Giorgio Terruzzi, lo sport si fa voce e racconto

1Ci sono parole che non ci arrivano per quello che esprimono. E, se unite in frasi, non ci entrano in casa tanto per il significato che compongono. Ma perché la mano o la voce che le portano al sole ci sono così familiari che le cogliamo come una specie di poesia.
Il racconto dello sport di Giorgio Terruzzi si compone di questa lirica in prosa che ci apre i polmoni come l’aria buona. Uno spessore di leggerezza che pesca nelle vene di un linguaggio orale e diretto che assomiglia tanto alla risposta che si riceve da un buon amico. Che poi invece è costruito con una meticolosità narrativa attenta al suono dei termini e al peso delle pause che se lo si capisce si afferra anche quanto sia tanta la differenza tra dire e parlare, informare e raccontare. Lui risponde con un «niente di che». Ma datemi retta, non credetegli.

Secondo Gianni Brera il calcio era l’espressione di un intero popolo. È ancora così?
«È il termine “intero” che produce uno scarto. Perché la passione per il calcio è autenticamente popolare mentre le “espressioni” del calcio di oggi appartengono a chi le manifesta. Calciatori per un verso del tutto isolati dalla passione di chi li sostiene o li critica, tifosi dall’altra. Lo stadio è anche luogo dell’intolleranza, della violenza, del razzismo. Sono atteggiamenti da minoranze bacucche, ottuse, noiosissime ma strumentali e strumentalizzate. Il rapporto tra club e ultrà che tengono sotto scacco le società pare intrattabile. Per fortuna la società civile va avanti. La ragione vince sempre. Serve tempo. E il calcio offre immagini di arretratezza che fanno pensare a tempi lunghi.»

1aCos’era l’Italia quando, studente universitario, passò una notte a scrivere e riscrivere l’intervista a un rugbista che avrebbe dovuto consegnare l’indomani a Beppe Viola?
«Era già permeata da un pessimismo che, negli anni successivi, è aumentato. Veniva dai cosiddetti “anni di piombo” e questo determinò una serie di patimenti, di cupezze, di virate individualistiche dopo anni di discussioni e collettivi ma anche di eccessi. In compenso praticare la professione di giornalista, pensare di poter fare questo mestiere era lecito, connesso alla realtà.»

E trent’anni dopo che cosa è diventato quel Paese?
«Non faccio il sociologo. Mi pare, dal mio punto di vista che è modesto, un Paese allo sbando. Dove le condizioni che determinano le carriere sono lontanissime dal senso autentico del fare. Dove l’etica è una parola vuota. Credo sia un tema molto complesso che ha a che fare con una cultura in crisi, con una solitudine individuale profonda, mascherata dai social.»

Appurato che i social sono penetrati fin nei nostri letti e in toilette, che cosa sono secondo lei: una manna dal cielo, un male necessario, la degenerazione dell’essere umano, un’opportunità…?
640x360_C_2_video_718000_videoThumbnail«Dipende dall’uso e dall’abuso che se ne fa. La tecnologia genera vantaggi spesso. Poi può diventare un vizio incontrollato. Serve una autoregolamentazione molto accurata e perseguita, se posso dire. E serve tagliare la fuffa, togliere di mezzo una quantità di elementi che distraggono e basta. Serve parlare, esporsi, guardare davanti e non sul tablet o sul telefonino quando incontriamo le altre persone. In tram, al ristorante, a casa. L’umanità passa dalle persone.»

Il pachidermico uso dell’attributo “importante”, frasi infarcite di pleonasmi tipo “quelli che sono…”, termini utilizzati con significati inappropriati, voci del tutto ineducate al linguaggio televisivo. È vero che il “giornalese” è sempre esistito, ma non trova che ci sia stato via via un deciso scadimento nell’uso della lingua italiana da parte di chi fa informazione?
«È un tema che ha a che fare con l’insegnamento e l’apprendimento. Nessuno o quasi pretende l’osservanza di alcune regole. E persino a scuola i professori vengono attaccati continuamente da genitori che difendono a oltranza i propri figli, vizi e pigrizie comprese. In aggiunta, gli accessi alla professione di giornalista non sono mai stati davvero rigidi. Se nessuno ti costringe a studiare, a leggere a migliorarti, può accadere che anche un mediocre si senta un gran figo. E proceda, senza controllo, di conseguenza.»

Ma se qualcuno le chiede di “fare push su innovation”, lei come reagisce?
«Non saprei che fare. E mi verrebbe da ridere.»36-DSC_0013-2

Nessuno nega che viviamo una trasformazione epocale. Cambia però la lettura. Il Partito Liquido assicura che si sta andando verso l’affermazione di individui liberi, attori di una comunità definitivamente tecnologica; il Partito Scettico vi vede invece solo il tramonto prossimo futuro di una società, quella occidentale, che ha resistito duemila anni. Lei è liquido o scettico?
«Sono sbalordito. Dalla domanda, tanto per cominciare. Penso, cercando una risposta, che ogni tempo critico venga seguito da un tempo meno critico. Il fatto è che questa evoluzione non farò in tempo a vederla.»

Che cosa o chi le fa oggi più paura?
«La morte, come sempre. I violenti. Chi non ha cura dell’altro. Chi non riconosce la dignità di chiunque incontra.»

61ka0PYwR9LIniziò a occuparsi di motori per passione o per necessità di michetta?
«Passione e opportunità. Abitavo a pochi metri dall’autodromo di Monza. Lì il vento porta il rumore dei motori.»

F1 o Moto GP: dove sta di casa oggi la polpa marinettiana della velocità?
«La “polpa marinettiana”… Marinetti credo avrebbe qualcosa da dire su questa domanda. Comunque sta nella figura del pilota, che raccoglie e rilancia un mistero esistenziale. Il tragico nello sport resiste. La velocità è diventata più consueta.»

Gilles Villeneuve e Ayrton Senna. Se non fossero vissuti in carne e ossa nelle pagine di chi li avremmo letti?
«Sulle pagine di tutti. Sono due caratteri fuori media. Due figure che muovono i sogni, gli affetti, l’ammirazione.»gilles villeneuve

Come si costruisce una narrazione a la Terruzzi di un gran premio?
«Non credo esista… comunque, cercando di evitare la retorica, di salvare l’ironia, roba così. Niente di che.»

Sono cresciuto in un decennio in cui Rivera pubblicamente dichiarava che la FIGC aveva mandato Michelotti ad arbitrare il Milan per fargli perdere il campionato e Moser, a due metri dal traguardo di una corsa, affermare ai microfoni Rai di essere contento per aver fatto perdere Saronni. Autentiche “perle ai porci” per scomodare Vonnegut. Ora un giovane Terruzzi deve fare del ragù con le dichiarazioni di Vettel o Cristiano Ronaldo. Non è proprio da invidiarlo, non trova?
«È vero, ma proprio per questo la sfida si fa più interessante. Tocca cercare una modalità di narrazione originale, con meno aiuti. Bello.»

Coppa_Italia_'76-77,_Gianni_Rivera_e_Beppe_ViolaIl suo profilo di autore e la sua parabola umana sono legati a Beppe Viola. Dal punto di vista puramente tecnico, quali i suoi insegnamenti che la hanno accompagnata negli anni?
«Leggere, leggere, leggere. Studiare i grandi narratori. Modernizzare, utilizzare le parole con attenzione. Non accontentarsi. Non metterla giù dura. Non chiedere sconti. Mandare indietro i regali quando arrivano.»

Quali le virtù e i vizi umani?
«No, dai, sono domande da rivolgere al Papa.»

Ci si riferisce a Viola come giornalista e si fa bella figura se si aggiunge che c’entrò col mondo dello spettacolo. Poi magari capita di leggere racconti come “Disperazione”, “Carpi”, “L’Angelo” o “Voglia di tram” e ci sale un dubbio: vuoi vedere che si può essere un fior di prosatore anche se nella vita si è pagati per discutere di fuorigioco e falli in area?
«Sempre pensato… Non solo a proposito di Viola. Se il giornalismo è cresciuto nel linguaggio lo si deve a chi ha fatto giornalismo facendo letteratura.»

A proposito di “Disperazione”. Riflettendo su quanto lei stesso ha scritto sui “coni d’ombra” che lo schiacciavano “dentro un umore pessimo”, viene da pensare che in quella sulfurea pagina e un quarto, tiratissima come una corda di chitarra di Jimmy Page, Viola parli di se stesso. E si disintegri.
«Be’, Beppe aveva le sue ombre, appunto. Malinconie e malditesta; delusioni e affanni. Talvolta lo faceva capire scrivendo un racconto.»

Quanto fu interessante, dal punto di vista antropologico, godersi la corsa all’accaparramento di brandelli di Viola post mortem da parte di sprinter mascalzoni od opportunisti? IoGiocoPulito_beppe_viola_ricordo
«Qualcuno l’ha fatto ma sono minutaglie. Più numerosi gli amici veri, persone che magari non scrivono sui giornali.»

In un convegno ultimamente ha estratto dal borsone cinque libri e ha fatto il gesto più sovversivo che si possa fare in una circostanza del genere: leggere dei passi in pubblico. Ma non le ha mai detto nessuno che non si fa?
«Era un modo per cercare di spiegare il linguaggio di Viola durante un convegno su Viola che richiedeva un intervento sul linguaggio di Viola.»

Se indico Raymond Carver come sua “guida spirituale” narrativa, per l’attenzione maniacale alla parola, la concentrazione sui gesti minimi e sulle minime vite da cui estrarre racconti apparentemente impensabili, sono fuoristrada?
«Più Capote, Fenoglio, Soriano, Camus.»

email abbiati - abbiati -I tre migliori narratori del giornalismo italiano.
«Egisto Corradi, Ettore Mo, Mario Fossati.»

La più bella canzone dedicata a uno sportivo.
«In direzione ostinata e contraria. De André.»

Padre, Figlio e Spirito Santo della letteratura.
«Sono più di una trinità.»

Ma con la voce che ha non ha mai pensato di dare un taglio al giornalismo e girare l’Italia per teatri?
«No.»

Che cos’è la morte secondo lei?
«Una fregatura, una liberazione, un mistero. Boh.»


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