Boemia: la distopia è adesso

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Insegnante e dottorando di ricerca allo Iulm, Dario Boemia è appena uscito per i tipi di Bookabook con il suo primo romanzo, La Legge dell’Equilibrio. In un futuro molto vicino al quinto millennio, l’intero universo umano è unito in un’unica immensa Confederazione che regge i vari pianeti attraverso un norma fondamentale, detta appunto Legge dell’Equilibrio. Un dogma politico a cui ogni abitante deve fedeltà e obbedienza più che una semplice norma. In sintesi, in cambio del benessere perpetuo e della sicurezza sociale la legge impone un divieto generalizzato di comunicazione tra gli abitanti dei vari pianeti e la possibilità, per chi è maggiorenne, di lasciare la propria terra solo per un giorno ogni cinque anni.

1Un sistema oliato alla perfezione. Almeno finché all’orizzonte non nasce un bambino che di nome fa Guido e di cognome Guasto. Perché se accade un’eventualità del genere, anche il sistema più impenetrabile rischia di andare in tilt.

Questo il colloquio con l’autore.

Spesso nelle opere di fantascienza il futuro degli Stati è rappresentato come Confederazione. Anche nel suo libro la regola è confermata. Significa che vede l’esautorarsi nel tempo degli Stati nazionali?

«In un editoriale uscito il 9 luglio scorso sul Corriere della Sera, proponendo alcune considerazioni sui risultati delle ultime elezioni europee, Federico Fubini parla della sempre più diffusa convinzione che nessuno Stato da solo possa gestire alcuni dei più grandi problemi odierni, come la questione climatica e quella della migrazione. Ecco, credo che nonostante tutti i nostri sforzi il futuro fatichi ancora a liberarsi delle tinte fosche da cui è ricoperto dalle due guerre mondiali e gli Stati nazionali hanno dimostrato più volte, e continuano a dimostrare, di non essere in grado di cooperare in maniera proficua in vista di un obiettivo comune. Così è come cerco di spiegarmi questa evoluzione futuribile, per quanto la Confederazione del romanzo non rappresenti affatto un esempio virtuoso di questa prospettiva.»

Il suo protagonista si chiama Guido Guasto, Nome omen?

«In qualche modo sì. Alla sua nascita Guido dimostra subito un carattere raro su Hubble come in tutta la Confederazione. Mentre l’orizzonte in cui si muovono i personaggi è articolo-200estremamente ristretto, il loro immaginario è limitato a quelle poche e ben controllate strade che gli invasivi sceneggiati propongono incessantemente, Guido quando ha cinque anni alza la testa e vede gli altri pianeti della Confederazione percorrere a turno la loro orbita nel cielo di Hubble, chiede a suo padre e a sua madre di visitarli. I genitori vanno nel panico, naturalmente: non gli era mai passato per la testa di muoversi da quel pianeta in cui niente mancava. Insomma, il problema di Guido è la sua curiosità. Ed è proprio questa sua propensione a spingerlo a chiedersi perché si sia resa necessaria la Legge dell’equilibrio.»

Quali sono i suoi riferimenti letterari?

«1984 di Orwell è il romanzo che più ha influenzato la mia scrittura. Ma c’è anche Bernard Malamud, e penso in particolare a Il commesso, c’è Paul Auster, c’è John Fante, prima di tutti.»

Vede davvero nel futuro il profilo distopico con cui lo ha disegnato?

distopia«Certi aspetti della società del romanzo in realtà li vedo non nel nostro futuro ma nell’odierno presente. E penso alle maglie delle relazioni che si sfaldano quando manca una vera curiosità, un vero interesse nei confronti dell’altra persona. Ogni relazione, del resto, si fonda sulla conoscenza reciproca e su Hubble nessuno vuole conoscere niente, tantomeno le persone che stanno loro intorno. Credo che la distopia debba fare questo: esasperare alcuni elementi della nostra realtà per renderli più chiari e visibili.»

Per scrittura e modalità di avanzamento del plot nel romanzo si respira più Bradbury che Ballard o Asimov. Sottoscrive?

«Non mi permetto di avvicinare il romanzo a quelli di certi autori. Voglio credere alle sue parole.»

L’intera storia ha una lettura sottopelle piuttosto decisa. L’autore-voce narrante afferma una chiara distanza tra sé e le più contemporanee visioni della società organizzata quali i populismi e sovranismi.

«Sì, sottopelle sì. Per il resto, tuttavia, vuole essere una storia di formazione, d’avventura e di scoperta.»

 Una Dea si propaga per le sue pagine. La conoscenza. Che, impalpabile come la musica, è inabile a rispettare mura, confini e frontiere. Ma non ha timore di una conoscenza embedded ?Distopia-frammenti-di-libro

«No, non possiamo averne paura. Come accennavo prima, i personaggi del romanzo sono vinti, giocati, ingenuamente sopraffatti dalla mancanza di certe informazioni, di una capacità critica di vedere se stessi, ciò che sta loro attorno e le relazioni che intrattengono. Di questo c’è d’aver paura.

Guido rasenta il genio, la sua intelligenza non ha eguali tra i suoi simili. Sembra l’alter ego di Forrest Gump. Insomma, si salva o il dolce fesso o la persona molto dotata intellettivamente. Ma per quelli che rimangono nel mezzo?

forrest-gump«In una situazione complessa come quella in cui si trovano a vivere gli abitanti della Confederazione, solo un’inquietudine radicale come quella di Guido è capace di mettere in discussione tutto, Legge dell’equilibrio compresa. Gli altri, prima delle rotture di Guido, sfortunatamente non possono far altro che godersi la quiete garantita dal regime politico. Chissà a quale prezzo, però.»

A un certo punto si legge un dettame del Potere: i ribelli sarebbero stati rimossi. “Rimossi” porta alla mente i nazisti, che si riferivano ai deportati col termine “pezzi”. Il linguaggio utilizzato per appiattire l’orrore dentro una realtà abituale è un’arma che ha sempre funzionato tra le classi dominanti. Eppure il linguaggio dovrebbe servire in prima istanza per dar forma al pericolo di appiattirsi al potere.

«La lingua è tutto. Le parole sono tutto. Non a caso in 1984 si tenta di ridurre il più possibile il vocabolario per evitare che le persone possano giungere a pensieri sconvenienti. Difficilmente, tuttavia, gli interessi delle classi dominanti hanno a cuore la preparazione.»

ferlinghetti-1200x676Appaiono personaggi chiamati Lorenzo Ferlinghetti e P. Pinelli. Ogni riferimento non è puramente casuale?

«Dice bene, non è casuale.»

Perché proprio loro?

«Ferlinghetti, quello vero, quello oggi centenario, l’ho sempre visto come un combattente, pronto a tutto per la sua squadra di poeti e romanzieri. Pinelli, invece, è per me l’emblema dell’innocente vittima di una torbida sopraffazione. I miei personaggi prendono alcune di queste caratteristiche dagli omonimi personaggi storici e poi vanno oltre.»

Un’altra iscrizione del romanzo reca: “I popoli forti sanno guardare in faccia il proprio destino”. Adagio perfetto per una narrazione fantascientifica o slogan che racchiude la sintesi di una specifica popolazione mondiale nella Storia?

«Si tratta di uno slogan fascista. Il regime mussoliniano e quello della mia Confederazione hanno non pochi aspetti in comune.»

Il romanzo che avrebbe voluto scrivere.3070847_1447442

«Chiedi alla polvere di John Fante.»

 Le garantisco la più totale impunità. A quale gesto si spingerebbe pur di averne riconosciuta la paternità nei secoli dei secoli?

«Probabilmente se potessi tornare indietro nel tempo ucciderei l’autore prima che possa consegnare il testo all’editore, le ricordo che mi ha garantito l’impunità. Però, se lo facessi, non avremmo oggi capolavori come La confraternita dell’uva o I sogni di Bunker Hill

 

 

 

 


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