Ray Bradbury e quell’incanto piccolo piccolo chiamato Stanlio e Ollio

1Immaginare un nuovo mondo, inserirlo dentro un nuovo tempo e poi venire apprezzato da un lettore a diecimila chilometri di distanza innanzitutto per un racconto di un realismo sconcertante. Impiegare la fatica della propria vita iniettando simbolismo alla letteratura fantastica, diventare uno dei più alti narratori dell’inconscio, portare alla luce l’ossimoro della visionarietà popolare e poi osservare che si colpisce al cuore per una storiella che avremmo potuto incontrare in un qualunque libro di Raymond Carver.

2Restare nella Storia dell’intera letteratura (anche) grazie a una delle invenzioni promosse a puro classicismo (gli uomini-libro che imparano a memoria i testi dei libri per farli vivere in eterno perché i libri stampati sono contro la legge), finale del distopico Fahrenheit 451, e poi bloccare il respiro, pungere la commozione, soffiare nella mente e nel cuore l’antica idea che la vita può trasformarsi in un percorso di sanguinante splendore e agghiacciante pena con una gemma oscura piccola piccola intitolata Stanlio e Ollio.

Un breve respiro di neanche undici pagine piene nella versione italiana. Ray Bradbury al suo massimo dei massimi. Un sasso piatto buttato a filo di superficie in un lago che non la smette di acquistare moto (invece di perderlo) a ogni schiaffo sull’acqua. Come a dire: «Mi conoscete per l’oro. Assaggiate questo pezzo di pane. Poi tornate pure all’oro».

Ho preso più volte in mano il suo oro. Ma sono rimasto fermo al pezzo di pane. Non smetto di sentirne il gusto nel palato. E più lo mastico più capisco di non essere il solo. A un tizio faccio comunque compagnia. Aprite la prima pagina di Uscita per l’inferno di Stephen King, appiccicateci gli occhi sopra fino a quando lo chiuderete per mancanza di righe e poi sappiatemi dire.

Ma in che cosa consiste tutto questo incanto?

Los Angeles. Lui e lei si trovano a una festa da cui vorrebbero scappare per il frastuono, 3per le facce presenti, per la festa in sé. Non si conoscono, ma ancora per poco. Perché si incontrano al banco dei drink, dove ognuno cerca di dare il passo all’altro. La scenetta è comica, tanto che scoppiano a ridere, lui afferra l’estremità della cravatta facendone sventolare i lembi e arpeggiando le dita. Lei di rimando sbatte le palpebre e le viene di fare una faccia come se avesse appena preso un colpo in testa. «Stanlio!» esclama lui. «Ollio!» fa lei.

Scoppia un amore che divora loro le giornate. Non contano più i loro nomi registrati all’anagrafe. Da ora in poi saranno Stanlio e Ollio. Vanno pure, e più volte, dove i veri Stan Laurel e Oliver Hardy girarono la scena della cassa con all’interno il pianoforte trasportato a mano per centocinquanta scalini. Non si perdono un loro film nelle sale cinematografiche. Lui lavora in un’agenzia pubblicitaria, lei in una di viaggi, ma bruciano le ore solo per poi vedersi. Quando si incontrano è una tempesta di vita. Lui è l’aria per lei, lei i polmoni per lui. Non si isolano dal mondo, lo vivono con più forza respirandolo a vicenda.

5Finché.

Finché anche il loro amore muore. Lei gli chiede di seguirlo a Parigi. Lui non ce la fa a uscire da Los Angeles. Si lasciano in una scena che un seppuku è un antipasto. Si danno appuntamento ogni 4 ottobre su quella scalinata. Ma non si vedranno mai più. Per almeno quindici anni.

Un’ultima volta sugli Champs Elysées. Lui cammina con la moglie e le due figlie. Davanti, in senso contrario, procede una bella donna con al fianco un uomo più anziano e un bambino sui dodici anni. Quando s’incrociano il loro sorriso è identico. Lui sfarfalla i lembi della cravatta. Lo fa per lei. E lei si porta una mano sulla testa, un gesto solo per lui. E aggiunge il nome con cui lo chiamava negli anni del loro incandescente amore. Lui passa oltre e zittisce prima una figlia che si stupisce perché quella signora ha chiamato il padre Ollio e poi l’altra figlia e la moglie che lo prendono in giro perché lo scorgono con gli occhi umidi.

Gli ex amanti si sono oltrepassati. I passi sul vialone continuano. I due si voltano nello stesso istante. Lui pare che le labbra di lei stiano pronunciando un muto “Arrivederci Ollio” e sente le proprie dire in silenzio “Addio Stanlio”. Mentre l’ultima luce del sole di ottobre cade su Parigi.

Mi sono messo a leggerlo anche ad alta volta nella traduzione in italiano di Andrea Terzi e ho sentito quanto la voce di Bradbury s’incolli sulla pelle e arrivi fin dentro gli occhi. In arte l’amore è quanto di più scivoloso ci sia, in letteratura soprattutto. Cadere nel ridicolo è un facile destino. Finire rubricati nel prevedibile ancora più elementare. L’utopia 6dell’innocenza e la zoppia dell’esperienza che escono da queste pagine cancellano però ogni pericolo.

La scena non cambia: le strade, i rumori che fanno le città, la luce dei lampioni, i colori dei capelli che vediamo sulle persone e quelli dei cartelloni, le auto, gli autobus, il trillo della sveglia di mattina. Uguale durante l’amore in corso e quando l’amore ci ha abbandonato. Due mondi opposti però. Ci sono tutti in Stanlio e Ollio. C’è la follia di vedere che la nostra carne può avere un senso, il nostro essere inadatti a ciò che noi stessi costruiamo con la nostra magra fatica, l’ingiustizia della condanna dopo l’errore, il fine pena mai.

7Finché ci ripariamo nel fuoco bruciamo una vita dopo l’altra, sentendo (non sapendo) che c’è altra vita dopo quella che abbiamo appena incenerito. Ma il peggio, dopo il fuoco, non è tanto l’acqua che lo spegne. Che fa un male cane, che ci porta pure sull’orlo dell’abisso, ma che, salvo i rari casi più drammatici, prima o poi passa.

No, è il secco dopo l’acqua che per un semplice giro del destino può ripresentarsi bastardo e vigliacco, il male più oscuro. Quando arriva, questo non passa più. Ci afferra per la gola. Ci impone di guardare dove vuole lui. Non molla la presa. Non bastano due bottiglie di Bourbon a sera per anestetizzarlo. Ci scaraventa la mente a “mi ricordo quei giorni”. E ci costringe a restare in vita. Nei giorni dei giorni dei giorni dei nostri giorni.

 

RAY BRADBURY AND THAT SO TINY SPELL CALLED THE LAUREL AND HARDY LOVE AFFAIR

DISNEYLAND 50TH ANNIVERSARY CELEBRATION, ANAHEIM, AMERICA - 04 MAY 2005Imaging a new world, including it in a new time but at the end being appreciated by a ten thousand miles faraway reader above all on account of a tale marked out for its baffling realistic frame. Working on your style all life long giving the science fiction literature a new symbolism, getting one of the best narrators of subconscious, bringing to light the oxymoron called popular visionary and finishing to strike at somebody’s heart for a little tale available in Raymond Carver’s every book.  

Getting a place in Literature History (also) thanks to one of the most famous inventions immediately kissed by Contemporary Classicism (the men/women book who memorize whole texts for the next generations by the fact that keeping books at home is a crime, light of the distopic Fahrenheit 451) and shocking with an obscure tiny gem entitled The Laurel and Hardy Love Affair. 11

A short breath lasting about ten pages more or less. Ray Bradbury at his best. As if he said: «You know me for the gold. Do taste this slice of bread. Then you can come back to the gold.»

Several time I picked up his gold. But I always got back to this slice of bread. Never forgotten its taste in my palate. And the more I chew the more I feel I’m not alone. Who I’m with? Open the first page of The Bachman Books “Roadwork”  and start reading. Then call me.

But what’s this spell about?

10Los Angeles. He and her, they meet together in the middle of a party they would escape from. The counter of drinks. Each of them is trying to give way to the other. The scene is funny and they burst out laughing. He seizes the brim of his tie making it flap and moves his fingers. In return she blinks looking like somebody just beaten in her head. «Stan!» he shouts out. «Ollie!» she cries out.

Love bursts out and hooks their days. Their real names don’t mean anything. From now on they will be Stan and Ollie. More and more times they even go to the place where real Stan Laurel and Oliver Hardy shot the famous scene of the heavy packing case containing a piano they try to carry on a staircase of one hundred fifty steps. They don’t miss a movie of the twosome in the cinemas. He works in an advertising agency, she earns her money in a travel one, but they burn their hours just to meet together. When it happens it’s a storm of life. He’s her air, she’s his lungs. They don’t live isolated from the world but live it stronger breathing it each other.

Until.

4Until their love dies. She asks him to follow her in Paris and living together in the Ville Lumière. He knows he don’t get along out of Los Angeles. They are through with themselves in a scene compared with a seppuku is an appetizer. They make a date to meet each 4th October at the Music Box Steps. They’ll never meet each other for at least fifteen years.

A last time on Champs Elysées. He’s walking with his wife and two daughters.  A handsome woman, with a much older man and a child more or less twelve on her side is coming in front of him. When they come across their smile is identical.  He moves the tie with his fingers. He does for her. And she puts a hand on her head, a gesture only for him. She adds the nickname she called him the days of their blazing love. He moves on, first hushing one of his daughter who’s amazed because that woman called his father Ollie, and then the wife and the other daughter who keep on kidding him because they see he got wet eyes.  

The former lovers have crossed each other. The paces on the avenue go on. They turn their head at the same moment. He guesses that her lips are pronouncing a dumb “Goodbye Ollie” and notices his saying a silent “Farewell Stan”. While the last light of October sun falls down on Paris.

12Once I took my time to read out this tale, traduced in italian, my language, feeling how Bradbury’s voice glue on the skin and go so far our eyes. Love in art is something so slippery, above all in literature. Falling into ridicolous is an easy fate. Being predictable as well. The utopia of innocence and the lameness of experience coming out of this pages delete every danger.  

The scene doesn’t change: streets, noises of the town, the light of streetlamps, the colours of people’s hair and those of the posters plus cars, buses, the ring of the alarm clock. Everything is the same both when love feeds us and when falled apart. But they draw two opposite worlds. We can find the both of them in The Laurel and Hardy Love Affair. The mental insanity that suggests us how our flesh can have a sense, our being unfit about what we create with our efforts, the injustice of the conviction after a mistake, the life sentence.

As long as we shelter into the fire of love we keep on burning lives one by one, feeling (not knowing, feeling) that there is a brand new life after the one we’ve just turned to ashes. But what it’s worst, after the fire, is not the water that puts it out. The water brings us ‘till the edge of the abyss but, with the exception of rare cases, sooner or later it vanishes.13

No, it’s the “dry land” after the water the darkest evil that can come knocking on our door as a simple twist of fate. When the “dry land” comes it won’t ever go away. It grabs us by the throat. It imposes us to watch where it wants. It won’t let up. It’s not sufficient two bottles of Bourbon at night to anesthetize it. It throws our brain toward “Oh, those were the days!!!” . Compelling us to keep us alive. In the days of the days of the days of our days.

 


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