Aldo Pedron: vi racconto quella leggenda vivente che è Ry Cooder

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Giusto vent’anni fa, nel 1988, Arcana diede alle stampe un libro di 144 pagine intitolato Ry Cooder – Il viaggiatore dei suoni a firma di Aldo Pedron. Giusto vent’anni dopo quel testo è di nuovo sugli scaffali. Come ristampa? Nient’affatto. Come nuovo testo. Con le pagine esplose a 379 (quasi due libri in più della lunghezza originaria) e il medesimo autore ovviamente, già conosciuto e presentato in questo spazio pochi mesi fa per via di un altro testo monstre, quello sui Beach Boys.

Con WikiPedro, come lo chiamano gli amici per via della sua conoscenza enciclopedica della storia della musica rock, non ci poteva essere occasione migliore per una chiacchierata sul musicista di Santa Monica, California.

Questa versione è un deciso ampliamento di un suo vecchio testo, sempre uscito per Arcana. Che cosa l’ha spinta a mettere di nuovo mano sulla carriera del musicista californiano?

30221303_10155905925658301_9155310781036756992_n«Nel 1998 volevo scrivere un libro su David Lindley ma l’allora direttore artistico di Arcana, l’amico Ezio Guaitamacchi, mi disse che era un personaggio troppo di nicchia e forse era meglio optare per un libro su Cooder, cosa che naturalmente feci. Un volume di 144 pagine intitolato Ry Cooder – Il viaggiatore dei suoni. Naturalmente mi piaceva e mi piace molto ancora oggi Ry Cooder, uno dei miei artisti preferiti e in assoluto uno dei migliori in circolazione, una vera leggenda vivente. Quando uscì il mio libro nel 1998 di Ry Cooder si sapeva ben poco. Oggi posso dire che ho appreso molto su di lui. Con l’avvento di internet si sono moltiplicate le notizie anche su di lui, che nel frattempo ha inciso parecchi dischi. Era il momento giusto per scrivere un nuovo libro su di lui. Stranamente non esistono molti libri su Cooder nel mondo, fatta eccezione per un recente tomo del 2016 scritto in lingua fiamminga da Wouter Bulckaert. In poche parole, quasi nulla su di lui pertanto era doveroso che io ne scrivessi un altro.»

A proposito di California. Prima un suo libro sui Beach Boys, ora Ry Cooder, per fine anno è prevista l’uscita di un volume sui Creedence Clearwater Revival. Ha trovato un modo nuovo per farsi dare la cittadinanza californiana?

«Direi che è una buona idea la cittadinanza californiana. Dal 1966, anno in cui ho incominciato ad acquistare e collezionare dischi, sono un grande appassionato di musica e soprattutto del west-coast sound. Il fascino irresistibile di San Francisco, della Summer of Love, il flower power, della psichedelia e dei gruppi come Jefferson Airplane, Grateful Dead, Quicksilver Messenger Service e tanti altri da riempire una doppia pagina di giornale.»

Cosa ha rappresentato Ry Cooder nella storia della musica contemporanea?

«Il vero ambasciatore della musica root tradizionale americana. Uno scopritore, ry-cooder-580archeologo della musica, etnomusicologo, un polistrumentista e multistrumentista curioso di scoprire suoni, sonorità e melodie di ogni popolo rivalutando così la musica africana, il tex-mex, la musica hawaiana, indiana, i suoni di Cuba, la musica irlandese e dell’Estremo Oriente. Lui è un archivio vivente, funzionante e assai dinamico.»

Si ricorda quando lei lo ha ascoltato per la prima volta?

«Già all’epoca del primo disco nel 1970 rimasi folgorato dalla sua bravura e dai suoni della sua chitarra. Inoltre, mi stupiva il repertorio, insolito, studiato alla perfezione. La sua ricerca storica delle radici. Ry Cooder nei suoi primi undici album da solista ha scritto ben pochi pezzi. La sua grande abilità stava appunto nello scovare brani oscuri della tradizione americana dei generi più disparati e riarrangiarli in maniera sublime tanto da renderli suoi. Inoltre l’ho sempre seguito e ascoltato dal vivo per la prima volta, in acustico, al Festival di Nyon, in Svizzera il 22 luglio del 1979 e tre anni dopo nell’epica serata al Rolling Stone di Milano il 4 maggio del 1982 in uno dei più bei concerti in assoluto a cui ho assistito in vita mia.»

Sono rimasto molto colpito dalle pagine in cui si descrive il suo rapporto con i Rolling Stones. Cooder pronunciò parole di fuoco contro Jagger & Richards, ma più delle frasi colpisce il fatto in sé e poi il modo con cui gli Stones rubarono pezzi al povero Cooder facendosi passare come autori di canzoni che sarebbero state benedette dalla Storia.

ry-cooder-740x357«Nel 1971, a un giornale underground di Austin, usò nei confronti degli Stones le parole: “Sono delle vere sanguisughe”. Non poteva immaginare che quelle incisioni fatte con loro a Londra nel marzo e aprile del 1969 e per l’album Let It bleed venissero poi pubblicate, dopo la sua dichiarazione naturalmente. In seguito aggiustò il tiro dato che gli arrivarono alcuni credit sui dischi, le royalty per le sue collaborazioni e la pubblicazione, tre anni dopo, di un album come Jamming With Edwards, inciso in jam notturna il 23 aprile del 1969 senza Keith Richards, e attribuito non agli Stones ma a Nicky Hopkins, Ry Cooder, Mick Jagger, Billy Wyman e Charlie Watts e dato alle stampe soltanto il 7 gennaio del 1972. La sua fenomenale bravura alla slide elettrica la si può ascoltare anche su Sister Morphine incisa da Marianne Faithfull e poi in Sticky Fingers degli Stones nel 1971. La sua è l’assoluta padronanza e autentica maestria con il bottleneck nella tecnica slide. Sta di fatto che il riff di Honky Tonk Women è di Ry Cooder, non accreditato, e il suonare in open G, in chiave di sol aperto, con l’accordatura aperta, Keith Richards lo imparò proprio da lui ascoltando dei nastri che il californiano suonava durante la sua permanenza di tre settimane alla loro corte. Nel libro ci sono tutti i dettagli.»

La celeberrima testata Rolling Stone lo ha inserito all’ottavo posto nella classifica dei più grandi chitarristi di ogni tempo. Si sente di avallare questo responso?

«Direi di sì. Ry Cooder merita di essere nell’olimpo dei grandi. Inoltre va specificato che è considerato il migliore in assoluto per la tecnica slide, il modo di suonare che RyCooder_Photo_Credit_JoachimCooder-800x460tecnicamente viene definito bottleneck, vale a dire collo della bottiglia. Una tecnica che usavano i bluesmen negli anni ’40 e ’50 con un rudimentale collo di bottiglia, più raramente dei coltelli a serramanico, che veniva usato facendo scivolare le dita e il pezzo di vetro sfregando le corde della chitarra e ottenendo un suono meraviglioso, quasi si volesse riprodurre la voce umana. Per Ry Cooder, la sua è una interminabile ricerca del suono perfetto che lo porta a sperimentare in maniera così ossessiva da apportare rilevanti modifiche alle sue chitarre.»

Più grande come compositore o esecutore?

«Come arrangiatore ed esecutore. Uno studioso che pesca nelle radici della musica mondiale e trasforma i suoni da renderli magici, sinuosi, unici. Ogni singola canzone viene metabolizzata, studiata, elaborata e personalizzata a sua immagine e somiglianza senza snaturare lo spirito originale.»

Più un continuatore di una tradizione musicale o più innovatore?

«Un viaggiatore ed esploratore dei suoni. Un continuatore della tradizione ma al tempo stesso un innovatore.»

paris-texas-paryz-teksas-ry-cooder-1-lp-limited-to-480-copies-clear-vinyl-wydanie-amerykanskie-Cooder ha scritto memorabili colonne sonore, Paris, Texas in testa. Qual è il marchio che rende queste musiche così originali?

«Il fascino della musica di Cooder è che è originale e unica. Dal 1970 al 2010 ha inciso trentuno colonne sonore e dato la musica a nove film di Walter Hill e a un paio di Wim Wenders con il suo autentico marchio di qualità. Oramai direi che c’è un suono alla Ry Cooder, inconfondibile.»

Che cos’ha il suo suono slide da renderlo così fatato e allo stesso tempo così immediatamente identificabile? Una questione solo di tecnica?

«La slide ha un fascino tutto suo. Non è soltanto tecnica, ci vuole abilità, cuore, sentimento, buon gusto e bravura tutti insieme. Con la slide si ottiene un suono lamentoso che si addice perfettamente al blues.»

IMG_1329Come ha già accennato, nella sua carriera di giornalista ha avuto l’opportunità di assistere più di una volta a un suo concerto. Sul palco Cooder è altrettanto bravo a ricreare in suono dal vivo quella particolare atmosfera minimalista con la quale nei dischi disegna mondi solitari e apocalittici ma allo stesso tempo evocativi di un sentimento a tratti romantico? 

«Ry Cooder dal vivo è altrettanto bravo. Solitamente è circondato da una band stellare per poter riprodurre la sua musica che spazia dal tex-mex al bluegrass, al country, al gospel, la musica hawaiana, il soul e il blues più autentico.»

Dovesse consigliare uno o più titoli del chitarrista di Santa Monica a chi non ne ha mai ascoltato una nota?220px-PurpleValleyCooder

«Almeno sette album da ascoltare assolutamente: Bop till you drop del 1979, Paradise and lunch del 1974, Into the Purple Valley del 1972, Chicken skin music del 1977, Buena Vista Social Club del 1997, Paris, Texas del 1985, Mambo Sinuendo con Manuel Galban del 2002.»

I dischi invece che Ry Cooder ha ascoltato fino a rovinarli?

«Vari dischi di Woody Guthrie, il primo album su Folkways del 1958 di Joseph Spence; tutte le incisioni tra il 1926 e il 1932 di Blind Blake; e quelle a 78 giri tra il 1927 e il 1930 di Blind Willie Johnson.»

Perché nel libro ha voluto inserire la pubblicazione di dieci partiture di Cooder?

28378995_10155797135808301_6792928726675652075_n«Il mio primo libro su Ry Cooder conteneva otto partiture. Ci sono molti chitarristi o neofiti che vogliono cimentarsi con le sue canzoni. Nella nuova versione ho voluto aggiungere almeno due nuove partiture ovvero Billy The Kid per mandolino e Tattler, perché l’ho segnalata al primo posto nella classifica dei suoi brani migliori.»

Lo scorso anno Ry Cooder ha superato la boa dei settant’anni. Si può già intravedere qualche giovane discepolo?

«Nessun discepolo ma ci sono molti bravi chitarristi, alcuni a lui contemporanei, come David Lindley, Bonnie Raitt, Billy Gibbons, Mick Taylor e poi Derek Trucks, Warren Haynes, Sonny Landreth, Jerry Douglas, David Tronzo, Chris Buck.»


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