Gilbers: Oppenheimer ci porta fuori dalla giungla del dopoguerra

gilbersS’intitola La Lista Nera (Emons, pp 440, 16 euro) ed è il quarto romanzo con al centro la figura dell’ex commissario di polizia Oppenheimer. Ambientato a Berlino nel dicembre 1946 il romanzo intreccia il caso poliziesco con la ricostruzione di un momento altamente drammatico della società tedesca, qui fotografata dal caso della capitale, ridotta a giungla dove i più odiosi crimini si compiono quasi come naturale effetto della presenza dell’essere umano sulla terra.

la lista neraL’autore, Harald Gilbers, è ormai una delle voci più interessanti della letteratura contemporanea tedesca, capace di modellare i confini della letteratura di genere (il noir) combinandoli con un’architettura narrativa che regala una vivifica riproposizione storica, mai come in questo quarto volume profonda nel trasportarci dal nostro presente di lettura.

Chi segue questo blog conosce bene Gilbers per averne letto già un paio di interviste. Non ci stancheremo mai di ascoltare la sua voce. Soprattutto se, come sempre accade, ci arriva grazie all’instancabile lavorio di passione libraria di Roberta Sofia, ufficio stampa della giovane e ormai ben lanciata casa editrice romana.

È solo una mia opinione o La Lista Nera è, tra i quattro volumi finora pubblicati con al centro l’ex commissario Oppenheimer, è quello più complesso dal punto di vista della ricostruzione storica e con l’architettura emozionale più complicata da rendere narrativamente?

«Ogni romanzo racchiude una sfida. Quanto alle ricerche storiche, è stato Atto Finale quello più arduo perché dovetti stare attento alla panoramica sui progressi giornalieri relativi alla prima linea in città. Un aspetto piuttosto audace perché la situazione era caotica con i combattimenti che si spostavano improvvisamente da un angolo all’altro. La prima metà di Atto Finale è nient’altro che la descrizione di come la città fu presa dall’Armata Rossa e quindi la massa di informazioni di cui avevo bisogno era davvero eccessiva. Ma è vero che anche ne La Lista Nera c’è un grosso background storico. Per me è stato importante mostrare che quanto accadeva qui era simile al dopoguerra nel resto d’Europa, come la vasta migrazione ad esempio. Non ci fu solo la cacciata delle popolazioni tedesche nell’Europa dell’Est ma anche l’antisemitismo che portò gli ebrei a emigrare altrove. Era evidente sin dall’inizio che l’ambiguità emozionale e morale sarebbe diventata il tema centrale de La lista nera con la vittima che diventa carnefice e i vecchi carnefici che si trasformano in vittime. Oppenheimer comprende molto bene il killer, ma non può salvarlo. Questo il contorno iniziale del romanzo. La fine mi è stata chiara quando ho iniziato a scrivere. Ho capito quanto la linea tra bene e male si faccia sempre meno chiara e sarà uno degli elementi distintivi del prossimo romanzo.»

Sarà perché viene da una tremenda esperienza familiare, con lo stupro della moglie da parte dei soldati sovietici, sarà per la sconfitta del nazismo, ma da lettore mi sembra che Oppenheimer sia guidato da un nuovo particolare vigore. Gilbers1

«Lo spero tanto perché era la mia intenzione. Quando mi confrontai con l’impegno di creare un’intera serie dopo il successo del primo libro, sviluppai un intero arco in cui si sviluppava la sua personalità da inserire nei successivi volumi. Atto Finale doveva essere il punto di svolta. Lì lacerai Oppenheimer lasciandolo vestito solo della sua anima. Un uomo che si chiede di tutto. C’è ancora un barlume di giustizia finita la guerra? La polizia è solo uno strumento di repressione sotto i sovietici? Con La Lista Nera ho ricostruito la sua personalità. Ora può esitare quanto vuole ma alla fine tornerà a fare il commissario. Investigherà con un background diverso perché l’esperienza della guerra lo avrà segnato.»

Il “What if” è stato in un recente passato un gioco piuttosto di moda che diede, in letteratura, anche delle prove narrative di un certo spessore, basti pensare a La Svastica Sul Sole di Philip Dick. Nel libro lei rammenta che la bomba atomica non fu ideata per essere gettata nel Pacifico, ma in Germania. Bene, di che cosa parleremmo oggi se avesse centrato Berlino?

bomba atomica«Penso che la ricostruzione dell’Europa intera sotto il piano Marshall sarebbe stata differente. La Germania sarebbe certo stata fuori uso per almeno un decennio, con la Francia, il Regno Unito e l’Italia al centro di una ripartenza primaria. La fuga dei cervelli tedeschi verso gli Usa si sarebbe intensificata. La Germania avrebbe ricalcato le orme del Giappone, diventando una forza economica con un po’ di ritardo. E con una Germania a terra forse i vicini non avrebbero trovato la forza di fare l’Unione Europea perché essa nacque in parte per tenere sotto controllo il militarismo tedesco.»

La Lista Nera è primariamente un romanzo storico che un noir. La Storia ha un peso e una stazza più centrale che nei tre volumi che lo hanno preceduto. Se è d’accordo, che cosa l’ha portata a questo cambio?

«Il passato non si cancella con la fine della guerra. I nazisti non scomparvero durante la notte. Col blocco di Berlino nel ’48-’49 poté finalmente incominciare la Guerra Fredda. Così decisi che i due romanzi si sarebbero ambientati nel mezzo, incastrando le frizioni che avrebbero portato alla rottura tra Ovest ed Est.»

Il mercato nero a Berlino rese la capitale tedesca una città in cui in pratica tutto si rubava, si comprava e si vendeva, con episodi di sinistra farsa. Senza giustificare i più odiosi crimini, un clima del genere può in parte spiegare quella massa di violenza che cadde sulla città e i suoi abitanti da parte di alcuni soldati sovietici?

«Ci fu un progressivo sentimento di illegalità. Durante la ricerca mi affascinò sapere che ciò si sviluppò negli ultimi mesi della guerra quando il nazismo stava agonizzando. Ordine e legge erosero il loro campo e la brutalità sovietica accelerò questo sviluppo. Sono del parere che il compasso morale incominciò a spostarsi anche per la penuria di cibo. Nell’Opera da tre soldi Bertolt Brecht scrive che prima viene il cibo poi la moralità. Questo fu vero soprattutto in quella Berlino. La popolazione sopravviveva a stento. Poiché le razioni ufficiali riuscivano solo a non far morire di fame, anche i cittadini più virtuosi furono costretti a violare la legge sulle porzioni giornaliere. Dovevi solo accettare loschi affari per procurarti un pasto.»

berlin-black-marketPer quanto Berlino restò una giungla dopo la fine della Seconda guerra mondiale?

«La situazione iniziò a normalizzarsi nel 1948, quanto almeno per la parte occidentale. I negozi tornarono pieni di roba, le condizioni migliorarono, l’economia riprese. Ma allo stesso tempo la riforma della moneta fu il grilletto finale per la Guerra Fredda perché i sovietici si trovarono isolati. Il mercato nero e il crimine piano piano esaurirono la loro importanza perché ora le cose si potevano trovare legalmente. Solo la violenza continuò, tanto da essere, come riportano i giornali dell’epoca, un grande problema almeno fino all’inizio del 1950. Impazzavano le gang e i veterani disumanizzati. Queste le conseguenze sociali della guerra. Prima la gente impara a uccidere per il proprio Paese, poi supera quel limite e alcuni diventano un autentico pericolo in tempo di pace. Molta gente divenne mentalmente disturbata perché nessuno sapeva come curare questi traumi.»

Oppenheimer ormai è un personaggio dai contorni ben definiti. Che cosa ancora le chiede per essere descritto come vuole lei?

«Per me è importante conoscere istintivamente i miei personaggi. Per tutto il resto mi concentro su fatti e strutture. Molti autori costruiscono un personaggio combinandone i tratti su una grossa lavagna, io non potrei mai lavorare così. Sarà per questo che la creazione dei personaggi è per me uno sforzo impegnativo. Mi ci è voluto un anno e mezzo per immaginarmi Oppenheimer e Hilde, ma ora mi sono così familiari da avere quasi una vita loro. Mi limito a metterli in scena e annotare quel che fanno. Può essere che Oppenheimer mi sorprenda in futuro, chi può saperlo?»

A un certo punto compare il celeberrimo direttore d’orchestra Wilhelm Furtwängler, per anni anima dei Berliner Philharmoniker. La sua adesione al nazionalsocialismo fu più formale che altro, lei lo sottolinea. Eppure critiche e polemiche furono anche piuttosto pesanti nei suoi confronti. Ma basta una tessera per essere considerato un corresponsabile dei crimini di una dittatura?

«Il tratto distintivo delle dittature è che ogni aspetto della vita è dominato o controllato dal governo. Organizzazioni come sindacati, società, associazioni sono forzatamente allineate. Il partito nazista aveva le mani dappertutto. Per alcuni la tessera dell’NSDAP sembrò inevitabile e la cosa fu problematica per gli artisti perché moltissimi di loro dipendevano dai sussidi del governo. Una tessera di certo non segnò di per sé una Ross-WilhelmFurtwanglercomplicità. Ma ci può dire che fanatici e opportunisti entrarono nel partito molto presto. Quindi un basso numero di tesseramenti è un buon indicatore sulla vicinanza ideologica al nazismo. I membri del partito non furono automaticamente responsabili per i crimini della dittatura, ma di certo consentirono a Hitler e ai suoi complici di mantenere il potere.»

Nel romanzo emerge la figura storica dei kapò. Aver affidato scientificamente a costoro l’ordine attraverso il terrore e l’impunità è uno dei segni della finissima psicopatia e sociopatia delle alte sfere nazionalsocialiste?

«Sì, lo trovo specificatamente perfido. Uno degli aspetti della sua spregevolezza. Le vittime forzate a usare violenza su altre vittime. Sentivo importante inserire questo aspetto nel romanzo. Mentre voi in Italia dei kapò spesso avete parlato qui sono una figura virtualmente sconosciuta. È uno dei punti in cui cerco di illuminare con impulsi storici i miei lettori.»

A un certo punto Oppenheimer arriva a un millimetro dal giustificare la vendetta personale, ma in quella circostanza ne comprende la spinta e non la accetta. Eppure di motivi per farlo ne avrebbe. Non è mai stato tentato di far agire il suo personaggio con lo stomaco e non con la testa?

atto finale«Oppenheimer ci arriva vicino tante volte. Già in Berlino 1944 durante l’interrogatorio del complice del serial killer Lutzow. Oppenheimer è scioccato della registrazione delle torture che vuole disperatamente picchiarlo senza pensare alle conseguenze. Alla fine di Atto Finale sente solo rabbia e vendetta per lo stupro della moglie. Però si ferma, non per le conseguenze legali, ma perché la vendetta tradirebbe il suo senso morale essendo convinto che la violenza spesso alimenti altra violenza. Oppenheimer davvero crede che in una società basata su regole civili la violenza non sarebbe necessaria.»

Ho trovato particolarmente interessante uno sfogo di Hilde, l’amica di Oppenheimer: la democrazia non significa assenza di impegno, per essere informati bisogna fare la fatica di conoscere e non di ripetere come un pappagallo l’opinione dei vicini o di accettare la propaganda del potere. Quando l’ho letto mi sono domandato: Berlino 1946 o Usa 2019?

«È una delle grandi contraddizioni della democrazia, diventata acuta negli ultimi anni. Si suppone che gli elettori determinino un corso politico, ma per farlo a modo necessitano di una decisa conoscenza della realtà. Ma nessuno ha tempo per seguire tutto, il che porta al ruolo centrale dei media. Inoltre, i Paesi europei sono democrazie rappresentative mentre i populisti oggi proclamano la necessità di una democrazia più diretta. Quanto sia devastante tutto ciò lo abbiamo sperimentato nel Regno Unito col referendum sulla Brexit. Sembra che la democrazia diretta non faccia che aprire le porte al dogmatismo. Molti elettori chiedono quesiti elementari per problemi complessi. Ma democracy informationesiste un’interessante alternativa che cerca di miscelare democrazia diretta e indiretta. Nella Repubblica d’Irlanda un’Assemblea dei Cittadini fu istituita nel 2016 col compito di deliberare su questioni politiche e poi consigliare il governo. La persone sono scelte a caso a parteciparvi. Vengono presentati loro molti fatti da diverse angolazioni, il che le rende capaci di assumere decisioni informate. I risultati sono sorprendenti. Nonostante la popolazione irlandese sia piuttosto conservatrice, le varie Assemblee dei Cittadini hanno deliberato progetti molto liberali come la legalizzazione e la regolamentazione dell’aborto.»

A quasi 75 anni dalla fine del conflitto, si può dire che voi tedeschi avete fatto i conti col passato?

«Immediatamente dopo la guerra il modo di affrontare il passato fu piuttosto superficiale. Il vero cambio è avvenuto col 1968. I giovani chiesero ai propri genitori che cosa avevano fatto sotto Hitler. I mali della Germania vennero documentati e affrontati piuttosto con cura. Questo mi rende orgoglioso di essere un tedesco. Ma questo fatto porta con sé il pericolo di diventare troppo compiacenti. Il bigottismo persevera in alcune parti della società. Non bastano i sermoni domenicali, intolleranza e il nazionalismo non spariranno mai. I politici del partito di estrema destra AfD sostengono che il passato nazista sia una disgrazia nazionale. Si proclamano maggioranza silente ma, considerate le ultime elezioni, restano una noiosa minoranza.»

Quanto è stata forte in Germania la realtà dei voltagabbana che, dopo aver fatto carriera dietro la giacchetta di Hitler sono riusciti a riciclarsi come autentici BERLINOdemocratici? In Italia una delle accuse che si fa a Palmiro Togliatti, segretario del PCI, è proprio quella di aver perdonato troppi responsabili del regime mussoliniano.

«Tantissima gente fu coinvolta dal nazismo tanto che decenni dopo la guerra fu ancora difficile creare uno Stato funzionante senza di loro. Nella vita concreta i valori morali non sempre aiutano. Non puoi fare affidamento esclusivamente su belle persone e non puoi ignorare che le persone possano cambiare e che anche i seguaci di Hitler potevano diventare dei democratici. La linea rossa fu: queste persone sono state coinvolte in qualche omicidio? La società tedesca è stata attenta a questo aspetto. Un caso fu quello del celebre conservatore Hans Filbinger, cacciato perché ritenuto responsabile di molte sentenze capitali che firmò come giudice durante la guerra. In genere io penso che in Germania l’inclusione di ex nazisti, anche se problematica, diede buoni frutti. Parliamo di individui specifici, mentre in generale non si può dire se un comportamento sia dettato dall’opportunismo o da una sincera trasformazione. Ma la nazione è una democrazia stabile e a questo risultato hanno contribuito molti ex seguaci di Hitler.»

Che giudizio dà del processo di Norimberga?

«Il processo di Norimberga è un cambio di direzione importante del dopoguerra. Non fu la giustizia del vincitore, ma un vero tentativo di far chiarezza sugli orrori nazisti. I difetti non diminuiscono il fatto che importantissime idee vennero definite durante il processo norimbrga 1procedimento. Ora ci viene naturale pensare che i governi siano responsabili delle loro azioni e che universali diritti umani esistano. Norimberga fu centrale per stabilire questi principi.»

Il libro chiude con una data ben specifica: 30 dicembre 1946. Significa che col Capodanno nuovo ci sarà anche una nuova vita per Oppenheimer?

«Oppenheimer si evolverà. Il 1947 gli porterà un nuovo capitolo perché supererà ogni scrupolo e tornerà al suo antico lavoro in un dipartimento di polizia, non sarà più un investigatore solitario. Ma è ovvio che la nuova realtà gli risulterà complessa. Vecchi amici e nemici appariranno in un contesto del tutto nuovo. E la linea tra bene e male non sarà così chiara come apparve durante al guerra.»

 

GILBERS: OPPENHEIMER LEADS US OUT OF THE POST WAR JUNGLE

24clt2aperturaTotenlist (La Lista Nera in italian) is the fourth novel animated, as far as the main character, by the former police commisioner Oppenheimer. Set in Berlin in December 1946, the novel intertwines the police investigation with the recostruction of a deeply dramatic moment in German society, here depicted with the capital city, turned into a jungle where the most hateful crimes are commited as an almost natural effect of the human presence on Earth.

The author, Harald Gilbers, is one of the most interesting voices of German contemporary literature, able to mould the frontier of thriller genre blending it with a narrative architecture that gives us a living historical recreation, here in its highest point as to driving the reader from his reading present time.

Those who follow this blog know Gilbers very well on account of a couple of interviews. We’ll never get tired to listening to his voice. Above all if, as it always happens, his voice comes to us thanks to the passionate work of Roberta Sofia, press office of Emons, Gilbers’ italian publishing house.

Is it just an opinion of mine or, among the four books dealing with former police commissioner Oppenheimer, Totenliste is the most complicated as far as the historical reconstruction is concerned and the one with the most difficult emotional architectureto be expressed in a narrative way?

«Each novel has its own challenges. Concerning the historical research I think that the most difficult one was actually Atto finale, because I needed an overview of the daily progress of the frontline in the city. That was very audacious of me, for the situation was quite chaotic, with the fighting often switching from one streetcorner to another. The first half of Atto finale is really a description of how the city was captured by the red army, so the amount of information I needed was excessive. But it’s true that there is also very much historical background to be found in La lista nera. It was very important for me to show that a lot of things happened at the same time in post-war Europe. For berlin 2example there are many aspects to the vast migration after the end of the war. Not only was the German population in Eastern Europe expelled, there was also anti-semitism that lead Jews to emigrate to other countries. It was apparent from the start that the emotional and moral ambiguity was going to be the big theme of La Lista Nera. A victim becomes the perpetrator and the former perpetrators now become the victims. Oppenheimer understands the killer very well, but he can’t save him. This outline was the initial idea for the novel. And the ending was already completely finished in my mind when I began the writing process. It’s absolutely true that the line between good and bad becomes unclear. This is also going to be one of the defining elements in the next novel.»

Maybe on account of the horrible crime experienced by his wife with the rape of the soviet soldiers, maybe on account of the defeat of nazism but as a reader I found Oppenheimer guided by a particular new strenght.

«I very home much that Oppenheimer seems reinvigorated, because that was exactly my intention. When I was confronted with the task of creating a whole series after the success of the first novel I developed a character arc for the following installments. Atto Finale was going to be the turning point. In that novel I ripped Oppenheimer’s character completely apart. I laid bare his soul. He questions everything. Is there still some sort of justice in this crazy after-war world? Is the police force under Soviet influence just an instrument of repression? And beginning with La Lista Nera I start to rebuild his totenlistepersonality. He may be hesitant, but in the end he will work again as a commissioner. He will become the investigator again we all know and like, but with a completely changed background. The experience of war will influence him a lot.»

On a recent past “What if” has been a sort of a trend that gave something of great profile in literature, for example Philip Dick’s The Mann in High Castle. In your novel it’s recalled that the atomic bomb was created not to be dropped in the Pacific Ocean but on Germany. Well, what the History would have been if the bomb had been dropped on Berlin?

«I think that the economical rebuilding of Europe under the Marshall plan would have developed quite differently. Germany would have been set back for at least a decade after an atomic strike, with France, the UK and Italy gaining a head start. The brain drain from Germany to other countries like the US would have intensified. The development could have been similar to Japan, with the country becoming an economical powerhouse only with a certain delay. And with a severely weakened Germany the neighbouring countries probably wouldn’t have felt such a strong need for a European union, because the foundation of the EU was partly also an attempt to rein in German militarism.»

Totenlist is chiefly an historic novel than a noir. History is the central engine of the plot more than the past three books. If you agree, what did lead you on that way?

«The past didn’t go away after the end of the war. The Nazis also didn’t disappear over night. With the Berlin blockade in 1948/49 the Cold War will finally start, so I decided to use the two novels that take place in the years between for retrospective. At the same time I also set up the frictions that will eventually lead to the break-up of East and West.»

Berlin’s black market turned the German capital into a land in which everything was used to be stolen, sold and bought. You even mention a fact characterized by an ominous farce. Without excusing the most hateful crimes, do you think that such an atmosphere can explain in part the large quantity of violence against the inhabitants commited by some soviet soldiers?

«There was a general feeling of lawlessness. During research I found it quite fascinating that this development had already started during the last months of the war, when the Nazi state was in its death throes. Law and order slowly eroded and the sometimes ruthless behaviour of the Soviet victors during the capture of Berlin accelerated this development. I think that the moral compass in Berlin also began to shift, because food was so scarce. In The Threepenny Opera Bertolt Brecht wrote “Food comes first, then morality”. This is especially true for post-war Berlin. People barely managed to survive. Because the official food rations only managed to keep people from starving, even rule-abiding citizens were forced to break the law on a daily basis. You simply had to engage in shady transactions to procure a meal.»

How long did Berlin was a jungle after the end of World War II?Wider Image: Battleground Berlin - 70 Years On

«Things started to normalize after the currency reform in 1948 in the Western zone. Suddenly the shops were full again. The living conditions vastly improved and it was also an important step to rebuild the market economy. But at the same time the currency reform was one of the final triggers of the Cold War, because with the increasing cooperation of the Western zones the Soviets felt left out. So in Berlin the black market – and the crime that goes with it – gradually lost its importance, because food and other products now could be obtained legally. But the city still could be a rather dangerous place. Judging from newspaper articles it seems that excessive criminal violence was a big problem up to the beginnings of the 1950’s. There were quite a number of youth gangs and dehumanized war veterans who had no scruples killing people. These are the social consequences of any war. First people learn killing for their country and once they step over that threshold, with some of them there is also a danger of repeating that behaviour in peaceful times. Many persons were mentally damaged, because no one knew how to treat trauma cases at that time.»

EndzeitOppenheimer is by now a character whose frame is well determined. What does he still ask you when you’re going to depict him?

«It’s important for me to know my main characters instinctively. Usually I’m very focused on facts and structure, but not when it comes to my protagonists. Many writers try to create a character by combining certain traits on a big drawing board and then fill in some biographical detail. I could never work that way. It is possibly for that reason that creating characters is such a demanding task for me. It took really one and a half years for me to imagine Oppenheimer and Hilde. But now I’m so familiar with them that they seem to lead a life of their own. I just put them on my imaginary stage and note down what they do. Possibly Oppenheimer may surprise me in one of the next novels, who knows?»

At some point of the novel,there comes the “ghost” of the world famous conductor Wilhelm Furtwängler, the very soul of Berliner Philharmoniker for many years. His support to nazism was something real light, you too mention it in the book. Yet, he had to face a lot of criticisms and polemics. Do you think it’s enough a membership card to be considered a a jointly-responsible of dictatorship’s crimes?

«The defining trait of totalitarian states is that every aspect of life is dominated or closely controlled by the government. Organizations such as trade unions, associations and societies are sometimes forcefully brought in line. It resembles a closely knit web, the Nazi party had its hand in everything. For some people membership of the NSDAP seemed inevitable, it was especially problematic for artists, because so many of them depend on subsidies of the government. A membership card is certainly not enough to judge the individual complicity with Nazism. But you can generally say that the big believers in Nazi ideology and opportunists joined the party quite early. So a low membership number seems to be a good indicator of ideological closeness to Nazism. The party members were not automatically responsible for the crimes of the dictatorship, but they certainly enabled Hitler and his partners in crime to maintain their power.»

In the novel the position of the kapo gets a particular importance. Don’t you find that the choice to give scientifically them the maintenance of the order through the terror and their effective impunity is one of the signs of the most acute psycopathy and sociopathy by the highest places of nazism?kapo donna

«Yes, I find the use of the kapos especially perfidious. It’s one of many aspects that show how morally contemptible Nazism actually was. The victims are forced to use violence against other victims. It was very important for me to include this aspect in my novel. While kapos are quite often depicted in Italian popular culture, they are virtually unknown in Germany. This is one of many examples where where I try to enlighten my readers by giving them the historical background.»

There’s a moment in which Oppenheimer is so near to justify the personal vengeance but even there he doesn’t accept it even he understands it. Yet he would have many reasons to do it. Haven’t you ever been tempted only once to make your main character act by his stomach and not by his mind?

511JNNiCJ5L._SY445_QL70_«Oppenheimer comes close to acting by instinct a number of times. The first instance happens in the first novel Berlino 1944 during the interrogation of the accomplice of the serial killer Lutzow. Oppenheimer is shocked of the recordings of the tortures and so he desperately wants to beat him up without thinking of the consequences. And at the end of Atto finale he feels pure rage, wants to take revenge for the rape of his wife. But he stops at that point, not because he is afraid of the legal consequences, but because vengeance would betray his sense of morality. And he is very aware that violence often just breeds another violence. Oppenheimer really believes that in a rule-based civil society violence should be unneccessary.»

I really found interesting an outburst by Hilde, Oppenheimer’s friend: democracy doesn’t mean lack of commitment, if you want to get the true information is necessary an effort to know what’s really happening and not just repeating things just like a parrot or accepting everything coming from the power propaganda. When I read it I ask to myself: Berlin 1946 or World 2019?

«This is generally one of the big contradictions of democracy, and one that has become very acute in recent years. The voters are supposed to decide the political course, but in order to do this properly they need to achieve an unflinching view of reality. No one has the time to keep track of everything, so in a democratic society informing voters should be the special role of the media. Moreover, the European countries are basically representative democracies. It’s a difficult process and can be sometimes hard to understand. Rising populists now proclaim that there should be more direct democracy. What devastating effects this can have we currently witness in the UK with the Brexit referendum. It seems that direct democracy only opens the door for dogmatism. Many voters demand simple answers for multi-layered problems, which is an absurd idea. But there is a very interesting alternative that tries to blend direct and indirect democracy. In the Republic of Ireland a Citizens’ Assembly was created in 2016. Its task is to deliberate on sensitive political questions and then advise the government. People are chosen brexitrandomly for participation and they are presented lots of facts from all of the different angles. Based on that they are really able to make informed decisions. And the results are stunning. Although the Irish population is rather conservative the various Citizens’ Assemblies supported liberal projects like the legalization and regulation of abortion.»

After almost 75 years from the end of the war is it possible to say that German people have settled with the past?

«Immediately after the war the first efforts to cope with the past had been quite superficial. The real shift came with the student revolt of 1968. The younger generation started to ask questions about what their parents had done during Hitler’s reign. So the evils of the recent German past are well-documented and were dealt with extensively. The successful workup of Nazism is one of the few aspects that makes me really proud of being a German. But with it comes the danger of becoming too complacent. Bigotry perseveres in certain parts of society. You can’t conquer it with sunday speeches. Intolerance and nationalistic reflexes will never vanish. Politicians of the German right-wing party AfD say that remembering the Nazi past is a national disgrace. They proclaim that they represent the silent majority of the German population, but measured by the election results they are still a noisy minority.»

How strong has been in Germany the case of those who, after a career behind Hitler, succeeded in recover themselves into real democrats? In Italy one of the accusations moved to PCI secretary, Palmiro Togliatti, is precisely the forgiveness he gave to a lot of people responsible of the Fascist regime.

«So many people were involved with Nazism that in the decades after the war it was difficult to create a functioning state without them. In real life high moral standards are not always helpful. You cannot exclusively rely on nice persons. And of course you can’t discount the possibility that people learn. Followers of Hitler may evolve into democrats. But of course the important red line is the question whether persons were involved in any killings. German society was very aware of that aspect. One case was the high-340px-KAS-Filbinger,_Hans-Bild-1088-1ranking conservative politician Hans Filbinger, who was kicked out of office because of a number of death sentences he had declared as a judge during wartime. Generally I think that in Germany the inclusion of former Nazis, although morally problematic, worked quite well. We talk of individuals here, so you can’t generally decide if their behaviour was just opportunism or a real change of mind. But the nation has become a stable democracy and many former followers of Hitler contributed to this.»

What’s your opinion about Nuremberg process?

«The Nuremberg trial is an important turning point in post-war history. It was not some sort of victor’s justice, but really the first attempt to clarify the monstrous happenings that had taken place in Nazi Germany. There may have been some shortcomings in the proceedings and some of the decisions were also very problematic, but that doesn’t diminish the fact that very important ideas were defined during that trial. Now we believe that government officials can be made responsible for their actions and that universal human rights exist. Nuremberg was very important for establishing these principles.»

Gilbers2The novel ends up in a specific date: December 30th, 1946. Does it mean that with forthcoming New Year there’ll be a new life for former commissioner Oppenheimer?

«Oppenheimer will evolve. 1947 will bring a next chapter for him, because he overcomes his scruples and starts working in his old job again. After a long time on his own he will work again in the clearly defined structure of the criminal police department. But of course the reality he will be faced with is highly complex. Old friends and enemies will reappear in a completely changed context. And the line between good and evil is not so clear as it seemed during the war.»

 

 

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