangioleschi tanto sono stupefacenti. Purissimo Simenon.

 

Jack Kerouac: Sulla Stradakerouac sulla strada

Il mio romanzo di formazione. Tappa obbligata per i giovani della mia generazione. Fuori dall’icona resta un signor romanzo. Di un signor narratore. Il più dotato della Beat generation. Il più autodistruttivo se non maledetto.

La storia, appunto sulle strade americane e messicane, di Sal Paradise (eponimo dell’autore), di Dean Moriarty (Neal Cassady), Carlo Marx (Allen Ginsberg) e di altri protagonisti di quel movimento letterario non è solo il simbolo di un’iniziazione verso la ricerca del più profondo se stesso. La storia è il frutto di un’architettura narrativa rivoluzionaria, quasi joyciana, una tessitura filamentosa di frasi e periodi che s’intrecciano con lo sperimentalismo dell’improvvisazione jazz.

E dentro al quadro un bruciare di esistenze alla ricerca di un umanesimo irrequieto che prova nuovi orizzonti, sempre in movimento, anzi, col movimento stesso ancor più importante del luogo in cui esso porta. Una visione antitetica al conformismo ideologico dell’America degli anni Cinquanta, la voce di una nuova frontiera che tra sesso, musica, benzedrina non perde il suo colore più autentico. Quello della necessità di accettare l’essere umano senza la lente del pregiudizio.

Scritto quando l’autore aveva 29 anni nel 1951 (in tre settimane su un unico rotolo di carta di 36 metri), il romanzo è ancor oggi una prova di scrittura assolutamente fuori dai cardini.

 

luigi pirandello uno nessuno e centomilaLuigi Pirandello: Uno, Nessuno e Centomila

Vitangelo Moscarda c’est moi. Ma lo siete anche voi, chi vi credete d’essere? Il povero Gengè non s’aspettava questo colpo basso da sua moglie. Ma che ti è successo, hai il naso un po’ storto! Bye bye all’identità personale. Anche solo per una leggera deviazione del setto nasale, magari solo presunta? Perché, dico io, c’è qualcosa di più devastante?

Pirandello al suo punto più alto della sua filosofia dell’illusione. Siamo come noi stessi ci vediamo, va bene, ma non solo. Siamo come ci vedono gli altri, i centomila modi in cui appaiamo loro. Quindi in realtà non siamo nessuno, niente di ben definito. Non abbiamo un’identità fissa. Mutevoli al passaggio delle ore e dei passi altrui. Viviamo una perenne rappresentazione del nostro agire/pensare in tanti universi quanti siamo capaci di costruire nel rapporto causa/effetto del nostro soggiorno sul pianeta Terra. Viviamo nella relatività di noi stessi, in un’evoluzione che fa sbandare il protagonista del romanzo, fratello di sangue di quel Mattia Pascal che abita l’altro capolavoro narrativo di Pirandello.

Non siamo, ma diveniamo. Se lo accettiamo come carta nel mazzo che ci è dato in prestito possiamo arricchire la nostra vita di quanto di più prezioso possiamo cercare e ottenere altrimenti la disgregazione dell’Io ci porta in un mare di guai.

 

James Ellroy: Dalia Nerajames ellroy dalia nera

Nell’estate del 1989, a lettura terminata, mi ricordo che per quindi giorni non facevo altro che cercare Elizabeth Short, la Dalia Nera, a ogni angolo della strada. Come era accaduto ai due poliziotti incaricati del caso, Dwight “Bucky” Bleichart e Lee Blanchard. Il fantasma di Betty perseguita ogni pagina di questo sontuoso romanzo che impose al mondo la grandezza narrativa di James Ellroy. La coppia di agenti è il frutto di una capacità di scrittura diventata leggendaria. L’efferato omicidio che ebbe come vittima (caso vero) la ragazza aspirante attrice a Los Angeles aleggia come deus ex machina (traslazione letteraria dell’orrore che lo scrittore ebbe a dover sopportare da bambino per un identico omicidio della propria madre), ma sono i bassifondi della vita a farla da padrona. Quelli nervosi, che si alimentano di azioni e reazioni nati dalle viscere, muscolari esibizioni di debolezze del genere umano che tirano su secchi d’acqua dal “pozzo Dostoevskij”.

L’ossessione tritura soprattutto Dwight “Bucky” Bleichart, devasta il suo tempo minacciando quel minimo di equilibrio che, tanta strada come agente della polizia, ancora non era riuscito a mangiargli. E quel finale intriso di epico lirismo è ancora un momento di climax ogni volta che le pagine mi spingono alla fine. Col tempo Ellroy avrebbe modificato in maniera evidente la sua scrittura, ma questo romanzo è, anche per lui, inarrivabile.

 

bukowski confessioni di un codardoCharles Bukowski: Confessioni di un Codardo

Basta uno solo dei racconti di questa raccolta. Il suicida. Un aspirante suicida, Marving Denning, che capita dentro a una tavola calda, il Blue Steer, e incontra Diana, una cameriera enorme. Cosa succede? Quindici pagine di commozione pura. Perché questo era Charles Bukowski, detto Hank, detto Buck, detto Henry Chinaski, detto quelchevoletevoi: un autentico romantico. Nell’espressione più blakiana del termine. Un romantico titanico.

I dodici racconti di questo libro, uscito postumo nel 1996, rientrano nel tradizionale script bukowskiano di falliti, giocatori d’azzardo, aspiranti suicidi, duri da bassifondi, rapitori dal cuore d’oro, vecchi divi del cinema e compagnia cantante. Ma in queste pagine la penna dell’autore (che amava i gatti più della sua stessa salute) tiene il profilo sboccato nell’inchiostro e intinge bene il pennino nel sangue liquido di quanta degna fisicità si possa trovare in un’esistenza plebea. E in più riesce a essere perfino umoristico. E quando l’umorismo afferra tra le dita i pulviscoli amari di un’atmosfera da niente allora lo stomaco si contrae.

Ma, ripeto, questo libro mi colpì perché ebbi la prova provata di quanto romanticismo puro ci fu nella vita e nell’arte di questo elegante scrittore. E non cambierei l’aggettivo neanche per un milione di dollari.

 

de cervantes don chisciotteMiguel de Cervantes: Don Chisciotte della Mancia

Ossia Pirandello con tre secoli di anticipo. Voi lo avete capito alla fine chi è il pazzo? Don Chisciotte? Sancho Panza? Il lettore? La collezione di libri di cavalleria che il protagonista possiede? Nessuno?

Io sono sul versante “nessuno”. Ronzinante è un vero destriero dal pelo fulvo mica un malconcio ronzino. Quelli sono giganti pericolosi mica mulini a vento. Dulcinea del Toboso è veramente una dama, mica quella contadinotta di Aldonza Lorenzo. E quelle non sono mica pecore al pascolo. Non facciamoci ingannare dalle apparenze, quello è un esercito in assetto di guerra che si sta spostando. Il premio al fido Sancho sarà davvero un regno. Abbi fede piccolo e tondo Sancho.

Signore e signori ecco l’inventore della realtà parallela. La realtà è cosa inadeguata per uno spirito ideale. Allora cambiamola. Col dono della comicità perché questo è sic et sempliciter anche un romanzo comico. Si ride tanto e da morire. Fonte di buonumore a go-go.

Don Chisciotte si eleva ben oltre la sua supposta e presunta pazzia. Personaggio filosofico, troppo più alto degli insetti con cui ha a che fare. Uno che il rosso lo vede giallo entra nel giallo a costo di raccogliere solo pugni, calci e uscire dalla tenzone con le ossa rotte. Spirito e spinta, non conta altro. I calcoli sono per chi vive in equilibrio nella sua compiuta materialità. Provate voi a metterci la faccia come Don Chisciotte.

 

Stephen King: Elevationstephen king elevation

Ma come, nel mare magno degli scritti del Maestro…? Sissignore. Questa novella. Anno Domini 2018. Colpo di fulmine. Amo King, forse qualcosa di più. Ma alle pagine più celebrate ho sempre preferito le gemme nascoste (i racconti L’ultimo piolo e L’autunno dell’innocenza, meglio conosciuto come Stand by me – Ricordo di un’estate o il romanzo Rose Madder tanto per intenderci).

Elevation , nella malattia che colpisce il protagonista, Scott Carey, che perde peso senza dimagrire, è la metafora di quanto, come diceva Gabriel Marcel, noi siamo anche il nostro corpo e il nostro corpo soprattutto è un’entità a se stante.

Scott Carey subisce questo scherzo della natura e non ne fa un dramma. Sa bene dove lo porterà presto questo suo perdere gravità. Mette a posto le sue cose, si prepara a un altro viaggio, anche fisico, per un “oltre se stesso” che lo farà ascendere da Castle Rock, Maine per chissà dove. Pagine gentili intrise di emozione in cui il fantastico, nella scia de Il curioso caso di Benjamin Button (Francis Scott Fitzgerald) e Tre millimetri al giorno (Richard Matheson) si sposa naturaliter con il più puro realismo. In un tempo come questo contemporaneo siamo sicuri che la leggerezza che si è impadronita del protagonista lo fiondi in un mondo ben peggiore si questo? Io la sento come favola intrisa di chiaro ottimismo.


4 risposte a "Letteratura, il mio Empireo 11"

  1. Un percorso netto e preciso, illuminato da stelle del firmamento…. A parte King e Bukowski, con cui non sono mai riuscita ad andare del tutto d’accordo, gli altri hanno avuto un peso anche nel mio cammino letterario. Specialmente i due iberici…. un saluto, Pina

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