Anthony Cartwright, la letteratura contro il rumore della modernità

01Viene da Dudley, Black Country, classe 1973. La sua scrittura sta conquistando sempre più spazio nel nostro paese. Personaggi di cui si sente lo scorrere del sangue, linguaggio diretto ma frutto di una cura totale, dialoghi che ci arrivano addosso lasciando il segno. Narrazione che tocca il realismo senza farne una missione. Insomma, letteratura contemporanea coi fiocchi.

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Insieme ad Anthony Cartwright al Bookpride 2019 a Milano

Con Il Taglio, sono già quattro i romanzi pubblicati dalla 66thand2nd, benemerita casa editrice romana a cui va il plauso dei lettori del nostro paese per una scelta che nobilita il libro.

Lui si chiama Anthony Cartwright. E questa è la nostra chiacchierata.

Cosa vuol dire crescere oggi nella zone del Black Country rispetto agli anni ’70-’80 quando lei era un ragazzino?

«Penso che crescere oggi nel Black Country sia molto più difficile di quanto lo fosse nei ’70 e negli ’80, cosa che già non era proprio facile facile. Fossi un nero o un asiatico o una donna forse la penserei diversamente, ma non sono neanche tanto sicuro. Le opportunità si sono ristrette, le comunità si sono consolidate. Non dovrebbe essere così. Nella società inglese siamo ormai a un punto in cui, in alcune parti del paese, da due generazioni la gente vede peggiorare le prospettive.»

gnsfngfnmxIn Iron Towns il protagonista, Liam Corwen, ha il corpo tappezzato dai tatuaggi dei più celebri assi del calcio internazionale. Come dire, porto addosso a me e in giro ovunque vada la storia del mio mondo. Un semplice omaggio o qualcosa di più profondo?

«Sono sia un omaggio sia un’affermazione di Liam sul suo mondo, la “sua gente”, la sua tribù. Perché no, un desiderio di appartenenza. Liam magari non si esprime così, ma i suoi tatuaggi dicono che lui è una parte di una ampia, ibrida, internazionale, industriale classe operaia. E una grande forma d’arte di questa classe sociale è il calcio.»

Anche Rob, protagonista del precedente Heartland, è stato un calciatore. Come mai due protagonisti di due libri usciti così a breve distanza che vengono dallo stesso ambiente?

«Come scrittore il calcio è stato importante perché la trovo espressione di un particolare profilo della classe operaia. Come ho detto prima, lo considero come qualcosa di internazionale e ibrido nel senso che permette scambi tra culture e di idee. Rob e Liam si identificano con persone di differente cultura, come Puskas, Di Stefano, Eusebio, in modo da trascendere le classi nel loro paese. Ad esempio, possono vedersi molto più 9788896538456_0_0_678_75realisticamente nel mondo di Di Stefano, per ipotesi, che in quello del Duca di Edimburgo.»

Se c’è un’invenzione del genere umano così radicata nelle vene della storia UK è proprio il calcio. Il calcio descrive l’Inghilterra. I suoi colori, l’atmosfera, il modo di giocare, il mood che lo circonda è qualcosa che rapisce e affascina ogni appassionato. Ma oggi, per respirare quell’aria bisogna scendere dalla Premier League alla National League o team come l’Arsenal, lo United, il City continuano a mantenere il loro legame con il territorio a dispetto delle ricchissime proprietà straniere?

«Penso che queste straordinarie quantità di soldi sia davvero un problema. Le disuguaglianze sempre più ampie nel calcio riflettono quanto accade nella società. Sì, penso che nelle categorie inferiori ci sia più autenticità, ma questa autenticità è talvolta il prodotto di una crisi. Sarebbe meglio se le ricchezze venissero suddivise più equamente, anche se non vedo che possa accadere presto né nel calcio né più in generale nella società.»

Don Revie o Brian Clough, chi butta dalla torre?

«Ho sempre detto di tenermi Brian Clough, ma la reputazione di Don Revie ultimamente è tornata a crescere. Il suo approccio collettivo, il modo in cui i giocatori della sua

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Brian Clough e Don Revie

squadra si curavano gli uni con gli altri e combattevano gli uni per gli altri non po’ essere ignorato. Invece, posso dire Bill Shankly (celeberrimo coach del Liverpool, nda)?»

Il suo ultimo romanzo, Il Taglio, viene comunemente definito un romanzo di Brex-lit. Eppure, nell’incontro-scontro dei due protagonisti, Cairo e Grace, l’Europa sta molto nel sottofondo, come dire, l’Europa al massimo è un problema in più. Definirebbe il suo libro un esempio di Brex-lit?

«Mi fu commissionato per questo argomento, la cosa non mi mette a disagio. Comunque, ha ragione quando afferma che l’Europa è molto nel sottofondo. È un romanzo su Dudley. Quanto al referendum, è un storia inglese più che europea o britannica. Voglio dire, penso che la Brexit riguardi i nostri problemi e le nostre divisioni e abbia molto poco a che fare con la nostra appartenenza all’Europa.»

zfrgnsxtyRob, Liam, Cairo: tre protagonisti dei suoi romanzi uniti da un senso di abbandono e perdita che però non perdono la sensazione che il riscatto sia sempre in qualche modo possibile. In una realtà talmente sgretolata segnata dalla decomposizione della società tradizionale bisogna essere sostenuti da un bell’atto di fede per crederci, non trova?

«Se nota, questi personaggi sono stati progressivamente privati del diritto di voto: Rob, quantomeno, lavora in una scuola ed è impegnato politicamente; Liam vive in un hotel e frequenta sua moglie al telefono. Cairo è marginalizzato dalla società, tanto economicamente quanto culturalmente. Sono simili per molti aspetti, ma quello della marginalizzazione è dove io penso la nostra società abbia viaggiato di più. Quindi sì, ci vuole un sempre maggiore atto di fede.»

All’inizio Grace pensa che Cairo non sia altro che un uomo dai pensieri politicamente scorretti. Cosa ne pensa del “politicamente corretto”? non lo percepisce come qualcosa che abbia lasciato la sfera del linguaggio per diventare una sorta di Grande Fratello in grado di influenzare il comportamento delle persone nell’età contemporanea?

«Di certo nella società britannica abbiamo il problema di riuscire a parlare onestamente delle nostre reciproche esperienze e attitudini, ma non penso che la questione sia la correttezza politica. Piuttosto, il tipo di incomprensione tra classi sociali, cosa che Cairo e Grace sperimentano.»

All’indomani del referendum sulla Brexit gli analisti sottolinearono come il voto Exit vinse un po’ ovunque nel Paese, mentre Londra si schierò in stragrande

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Foto ALBERTO PEZZALI

maggioranza per il Remain, tanto che in rete nacquero gruppi che chiedevano che la capitale diventasse territorio di un nuovo Stato Indipendente di Londra all’interno dell’Inghilterra. Qual è il suo giudizio sulla Londra di oggi? Ma Londra è ancora Inghilterra?

«Il divario tra Londra e altrove cresce. E così le divisioni economiche all’interno della stessa Londra. È vero che, oltre vent’anni fa, quando mi trasferii a Londra, parenti e amici scherzavano sul mio andare in una terra straniera. La battuta non è più divertente, se mai lo è stata. Sta diventando sempre più facile vedere in Londra una specie di Singapore, staccato dal paese intorno. L’espulsione dei poveri dalla città o perfino l’esclusione di chi non è ricco è sempre più evidente. Una vergogna in più. »

A me sembra però che la Brexit non sia la causa della divisione sociale inglese quanto più uno strumento di sfogo a una situazione delicata tra le varie componenti della società.

«È esattamente quello che abbiamo trascurato di dire in gran parte della discussione. La Brexit è il sintomo, non la causa dei guai. In un certo modo è curioso che la rabbia di cui parla fu espressa con la forma di un referendum europeo. Il mio timore è che se pure

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Foto ALBERTO PEZZALI

riuscissimo in qualche modo a risolvere il problema della Brexit, il resto della miriade di problemi che ci affligge e le profonde ineguaglianze nel paese rimarrebbero. La crisi è reale e profonda.»

Parigi brucia, Londra no. Secondo lei perché, pur in uno stato di sofferenza sociale, in Inghilterra non è nata una reazione allo status quo pari a quella dei gilet gialli?

«Forse perché tra i due paesi ci sono una storia e una tradizione differenti. Detta brutalmente, la loro rivoluzione funziona. Le nostre no. Penso che alcuni di coloro che protestano indossando un gilet giallo credano di poter creare un cambiamento che è molto più difficile concepire in Gran Bretagna.»

Uno dei suoi punti di forza è la disciplina della sua narrazione: secca, non una parola fuori posto, zero orpelli. Quali le letture che il giovane Cartwright fece per diventare lo scrittore che ammiriamo?

«I miei tentativi tendenti a un semplice e dichiarato stile viene dal mio amore per Hemingway e dalla lettura poderosa della fiction americana del ventesimo secolo quando ero più giovane. Il realismo americano mi trasmetteva più realismo nel mondo in cui ero immerso rispetto alla fiction inglese, a parte ovviamente il gruppo di autori vicini alla classe operaia come Alan Sillitoe, David Storey per dire i primi nomi. Comunque, direi che un contrappeso a questo realismo sia un tipo di modernismo internazionale, se mi spiego, Kafka, Joyce, Garcia Marquez… se a ciò aggiungiamo un certo realismo psicologico britannico e irlandese, più una certa ammirazione per il folklore e il fantasy ecco che iniziamo ad avere un quadro più definito delle letture che mi hanno aiutato. Come altri autori sono diventato una gazza da quel che prendo dagli altri. Ma Il Taglio è stato decisamente un ritorno all’idea di realismo.»

La cosa più semplice spesso nasconde i pericoli peggiori. I dialoghi ad esempio. Nei 1553249263973_ANTHONY-CARTWRIGHTsuoi libri sono naturali, quasi davvero il lettore ascoltasse due persone parlare per strada. Ci lavora molto per renderli così fluenti nell’abito della narrazione o è un dono di natura?

«Se c’è una cosa che ho imparato sul linguaggio realistico è che non deve avere troppo a che fare con la realtà. Creare un buon dialogo riguarda molto di più l’andamento, il ritmo. L’ironia è che comunque resta stilizzato e artificiale. Comunque sì, ci lavoro duramente.»

C’è chi scrive a più non posso sfruttando le prime ore della mattina, chi preferisce chiudersi nella sua scrittura la notte. C’è chi non ha un’ora. Com’è la sua giornata tipo mentre è in fase di scrittura?

«In quei giorni mi tocca spremere la scrittura tra la cura dei bambini e altri impegni, quindi non ho proprio un modello fisso. Idealmente lavorerei alla mattina e ancora più idealmente nel nostro caravan a Norfolk, immerso nella quiete, accanto al mare, per poi fare altre cose nel resto del giorno. Ma in realtà non mi interessa il come se c’è l’opportunità di lavorare.»

Verrà mai tradotto in Italia How I Killed Margaret Thatcher?

«C’è ogni possibilità che a un certo punto, presto, venga pubblicato. Non è stato inserito nel ciclo di pubblicazione finora. Lo sfondo del romanzo sarà familiare, particolarmente per chi ha letto Il Taglio, in quanto le strade delle vicende sono le stesse.»

Che cosa conosce e chi apprezza della letteratura italiana?

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Italo Calvino

«Avrei dovuto menzionare Calvino nella lista di prima. Ciò che di lui particolarmente ammiro è come è riuscito a traslocare dal realismo alla fiaba, al fantasy, alla fantascienza. Le Città Invisibili è il suo titolo che preferisco. Poi i suoi contemporanei, come Cesare Pavese, Primo Levi e Giorgio Bassani. Particolarmente quest’ultimo, per come riesca a mettere Ferrara al centro del romanzo con eventi così tragici. Ammiro molto Leonardo Sciascia e il suo essere radicato nel territorio. Quanto ai nomi attuali, amo i romanzi dei Wu Ming, Pugni e L’Acchito di Pietro Grossi, che ci riporta pienamente all’influenza di Hemingway. Mi affascina molto inoltre il progetto di scrivere in italiano di Jhumpa Lahiri.»

A distanza di 31 anni: la mano di Maradona fa ancora male in Inghilterra?

«Sì, ma per gli appassionati di calcio della mia generazione il rapporto con l’Argentina è più complicato. Abbiamo vissuto, come il resto del mondo con Maradona e Messi, ovviamente. Uno dei sostegni della storia del calcio argentino in lingua inglese di maradonaJonathan Wilson lo riassume: “A chi piace il calcio piace il Brasile, chi lo ama ama l’Argentina. Anche nella notte della Mano de Dios le nostre reazioni furono complesse. La copertura della BBC si soffermò molto di più sul secondo gol di Maradona, che non quello segnato con la mano. C’è un momento di silenzio, la palla è in rete, i giocatori inglesi bocconi a terra, Maradona che esulta e il giornalista, Barry Davies, che dice semplicemente con una voce rassegnata: “Bene, dovete dire che è stato magnifico”. Questo riassume i miei sentimenti e, ne sono sicuro, quelli di Liam e Rob. Al centro di Heartland ho messo Inghilterra-Argentina del 2002, l’ultima di un quartetto d’oro di sfide: 1966, 1986, 1998, 2002, due vinte dall’Inghilterra e due dall’Argentina.»

 

ANTHONY CARTWRIGHT, LITERATURE AGAINST THE NOISE OF MODERNITY

21685500079_1f2122eac6_bHe comes from Dudley, Black Country, born 1973. His narration is getting more and more attention in Italy among readers and medias. His pages spread characters whose is possible listening to the flowing of their blood, a direct language fruit of a delicate cure, dialagues which leave their marks in the readers’ mind. A realistic story-telling that doesn’t make a mission of realism & co. To sum up: excellent contemporary literature. The Cut is the fourth novel of him published in Italy by 66thand2nd, the worthy roman publishing house whose choice ennobles this object called book.

His name is Anthony Cartwright. And this is our talk.

What does growing up in Black Country today mean compared with the Seventies and Eighties when you were a child there?

«I think growing up in the Black Country today is much more difficult than in the Seventies and Eighties and I’m not sure it was very easy back then. If I was Black or Asian or a woman, I might feel differently, but I’m not sure about that. Opportunities have narrowed, communities have become entrenched. It shouldn’t be this way. We are already at a point in British society where, in parts of the country, people have seen prospects worsen for the last two generations.»

In Iron Towns the main character, Liam Corwen, has his body covered by a lot of tattoes representing some of the greatest champions of football. As if to say: I keep the history of my world with me and everywhere I go. A simple homage or something deeper?9781782832010

«It is both homage and a statement by Liam about where he is from, who he sees as “his people”, his tribe. It is maybe an expression of yearning to belong. Liam might not express it in such terms but I think what the tattoos are saying is that he is part of a broad, hybrid, international, industrial working-class. One great art form of this class is football.»

Even Rob, main character of the previous Heartland, comes from football. Why did you choose to pick up the protagonists of two books published in a short time from the same world?

«Football has been important to me as a writer as an expression of a particular form of working-class culture. As I said with the previous answer, I see this as international, inclusive, hybrid – in the sense it allows for an exchange of cultures and ideas. Both Rob and Liam identify with people from different cultures – for example, Puskas, Di Stefano, Eusebio – in a way that they do not, or cannot, across class divides in their own country. For example, they can imagine themselves in Alfredo Di Stefano’s world much more readily than, for the sake of argument, the Duke of Edinburgh’s.»

Since the beginning of time football depicts England: colours, atmosphere, the way of playing, the game attended at the pitch, the mood around a game. All football fans are fascinated all over the world. Do you think that today to capture this english spirit we must leave Premier League in favour of League One, or even lower leagues, or Premier League still preserves its englishness” in spite of the ultra billionaire foreign team owners and the unbelievable business around the ball?

«I think the extraordinary amounts of money involved really are problematic. The widening inequalities within football mirror those in society. So, yes, I think lower level football in England is to some extent more “authentic”, but this “authenticity” is sometimes the product of crisis. It would be so much better if the riches were shared more evenly, although I cannot see that happening in football or in society any time soon.»

Don Revie or Brian Clough: who off the tower?

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Bill Shankly

«I would have always said Clough. But Revie’s reputation has had a bit of a revision in recent years. His collective aproach, the way his team cared and fought for each other can’t be ignored. Can I say Bill Shankly, instead?»

Your latest novel, The Cut, here in Italy is defined by the media a Brex-lit book. Yet, during the time covered by the story between Cairo and Grace, Europe stands in the background, it’s only one problem more not the heart of the novel. Would you call your book a Brex-lit novel?

«It was certainly commissioned as such, so I am comfortable with that. However, you are right to say that Europe is very much in the background. It is a novel about Dudley. As with the referendum itself, it is an English story, rather than a European or even British one. What I mean is, I think Brexit is all about our own problems and divisions, and in reality has little to do with EU membership.»

Rob, Liam, Cairo: three characters united by a similar sense of loss that anyway doesn’t delete their perception that the redemption is always possible. In a reality marked by the decomposition of the traditional society it’s necessary a very deep leap of faith to keep on believing in it, don’t you agree?

«If you notice, those characters are also increasingly disenfranchised: Rob, at least, works in a school and is politically engaged; Liam lives in a hotel with his life almost “on hold”. Cairo is marginalised by society – economically and culturally. They are similar characters in many ways but that are of increasing marginalisation shows where I think we have travelled as a society. So yes, an increasingly big leap of faith.»

At the beginning of their meeting, Grace thinks that Cairo is nothing more than a man full of politically uncorrect thoughts. What do you think of the “politically correct”? Don’t you think it’s not a matter of language anymore but rather politically correctsomething that, as a sort of big brother, is already influencing the behaviours of the contemporary age?

«I think we certainly have a problem in British society with being able to talk honestly about our experiences and attitudes towards each other, but I ’m not sure the issue is political correctness. Rather, the kind of miscommunication between social classes, which Cairo and Grace experience.»

On the forthcoming days after the Brexit referendum in June 2016 the analysts underlined how London had voted in a vast majority to remain. In the net came to light even groups claiming to turn London into and Independent State within Uk. What’s your opinion on the capital today? Is London still England?

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Pic by ALBERTO PEZZALI

«The divide between London and elsewhere continues to grow. But also the economic divisions within London grow too. It is true that when I first moved to London, over twenty years ago now, family and friends would joke about it being a different country. That joke isn’t funny anymore, if it ever was. It is becoming easier to see London becoming a kind of Singapore, divorced from the country around it. The expulsion of the poor from London, or even the exclusion of those who are not rich, is increasingly evident. One more shame.»

It appears to me that Brexit is not the cause of the english social division but rather something to pour anger and frustration in a fragile situation among the various part of english society.

«This is exactly what we have neglected to say in much of the debate. Brexit is a symptom, not the cause of our troubles. In some ways it is curious that the rage you

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Pic by ALBERTO PEZZALI

mention came to be expressed in the form of the EU referendum. What I fear is that even if we somehow solve the Brexit problem, all our other myriad problems, and the country’s deep inequalities remain. The crisis is real and profound.»

Paris is burning, London isn’t. According to you, despite the same social suffering, why England has not created its yellow vests?

«Maybe there is a different history and tradition in France compared with Britain. Put bluntly, their revolutions work. Ours dont. Someone protesting in a yellow vest in France I think possibly believes they can create change in a way that is much harder to conceive of in Britain.»

One of the main qualities you show as a writer is the ongoing discipline of your way of writing that drives your story-telling on each page: no filler, no unnecessary word, no ornament, a narration directed to the point. The story itself and the dialogues move the reader not the writer. Which have been the readings of Anthony Cartwright in his portrait of the writer as a young man?

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Ernest Hemingway

«My attempts at economy, of a simple, declarative style come from loving Hemingway and reading a lot of Twentieth Century American fiction when I was younger. American realism seemed to say a lot more about the world in which I lived compared with much English fiction, other than the obvious group of working class novelists such as Alan Silitoe, David Storey and so on. However, I would say that a counterweight to this realism is a kind of international modernism, if that makes sense – Kafka, Joyce, Garcia Marquez… If we add a British and Irish working class psychological realism to this, plus an admiration of folklore and fantasy, we start to build a fuller picture of the reading that has shaped me. I think I’m like a lot of writers in that I have become like a magpie in what I take from others. But The Cut was definitely a return to an idea of realism.»

Very often in the creative work the simplest thing is the one that hides the worst dangers. Dialogues for example. In your books they really are a plus for their skill to push the reader on the road or in a pub to listen to the characters speaking. Do you work much on them or is it a natural gift?

«One thing I’ve learnt about “realistic” dialogue is that it does not have much relationship with reality. Creating good dialogue is much more about creating patterns, a rhythm hopefully. The irony is that it is very stylised, artificial even. In that sense, I work hard at it.»

There are those who write as much as they can in the morning and those who prefer to face the writing in the deep night. Some authors don’t have a particular hot moment. What’s your typical “writing day” like?

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Meeting his readers at 2019 Milan Bokpride

«These days I have to squeeze writing in between looking after our children and different teaching commitments, so there is less fixed pattern for me. Ideally I would work in the morning, even more ideally at our caravan in Norfolk, in the quiet, by the sea, and then do other things later in the day. But actually I don’t mind working simply when there is opportunity.»

Will ever I Killed Margaret Thatcher be translated in italian?

«There is every chance it will be published at some point soon. It hasn’t fitted with publishing cycles so far. The background to the novel will be familiar, particularly for readers of The Cut, as it is set on the same streets.»

What do you know and possibly who do you admire about italian literature?

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Giorgio Bassani (and cat)

«I should have already mentioned Italo Calvino in the list above. What I particularly admire about him is the way he moved from realism to fable, fantasy, science fiction. Invisible Cities is my favourite of his books. Also, Calvino’s contemporaries such as Cesare Pavese, Primo Levi and Giorgio Bassani, particularly the way Bassani’s novels centre on Ferrara and such tragic contemporary events. I also admire Leonardo Sciascia very much, again for being so rooted in place. As for Italian writing now, I love the Wu Ming novels. And Pietro Grossi’s Fists and The Break – which takes us full circle back to the influence of Hemingway. I am also fascinated by Jhumpa Lahiri’s project to write in Italian.»

Thirty-three years later: does Maradona’s hand still hurt?

«Yes, but for football lovers of my generation in England our relationship with Argentina is more complicated. We have lived, as has the whole world, with Maradona and Messi, of course. One of the endorsements of Jonathan Wilson’s English-language history of Argentinian football sums it up: “People who like football like Brazil. People who love football love Argentina”. Even on the night of the Hand of God match itself our reactions were complex. The BBC coverage for Maradona’s second goal (not the handball) mano-dios-maradona-2articulated this, I think. There is a moment of silence, with the ball in the net, the English players prone, Maradona racing away to celebrate, and then the commentator Barry Davies says simply in a resigned voice, “Well, you have to say that is magnificent”. I think that sums up my feelings, and I know for sure, Liam’s and Rob’s. I use England v Argentina in 2002 at the centre Heartland (the last of a truly great quartet of world cup matches: 1966, 1986, 1998, 2002 – two England wins, two Argentina).»

 


4 risposte a "Anthony Cartwright, la letteratura contro il rumore della modernità"

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