Harald Gilbers: il mio “crime” mentre Berlino cade

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Per raccontare al meglio lo zeitgeist della Germania agonica a un passo dalla fine della Seconda guerra mondiale non ha solo scelto un genere letterario (la crime story) che, per sua natura, sottrae per buona parte di una storia l’occhio del lettore verso una sponda narrativa esclusiva (l’indagine sul delitto), ma ha deciso che il suo investigatore dovesse essere ebreo. Richard Oppenheimer, ispettore della polizia di Berlino, cacciato dalla porta perché appunto figlio di David e fatto rientrare dalla finestra perché più bravo degli altri. Sempre in bilico tra chiamata in un campo di concentramento e assicurazione di un criminale alle patrie prigioni.

02Da Harald Gilbers, dopo Berlino 1944 e I figli di Odino (pubblicati entrambi dall’ottima Emons), attendiamo ora la chiusa della trilogia sulla capitale morente che accompagna la fine del nazismo. Per essere di nuovo convocati a respirare quell’aria penetrante e solforosa di caduta senza fine del genere umano. E, come testimoni oculari, accompagnare nello stesso tempo l’investigazione su un nuovo caso. Pagine del disastro quelle dello scrittore tedesco. Asciutte e visuali come il genere chiede. Letteratura vera, non prodotto editoriale eccellente per il mercato.

Questa la nostra chiacchierata.

Uno degli elementi centrali dell’investigatore Richard Oppenheimer è il suo stesso profilo: è ebreo. Come le venne questa idea?

«Fu una decisione molto importante per la mia strategia narrativa. Nel primo romanzo, Berlino 1944, volevo raccontare una storia che prendesse piede durante il bombardamento alleato su Berlino. Per me era di fondamentale importanza evitare di supportare un qualunque atteggiamento vendicativo. Così, la soluzione fu quella di avere un eroe ebreo che fino a quel momento era riuscito a sopravvivere solo in virtù di una fortuna sfacciata. Oppenheimer è un outsider, costantemente sotto la spada di Damocle della deportazione. In questo modo ho potuto continuamente mantenere presente nella testa del lettore che la causa di tutta quella catastrofe fu la politica inumana della Germania nazista.»

Come ha reagito la comunità ebraica a questa sua scelta?

«Un feedback mi è arrivato soprattutto dalle comunità ebraiche di altri Paesi europei. Mi sono compiaciuto quando sono stato invitato lo scorso anno al Museo dell’Olocausto a 03Parigi con altri scrittori che, come me, scrivono crime story ambientate durante il Terzo Reich. Per lo più ci fu molta sorpresa a sapere che nel 1944 un numero molto esiguo di sopravvissuti viveva ancora nelle cosiddette Case Ebraiche. Indubbiamente fortemente discriminati rispetto agli altri. Esattamente questo accadde a Victor Klemperer. Fu programmata la sua deportazione al campo di concentramento soltanto all’inizio del 1945 durante l’ultima ondata di arresti. Klemperer sopravvisse solo perché la sua città, Dresda, venne pesantemente bombardata e lui riuscì a infilarsi nei bassifondi in virtù del conseguente caos. I suoi diari, che sono piuttosto conosciuti in Germania, mi diedero l’idea di Oppenheimer.»

In un’intervista rilasciata qualche settimana fa al Fatto Quotidiano lei annunciò il terzo episodio, ambientato nel momento dell’invasione in terra tedesca dell’Armata Rossa. In quella circostanza, Lisa, la moglie di Oppenheimer subirà uno stupro. Fuori dal romanzo: a che riflessione la porta la violenza sessuale sulle donne tedesche perpetrata sistematicamente come arma di guerra dal “liberatore” del mondo occidentale, vale a dire il nuovo uomo comunista?

«Penso che alla fine tutto si riduca alla morale individuale delle singole persone. Ed è esattamente questo di cui trattano i miei romanzi. Dovremmo sempre avere a mente che la realtà è complessa. L’Armata Rossa aiutò a liberare la Germania e noi ne siamo in sowjetische-soldaten-deutsche_foto_lemo-f-8-20_ulscredito per questo. Ciò avvenne al costo immenso di circa 27 milioni di soldati uccisi dalla parte russa. Il primo comandante di Berlino, Nikolai Berzarin, fece del suo meglio per sfamare la popolazione civile, ma nella seguente era della Guerra Fredda questo fu in larga parte dimenticato. Ecco perché, a mio parere Berzarin è un eroe. Le violenze sessuali che si perpetrarono immediatamente dopo la caduta di Berlino furono l’altra faccia della medaglia. Lasciarono senza dubbio un profondo marchio nella popolazione e oggi appartiene a fondanti miti dell’ordine postguerra in Germania. Ma io sono scettico su questi miti. Preferisco mettermi alla ricerca di ciò che mi aiuta a farmi un’idea più completa di quanto questa percezione largamente intesa fosse veramente una realtà storica.»

La sua scrittura concede al lettore la possibilità di gettarsi anima e corpo dentro lo spirito di quel periodo. Pagina dopo pagina ci assale la sensazione di essere noi e non il narratore a Berlino mentre l’azione si sviluppa come dei puri testimoni oculari. Come autore, che cosa chiede alla sua scrittura per raggiungere questo alto livello di suggestione?

«È molto importante per me creare nei miei romanzi quella particolare sensazione stile “voi siete là”. Per prima cosa, ho bisogno delle informazioni storiche per riuscirci. Questo ovviamente prende parecchio lavoro e in genere mi circondo di molto più materiale di quello che poi finisce nella storia. Costantemente cerco quei piccoli dettagli capaci di arricchire la narrazione. Ad esempio, se sai che le cabine del telefono a Berlino erano rosse hai immediatamente la loro immagine nella testa. Io uso molte foto e film della contemporaneità di cui parlo. Aiuta la mia immaginazione a essere ancor più visuale. Quando mi metto al lavoro già vedo l’intera ambientazione e in quale punto inserisco i miei personaggi. È come avere nella mia testa l’intero palcoscenico del teatro mentre sono seduto nella sedia del regista, con un raggio più ampio perché la visuale coglie l’intera città.»

Chi è Hilde, l’altro personaggio centrale dei suoi romanzi? Il lato oscuro di Oppenheimer?DSC_0193

«Hilde può dire e pronunciare tutto ciò che Oppenheimer evita perché è una persona educata. Si può discutere sul fatto che lei agisca come un personaggio catalizzatore, ma allo stesso per me è essenziale che Hilde non sia così nobile nei suoi comportamenti. Compie delle azioni ammirabili, ma allo stesso tempo è un personaggio con un sacco di imperfezioni. Penso che questo grumo di contraddizioni che Hilde rappresenta sia il punto di partenza migliore per sviluppare un personaggio letterario. E ne I figli di Odino lei è persino perseguitata dagli oscuri segreti del suo passato.»

È stata difficile la ricerca dei dati ambientali per arrivare a presentare un quadro generale più preciso possibile dentro cui inserire i fatti storici? Pensa ad esempio alle previsioni del tempo che, se citate, non possono esserlo a fantasia dell’autore.

«È vero e per questo sono solito partire creandomi una cronologia di eventi, una sequenza fattuale di settimane e mesi che copra l’intero arco della mia storia. Fisso cosa avvenne ogni singolo giorno a Berlino. Le informazioni mi vengono dai diari e dai giornali. Bundesarchiv_Bild_183-J30142,_Berlin,_Brände_nach_LuftangriffNel terzo romanzo la ricerca è stata alquanto intricata perché mi sono trovato a dover ricostruire al meglio le linee dei fronti di guerra negli ultimissimi caotici giorni prima della caduta di Berlino. Ecco, una volta terminato questo lavoro di ricreazione temporale, posso buttarmici dentro. I miei romanzi si svolgono nel mondo reale, ma la trama è immaginaria. Questo mi dà la libertà di inserire strategicamente Oppenheimer nei posti in cui mi serve, dove sta accadendo in quel momento la parte più rilevante della storia.»

Ricreare un credibile linguaggio parlato di quel tempo le ha imposto un particolare lavoro di scrittura?

«In virtù del mio background derivato dal teatro so che i dialoghi facilmente risultano artificiosi. Il linguaggio degli anni Quaranta suona parecchio legnoso per gli standard contemporanei così avevo bisogno di un compromesso. In genere procedo scrivendo un dialogo così come mi viene e successivamente lo limo, se ne ho la necessità, con parole o addirittura frasi che arrivano da quel particolare contesto storico. La mia preparazione è la visione e l’ascolto di molti film proprio di quegli anni. Il dialogo filmico non è meno artificioso, ma almeno mostra che cosa era comunemente accettato come linguaggio quotidiano di allora.»

Per quanto tempo ha lavorato sui due romanzi?

«Per il primo, Berlino 1944, mi ci sono voluti due anni e mezzo. Le sole ricerche e sviluppi della trama un anno e mezzo. All’inizio sono dovuto proprio entrare in quel periodo storico e la ricerca è continuata almeno per un anno da quando incominciai a scriverlo. Per I figli di Odino e le seguenti mi sono dato una deadline di diciotto mesi, che è un periodo piuttosto stretto per tutta l’enorme ricerca necessaria. Ma adesso so dove andare a cercare meglio le mie fonti storiche e non ho più il bisogno di creare i 51kcewUszWL._SY346_personaggi principali per le mie storie. Questo mi permette di guadagnare molto tempo. Il mio metodo di lavoro è ora molto più accelerato.»

Quanto scrive in genere in una giornata?

«Alla mattina ho il mio lavoro in ufficio tra lettura di giornali e navigazione in rete. Verso mezzogiorno in genere comincio a scrivere. Lavorare più di cinque ore seduto mi è raramente possibile. È dura per me entrare in un flusso di scrittura perché ogni pagina ha abitualmente un fatto storico che richiede la sua bella ricerca e questo mi porta inevitabilmente fuori dalla storia. Mi muovo in una sorta di slow motion quando scrivo. Scrivere la prima bozza è un tormento, ma una volta che il materiale è pronto diventa più semplice. La seconda e terza stesura avvengono piuttosto velocemente.»

Vedremo i suoi libri sullo schermo?

«Il primo romanzo è attualmente oggetto di un’idea per farlo diventare una mini serie per la televisione. Ma non so dire se e quando il progetto diventerà realtà. Ricreare la devastazione della guerra sarà molto costoso. E ci vuole molto tempo per raccogliere i fondi.»

Poteva essere evitato Hitler?

«Hitler non fu il prodotto inevitabile del destino, ma il risultato dell’ambiente politico dopo la Prima guerra mondiale. La Germania fu costretta a pagare un prezzo altissimo che contribuì a far nascere uno spirito di vendetta in alcuni strati della popolazione. La Repubblica di Weimar oggi viene dipinta come il nefasto primo tentativo di stabilire una democrazia parlamentare in Germania. Ma la situazione politica non era così instabile come oggi abitualmente la ricordiamo. Certo che la crisi del ’29 complicò le cose. Senza questi eventi la Storia sarebbe stata differente.»

Qualche anno fa leggemmo Lui è tornato di Timur Vermes. Secondo lei, cosa succederebbe se Lui tornasse?

«Oggi Hitler troverebbe eccellenti condizioni per tornare al potere di nuovo. La crisi finanziaria del biennio 2008-2009 si è trasformata in una crisi d’identità del nostro sistema democratico capitalista. 10734La conseguente austerità economica in Europa, prodotta soprattutto dalla Germania, ha contribuito alla realtà per cui la gente è sempre più sensibile verso i populismi. E con la crisi data dai profughi il trend ha addirittura subito un’impennata. Nell’Est Europa ora si registra un aumento di stati autoritari. In un recente sondaggio in Austria, il 43% dei partecipanti si è dichiarato favorevole a un leader forte alla guida dello Stato che non debba rispondere al Parlamento e non sia legato a una qualche elezione. Allo stesso tempo un odio diffuso è diventato parte del nostro conversare politico. Stupide teorie cospiratorie spuntano sui social network e la gente cresce sempre più isterica in questo gorgoglio filtrato su misura. Così, secondo me, uno spietato politico di destra come Hitler prospererebbe.»

Pensa che i tedeschi abbiano fatto i conti con il loro passato?

«Il passato nazi allunga ancora una lunga ombra sulla Germania. Ma la risposta della popolazione qualche volta è schizofrenica. Da diventare un soggetto corrente per le chiacchiere allarmanti della domenica e a ragione. Ma per ironia la sua costante ripetizione ha tolto profilo al significato dell’argomentazione. È diventato datato. La gente è stufa ed è ormai sorda. Penso che sia molto importante trovare un’aria diversa per affrontare il nostro passato. Trovare un modo più intenso e inaspettato senza toni moralizzatori. Dall’altro lato in Germania è caduta l’inibizione di denigrare gente con una differente idea politica come quella nazista. Questo è piuttosto un problema. Sì, è molto importante restare in allerta, ma allo stesso tempo c’è il pericolo di banalizzare i crimini nazisti.»

Che cosa direbbe Oppenheimer se si trovasse faccia a faccia col Führer?440

«Oppenheimer sarebbe furbo abbastanza da starsene zitto. È inutile conversare con una persona così altamente narcisistica come Hitler. Oppenheimer probabilmente se ne rimarrebbe a giocare con Blondi, il pastore tedesco di Hitler.»

E lo scrittore?

«Cercherei di andarmene.»

 

HARALD GILBERS, MY CRIME WHILE BERLIN’S FALLING APART

dscn3554To tell as best as possible the zeitgeist of Germany’s agony close to the end of Second World War not only he chose a literary genre (the crime story) which by its nature compels the reader to pay attention above all to a very peculiar side of the story (the investigation), but he decided also that his main character should be a Jewish. Richard Oppenheimer, Berlin police inspector, fired because of his roots but grabbed from the backdoor on account of his unsurpassing professional skills. More and more precarious between the transport to a concentration camp and the delivery of a criminal to the homeland jails.

By Harald Gilbers, after Germania and Odins Söhne, we expect the end of the trilogy on the dying capital going with the end of Nazism. That means also our summons to breathe the piercing and sulphuric air about the falling apart of the human race. And, as witnesses, on the same moment watching the investigation about the new case. Pages of the disaster the ones written by the German writer. Essentials and visuals as the genre imposes. Real literature, not specific editorial item created for books market.

Our conversation below.

One of the central elements of investigator Richard Oppenheimer’s adventures is the profile of the main character: he’s Jewish. How did you come up with this idea?

«It was a very important decision for my narrative strategy. In the first novel Germania I wanted to tell a story that took place during the Allied bombings of Berlin. It was especially important for me not to support any kind of vindictive attitude. So the solution was to have a Jewish hero, who so far only survived out of sheer luck. Oppenheimer is an outsider, constantly in danger of being transported to the concentration camps. That way I could keep continuously in the reader’s mind that the cause for this catastrophy was in fact the inhuman politics of fascist Germany.»

How did Jewish comunity react about it?

«Feedback came mainly from the Jewish communities in other European countries. I was especially flattered when I was invited last year to the Holocaust Museum in Paris with other novelists who also write crime novels taking place in the Third Reich. 51C7N1D1KQL._SX303_BO1,204,203,200_Generally there was a sense of surprise that in 1944 a very small number of survivors still lived in the so-called Jew houses. But of course they were discriminated against in many ways. Exactly this had happened to Victor Klemperer. He was scheduled to be brought to a concentration camp only at the beginning of 1945, when the last wave of arrests happened. Klemperer only survived, because his home town of Dresden was heavily bombarded and he managed to go underground in the ensuing chaos. His diaries, that are quite well-known in Germany, gave me the idea for Oppenheimer.»

In an interview given to italian newspaper Il Fatto Quotidiano you announced that in the third episode, dealing with the Soviet Red Army in Germany, Lisa, Oppenheimer’s wife, will be raped. Out of your novel: what does the sexual violence towards German women by the men of the bright future, united under the flag of “Liberation Army”, make you think about?

«I think that in the end it all comes down to the moral choices of the individual person. And this is exactly what my novels are all about. One should always be aware that reality is complex. The Red Army helped to liberate Germany and it deserves every credit for this. This came at the immense cost of approximately 27 million soldiers killed on the Russian side. The first commander of Berlin Nikolai Berzarin did his best to feed the civilian population in the city, but in the following era of the Cold War this was largely forgotten. That’s why Berzarin is a hero in my opinion. The sexual violence that happened immediately after the downfall of Berlin was the other side of the coin. It undoubtedly left a deep mark on the population, nowadays it belongs to the founding myths of the post-war order in Germany. But I tend to be sceptical when I encounter such myths. So I do research in order to get an idea of how far that widely held perception really fits historical reality.»

Your writing gives the reader the chance to fly with mind and soul to that period. Page after page we’ll have the perception to be ourselves in Berlin as a witness who’s watching the story going on. What do you ask to your way of writing to reach this high power of suggestion?

«It’s very important for me to create that special “You are there” feeling in my novels. First of all, I need historical information to accomplish this. This really takes a lot of work and I usually have much more material than finally ends up in the novel. I constantly look for little details that enrich the storytelling. For example, if you know that the telephone boxes in Berlin were red you have immediately a picture in your head. And I use lots of contemporary photographies and films. I think it helps that my imagination is very visual. I know exactly how the setting looks and in what spot I place my characters. It’s like a theatre stage in my mind with me in the directing chair, but the scope is much bigger – it can encompass the whole city.»

Who is Hilde? The dark side of Oppenheimer?

«Hilde can pronounce everything that Oppenheimer is too polite to say. So you could argue that she acts as a kind of catalyst. At the same time it was important for me that Hilde doesn’t act too nobly. She does admirable things, but at the same time she is a somewhat flawed character. I think that a contradiction such as this delivers the best starting point for developing a novel character. And in Odins Söhne Hilde is even haunted by the dark secrets of her past.»

Was it hard the moment about the reasearch of news and facts such as weather forecasts, for example, to give your stories the right frame in which enclose the whole picture?

«During research I usually create a timeline for the weeks and months when the action takes place. I write down what had happened in Berlin at every single day. I gather the information from various contemporary sources like diaries and newspapers. In the third novel this task was especially intricate, because I tried my best to reconstruct the front lines in the last chaotic days before the fall of Berlin. berlino7So in the end I get a sort of all-encompassing timeline that I can fall back to during the writing process. My novels take place in the real world, but the plot is ficticious. That gives me the liberty to strategically put Oppenheimer in places, where the most interesting happenings occurred.»

And what about the spoken language of that time? Did it impose you something particular to express it plausible today?

«Because of my background in the theatre I know that colloquial-sounding dialogue is in fact highly artificial. Because contemporary language of the 1940s sounds very wooden by modern standards, I needed a compromise. Basically I write a normal dialogue and just insert some words or phrases that come from the historical context. While preparing for this I watch lots of movies from that period. Film dialogue is also very artificial, but it shows what was widely accepted as everyday language at that time. »

How long did it take writing both of the two novels?Harald-Gilbers-e1499811410782-1

«For the first novel Germania I needed two and a half years. The research and plot development took 18 months. In the beginning I first needed to get a feeling for that historical period. The research was then followed by one year of constant writing. For Odins Söhne and the following novels I usually have a deadline of only 18 months, which is quite tight for that huge amount of research. But now I know exactly where to get historical data and sources and I do not need to create new main characters anymore. This saves a lot of time. My work process is much more streamlined now.»

How long do you write in an ordinary day?

«In the morning I do office work, read newspapers and communicate online. Around noon I normally start writing. Working more than five hours in one sitting is rarely possible. It’s hard for me to get into a flow of writing, because on each page I usually have a historical fact that needs checking. That invariably pulls me out of the story. So I move in slow motion through my novel. Writing the first draft is a torment for me. But once I have material on paper it gets easier. I do the second and third draft quite quickly.»

Will we watch your novels in a tv fiction or a in movie?

awomaninberlin«The first novel is currently in development as a mini-series for television. But I honestly can’t say when or if that project will happen. Recreating a war-torn Berlin will be very expensive. And it takes much time to get the funds.»

Could Hitler be avoided by History?

«Hitler was no inevitable fate, but the result of the political environment after the First World War. Germany was forced to pay high war reparations, that contributed to a vengeful spirit in certain parts of the population. The Weimar republic is nowadays regarded as an ill-fated first attempt to establish a parliamentary democracy in Germany. But the political situation was not as unstable as we usually think. But the global economic crisis of 1929-30 complicated matters. Without these events history would have been different.»

Some years ago we read Er Ist Wieder Da (He’s come back) by Timur Vermes. In your opinion, what would it happen if He came back?

«Nowadays Hitler would find excellent conditions for gaining power again. The financial crisis of 2008/9 has grown into a identity crisis of our capitalist-democratic system. The ensuing economic austerity, in the EU especially propagated by Germany, contributed to the fact that people are increasingly susceptible to populists. And since the refugee crisis this trend has accelerated considerably. In Eastern Europe there is now a growing number of authoritarian states. In a recent survey in Austria 43% of the participants wanted a strong leader at the helm of the state who is not dependent on elections and the parliament. At the same time open hate has become a part of the political discourse again. Silly conspiracy theories crop up on social networks and people grow increasingly hysterical in their tailor-made filter bubbles. So, in my opinion, a ruthless right-wing politician like Hitler would thrive.»

Do you think that German people have made it up now with their past?24363

«The Nazi past still casts a long shadow in Germany. But the public response to this sometimes feels schizophrenic. It has become a standard subject for warning Sunday speeches, and righfully so. But the constant repetition has ironically reduced the meaning of that argumentation. It has become stale. People are bored and don’t listen anymore. I think it is very important to breathe a new life into the way we remember the Nazi past. It should be vivid and done in unexpected ways without any preachy tone. On the other hand in Germany the inhibition threshold has fallen to denigrate people with a different political opinion as Nazis. This is quite problematic. Yes, it’s very important to stay alert, but at the same time there is the danger of trivializing the Nazi crimes.»

Hitler-birthday-10What would Oppenheimer say if he were face to face with the Fuhrer?

«Oppenheimer would be smart enough to say nothing. It seems useless to debate with a highly narcissistic person like Hitler. Oppenheimer would probably play around with Blondi, Hitler’s sheep dog.»

And the writer?

«I would try to get the hell out of there.»

 

 

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