Carosello, quando la tv ci chiedeva permesso

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Bacchettona, ministeriale, confessionale e liberticida? No, piuttosto, pedagogica e, vista oltre mezzo secolo dopo (cioè oggi), protorivoluzionaria. Parliamo dell’Italia di viale Mazzini 14 – Roma ai tempi di Carosello. Lo spunto è un anniversario lungo cento anni, la riflessione è il ripensamento di un giudizio critico su abitudini e humus di un Paese che, nel depauperamento attuale dei più basici rapporti sociali, arriva a noi ricco di spunti per utopie come il buon senso e il rispetto umano.
2È la Rai bellezza. Quella che ha fatto passare sotto silenzio il centenario della nascita del grande Luciano Emmer (lo scorso 19 gennaio), regista, coautore della celeberrima sigla di Carosello, nonché autore di tanti mini racconti per lo storico originario contenitore della pubblicità televisiva (Shell, Fabbri, Agip, L’Oréal, tanto per citarne qualcuno).
“Carosello oggi è una delle tante madeleine della nostra cultura pop”, ha scritto Aldo Grasso su La Lettura qualche settimana fa. E il gusto che ci sale per la gola è un misto di malinconica nostalgia panica e irritazione repressa da dosi da cavallo di bromuro con le quali riusciamo ad accettare ogni moderna sfacciataggine, volgarità e aggressione alla nostra unicità di persone. 3
Un mondo e un tempo diverso quello che prese il via il 3 febbraio 1957 e che per vent’anni meno un mese accompagnò quel teatrino televisivo tra la fine del telegiornale della sera e lo spettacolo più importante della4A programmazione giornaliera. Non si può replicare. Ma possiamo ricordare. Ricordare ad esempio che quei quattro episodi commerciali quotidiani vennero proposti col preciso proposito di rispettare il telespettatore, evitandone cioè la trasformazione in cliente.
Il pudore che armò la mano della pedagogica Rai democristiana impose di confezionare minisceneggiature divertenti ed educative nelle quali solo alla fine apparissero il nome e l’immagine del prodotto pubblicizzato. Su oltre due minuti di storiella, soltanto nei trenta secondi finali si poteva svelare il marchio. L’azienda Rai poteva fare reddito, ma non a spese di un equo bilanciamento tra cristiano ruolo della famiglia e consumo. Un’attenzione che, liquidi come siamo diventati, è in grado di offrirci un sorriso di riconoscenza.11
Ma fu anche una modernità preistorica che ci regalò slogan che, almeno fino alla generazione dei primi anni ’70, accompagnò le nostre vite quotidiane . Slogan come “Miguel son mi” (Talmone), “E che c’ho scritto Jo Condor?” (Ferrero), “Tutti mi vogliono male perché sono picccolo e nero” (Mira Lanza), “Basta la parola!” (Falqui), “Contro il 7logorio della vita moderna (Cynar) e “Anch’io ho commesso un errore, non ho mai usato la brillantina Linetti” divennero autentici tormentoni che tanto alimentarono la satira politica quanto fecero breccia nel nostro spiccio parlare quotidiano.
Entravano in casa nostra star e starlette di cinema, teatro e televisione. E il bello è che ci chiedevano permesso.


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