Coleridge, il vecchio marinaio e l’uomo moderno

1Se dovessi scegliere un’opera letteraria che sintetizzi l’imbecillità abietta dell’essere umano opterei per La Ballata del Vecchio Marinaio di Samuel Taylor Coleridge (1772-1834).

La Ballata non è solo questo, ovvio. Nato come sviluppo di un sogno che fece mister Cruikshank, amico del poeta, e sviluppato in alcune sue parti dai suggerimenti di William Wordsworth, è un poema che inserra tra i suoi versi una rivelazione filosofica che sintetizza quanto un gesto, figlio del non-pensiero che lo ha armato, possa manifestarsi quale Padre del Male. È altresì uno dei manifesti, forse il più alto insieme a poesie sparse di William Blake, del romanticismo inglese, titanico, ardito e del tutto privo di sentimentalismo.

La Ballata è la persecuzione di uno spettro. Che cade certo sul vecchio marinaio responsabile dell’omicidio di un uccello, ma che per avverarsi chiede la realizzazione del sacrificio di un grande numero di persone innocenti. Testimoni del misfatto, ma a ben considerare, con le mani pulite.

La storia di un uomo costretto a narrare fino alla fine dei suoi giorni la sua storia a chiunque abbia la compiacenza di ascoltarlo. Senza possibilità di scelta contraria o gesto liberatorio. Una storia che inizia con una tempesta apocalittica che sta martoriando una nave che viaggia sulla rotta dall’equatore al Polo Sud, dove il ghiaccio l’ha incagliata a sé. Sembra tutto perduto, la ciurma è allo stremo come un soldato in trincea in uno dei tanti inverni della Grande Guerra.2

Ma forse non è ancora giunto il momento della fine. Perché un albatro si posa sull’albero maestro della nave. Un segnale di buon augurio, così almeno i marinai lo vivono perché da sempre quell’uccello sancisce il patto tra l’uomo e la natura. E ci credono al punto di offrire all’animale l’esiguo cibo rimasto a bordo. La fede funziona. Il gesto si rivela propizio. Il cielo si apre, il vento torna a farsi robusto per una buona navigazione. Ma basta un granellino di sabbia a mandare in tilt il motore più potente.

4Un vecchio tra loro, ancora intontito dalla paura, stremato dalla fatica, compie il più perfetto tra i gesti insensati. Scocca una freccia con la balestra diretta verso l’uccello e lo fa cadere esanime. Tutti comprendono che il gesto sarà cento, mille volte più orribile di quello che possono arrivare a pensare. Infatti il vento si ferma, il naufragio piano piano ricomincia, la nave riprende ad andare verso acque sconosciute e senza ritorno. Increduli, i marinai non possono che legare il cadavere dell’albatro al collo del collega maledetto. Un monito? Una richiesta di perdono? Il riconoscimento della piccolezza umana?

Può essere. Ma quegli uomini comprendono da loro che è iniziato l’inizio della fine. La attendono. La nave in piena notte è di nuovo ferma. Non esiste centimetro di mondo che le si muova accanto, sopra e sotto. Un’ultima orrenda speranza è la visione da lontano di un vascello che si sta avvicinando. Nessuna salvezza si apre a loro quando il bastimento si accosta alla nave. È vuoto. A non contare almeno due figure erette sul ponte. Pallide, esangui, che guardano la scena con un ghigno mentre giocano a dadi. Una è la Morte. L’altra la Vita-In-Morte.

Si giocano il destino della ciurma e quella dell’assassino. Vince la Vita-In-Morte e il suo premio è il vecchio marinaio. La Morte si prende l’equipaggio. Duecento uomini che, uno dopo l’altro, lasciano sul pianeta le loro carcasse per sete. L’immensa distesa di acqua che li circonda non può fare nulla. Il responsabile da cui prese il via tanto orrore, dopo sette giorni di incubi nel mare abitato da mostri marini, torna sulla terra e inizia la raccapricciante espiazione. Ultima beffa, giunto al suo paese natale lo scambia per nuovo focolare di pace. L’agonia del racconto incomincia a trovare la sua prima forma a un eremita. Le parole gli si rivoltano contro creandogli un dolore atroce.3

È la sofferenza che evapora e che, come un incantesimo finito, tornerà a schiacciargli il petto un giorno o l’altro, vicino nel tempo. La sofferenza che lo costringerà a vagare e trovare un nuovo interlocutore che mostri la cortesia di ascoltarlo e con cui svuotarsi iniziando di nuovo a raccontare la sua avventura. E lasciarlo con un avvertimento: qualunque cosa lei faccia, rispetti sempre la più piccola creatura nata per volontà del Signore. Questa la sua obbligatoria redenzione.

Il poema col tempo si è coperto di una lettura che sovrappone l’artista al vecchio marinaio, metafora del poeta che è costretto a divulgare il suo sapere. Charles Baudelaire, partendo proprio da questa allegoria, scrisse L’Albatros, il suo testo più celebre. Ma il simbolismo più universale veste il responsabile di tanto male con i panni dell’essere umano.

Der_Alte_Matrose_b_30Eccoci. Noi, che ne facciamo parte nel ruolo di onnipotenti di una modernità che sta eliminando pian piano il sacro, ci balocchiamo nel compiere sacrilegi e violare tabù millenari. Sappiamo ancora soffrire, abbiamo costruito attorno alle lacrime un business che ci riempie di denaro sonante, siamo prim’attori della voce che scaglia sgraziate schegge di dolore e afflizione e tra qualche decennio bloccheremo la Morte per le spalle e saremo noi a ghignarle in faccia. Siamo fuoristrada se dichiariamo che della redenzione non sappiamo proprio più che farcene?

 

 

 

COLERIDGE, THE ANCIENT MARINER AND THE MODERN MAN

1aIf I had to choose a literary work able to summarize the shameful idiocy of mankind I would opt for The Rime of the Ancient Mariner by Samuel Taylor Coleridge (1772-1834).

The Rime isn’t only this, obviously. Born as a development of a dream that Mr Cruikshank, a friend of him, told the author and created in some parts by William Wordsworth’s suggestions, this is a poem containing in its lines a philosophical revelation that tells us how a gesture, son of a no-thought that supplied it with arms, can become the Father of Evil. And it’s also (together with William Blake’s some scatterd poems) one of the highest levels of English Romanticsm, titanic, brave and with no sentimentalism within at all.

The Rime is the persecution of a ghost. A spectre that keeps the ancient mariner’s life, responsabile of the death of a bird, of course, but in return for the sacrifice of two hundred men, the crew, witness of the crime but innocent.

The history of a man compelled to tell what he did ’till the end of his days to everybody he’ll finds on his path. With no chance to free from this curse. And what he did was stupid, daft, dumb. Killing an albatross which was saving their ship from a definite death of them all. A bird that defines the covenant between humankind and Nature.Samuel Taylor Coleridge in 1802, the year his daughter, Sara, was born.

Death and Life-in-Death play cards and the trophy is the fate of the ship. Life-on-Death wins and choses the ancient mariner, Death takes the crew making it die one by one by thirsty. Come to his hometown the old mariner starts with his agony. His words begin to spread out with a dreadful pain to an hermit.

It’s the suffering that is evaporating and that will come again to torment him very soon again. The suffering that obliges him to wander and find another “someone” that accepts to listen to his story. The mariner will always leave the listener with a warning: whatever you’ll do, show always respect to the least creature of God. This his compulsory redemption.

For many the key of this ballad is the substitution of the ancient mariner with the poet. The artist is the one compelled to show his knowledge of the world and life. Starting from this point Charles Baudelaire wrote The Albatross, one of his most known poem. But the most universal symbolism sees in the mariner the whole mankind.3a

Here we are! All-powerfuls in a modern age that little by little is getting rid of sacred, we have been amusing in acting profanations and violating millennial taboos. We’re still able to feel pain, we’ve built a rich business among tears, we’re the main character of a movie moving around a voice that launches clumsy slivers of ache and affliction. We who, in some decades, will block the Death by its shoulders sneering at its face. Are we so far from the truth if we say that we don’t precisely know what to do of redemption?


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