Fabio Mengozzi, la musica che parte da Pitagora

01Astigiano, classe 1980. Il termine musicista a riempire la voce “professione” sulla carta d’identità quanto mai generico, visto che gli studi lo hanno portato a conseguire diplomi e specializzazioni in pianoforte, composizione, direzione d’orchestra e docenza. Allievo dell’immenso Aldo Ciccolini, la sua musica da qualche anno sembra non avere confini visto che viene eseguita un po’ ovunque. Nel nostro Paese non mancano le tradizionali difficoltà a far emergere il talento, anche se qualche settimana fa La Stampa gli dedicò un’intera pagina.
La sua opera prima s’intitola Mistero e poesia, un disco dal preciso rigore formale, con 18 brani lunghi quanto una canzone pop e ricchi di suggestione. Per spiegare il suo suono parla di ordine geometrico di stampo pitagorico, sistemazione numerica, livelli plurimi d’ascolto e simbolismo. Nulla di esoterico, nessuna incomprensibilità avanguardistica di natura cabalistica. Piuttosto, una decisa e matura fascinazione sonora.
Si chiama Fabio Mengozzi e questa è la nostra conversazione.

20988833_111582806227237_5074144383134069906_oCome nacque il suo rapporto con il pianoforte?
«Si è trattato di un processo molto naturale. Fin da bambino sono stato attratto dalla musica. Mia madre ascoltava spesso dischi di opera, in casa possedevamo una tastiera e io riproducevo le musiche che sentivo. Per me era un gioco. Qualche anno più tardi appresi da un insegnante che questa facilità era dovuta all’orecchio assoluto. Nel frattempo i miei genitori mi avevano iscritto a una classe di pianoforte, nella quale feci ingresso avendo già appreso autonomamente a leggere e scrivere la musica e con un malloppo di miei brani composti. Si trattava di composizioni ingenue, ma parallelamente all’interesse per l’esecuzione sin da quell’epoca infantile si era manifestato anche quello per la composizione.»

Cosa ha apportato al suo pianismo l’essere stato allievo di Aldo Ciccolini?
«Dal punto di vista tecnico ed espressivo ho appreso moltissimo da lui. Inoltre ha saputo trasmettermi l’umiltà con cui approcciarsi alla partitura. Ripeteva spesso che l’esecutore deve ritenersi al servizio del compositore e della musica. Ciccolini era un vero maestro e vedeva l’insegnamento in chiave maieutica, non come un’occasione di creare cloni. Aiutava gli allievi a percorrere la propria strada personale.»

Il maestro amava i compositori francesi, molto diversi tra loro, da Ravel a Debussy, da Massenet a Satie. Le ha in qualche modo dato un’impronta d’oltralpe? nfgnfgznfg
«Ciccolini è spesso associato alla musica francese perché effettivamente ne fu un grande promulgatore, portando addirittura alla riscoperta di autori come Satie. Tuttavia, in lui coesistevano mondi differenti: proveniva dalla scuola pianistica napoletana, ma aveva ereditato pure gli insegnamenti di Busoni e Liszt e, trasferendosi a Parigi, aveva seguito le lezioni di Cortot e Marguerite Long. Si era diplomato anche in composizione ed era un grande amante dell’opera. In definitiva, un pianista e un musicista a tutto campo che conosceva a memoria l’intero repertorio e che in un attimo mutava le impalpabili sonorità debussiane in possenti virtuosismi lisztiani. Chi ne è stato allievo ricorderà benissimo come uno dei suoi tratti distintivi fosse quello di essere un musicista completo.»

Lei, oltre a essere pianista, è anche compositore e ha ottenuto il diploma in direzione d’orchestra. Pensa di portare avanti tutte e tre le strade?
«Quando si parla di musica non può esistere settorialità. Esiste solo la musica e noi siamo suoi servitori. Quindi è mia intenzione dedicarmi a tutte e tre le attività, a cui va ad aggiungersi anche l’insegnamento, di cui mi occupo ormai da anni.»

BachBug480pxA quale compositore pensa di dovere di più come musicista?
«Potrà forse apparire curioso, ma credo di essere particolarmente debitore verso Bach.»

In cosa esattamente?
«L’ho studiato a fondo, oltre ai consueti metodi di analisi contrappuntistici e formali, l’ho sottoposto ad altre lenti di ingrandimento, alla ricerca di contenuti extramusicali. Sono sempre stato affascinato dal sublime impianto architettonico di una musica che riesce a elevare l’uomo attraverso l’ordine che la presiede: la sua bellezza e unicità derivano dalla perfezione della scrittura, di cui il suono è una meravigliosa conseguenza. La musica di Bach è un inno alla geometria. Una musica che tutti possono apprezzare a livello di ascolto, ma che nasconde una rigorosissima complessità che è ai più celata. Anche per questo motivo, più di ogni altro compositore, egli ha saputo parlare alle mie corde più profonde e ha rappresentato un punto di riferimento.»

Il suo disco d’esordio, Mistero e poesia, potrebbe facilmente essere scambiato per una colonna sonora di un film per la sua capacità di evocare di immagini. In fase di scrittura si fa condurre anche una forza visiva o la sua ispirazione è puramente l’incrocio tra mente e spirito?
«Non è semplice individuare quante e quali siano le componenti che intervengono nel processo creativo. Tra queste vi è anche il mondo visivo, così come qualunque altra sensazione, stato d’animo o pensiero. I titoli dei miei brani spesso rimandano a immagini. Pensi, ad esempio, a Rivo di cenere oppure a Faro notturno. In realtà, si tratta perlopiù di simboli anziché di oggetti reali.»

In genere nella Grande Musica conta solo la registrazione, ma del suo disco suscita curiosità la copertina. Il mare, la Sfinge, una stella cadente. Può illustrarci il significato? Fabio Mengozzi cover del disco MISTERO E POESIA
«La copertina in un certo senso è il biglietto da visita del disco. È per questo motivo che ho desiderato comprendesse simboli cui fanno riferimento i brani. Vi ritroviamo la Sfinge e una cometa perché questi sono i titoli di due brani, ma al tempo stesso sono presenti i quattro elementi, la luce emanata dal faro a squarciare l’oscurità della notte, un compasso incuneato nella sabbia a rappresentare la spiritualità e l’ordine geometrico che governa la mia musica.»

Le sue composizioni, come lei ha affermato in alcune interviste e nel booklet di supporto al disco, si alimentano di elementi aritmetici e altri aspetti simbolici. Da che cosa nasce e che cosa le porta questa sua passione geometrica e per la realtà occultata?
«Sono convinto che sia il medesimo Principio a governare l’uomo, la natura e il cosmo. Si tratta di un ordine geometrico, numerico, così come i pitagorici avevano ben intuito. Io cerco di adattare al contesto musicale questo Principio, nella speranza di dare alla mia musica un fondamento universale.»

musica e matematicaEppure la sua musica è tutto eccetto che esoterica. Significa che il mistero si può coniugare con la semplicità?
«Vede, tutto è impregnato di mistero, si tratta solo di non farci ingannare dall’apparenza delle cose. Molte di esse appaiono semplici e spesso siamo in grado di fornire spiegazioni scientifiche per fenomeni i più disparati. Ma quando il vento soffia forte e scuote i rami, quando le acque di un fiume divengono tumultuose, oppure quando cala la notte e nell’oscurità le stelle brillano in cielo, tutto ciò ci induce a cercare una spiegazione che la ragione non potrà mai fornire. Si percepisce qualcosa di incomunicabile, di cui tuttavia facciamo esperienza e della cui reale esistenza siamo pertanto più che certi. Per quanto riguarda la musica, aldilà del fatto sonoro, nelle mie composizioni si celano ulteriori sottostanti livelli e in ognuno di essi, a sua volta, nuovamente sono nascosti simboli e altri elementi.»

Lei ha preso le distanze da una certa moda di pensiero che, nella musica contemporanea, declina l’avanguardia essenzialmente con la dissonanza sonora. Significa che anche nella modernità la frase musicale pulita, arricchita da un ricco sviluppo armonico, può trovare cittadinanza?
«Non vedo ragioni per cui non dovrebbe essere così. Personalmente mi sento totalmente libero di utilizzare qualunque tipo di scrittura, se questa si dimostra utile alle mie esigenze interiori. Nel 2018, poi, trovo sia privo di ogni senso marginalizzare o screditare un brano solo perché non in grado di sconvolgere l’ascoltatore. Il terreno di confronto dovrebbe essere spostato dal piano del mero ascolto a quello dei significati sottesi, se ve ne sono. Fortunatamente il mondo è pieno di menti libere che amano andare oltre questi schemi inattuali. In fondo, esprimere valutazioni fermandosi al mondo dell’apparenza è un approccio molto superficiale, mentre ben più saggio è sempre dubitare e desiderare ardentemente di conoscere, andando oltre quel che inizialmente appare.»

Che strada ha oggi un autore se non vuole ripetere un glorioso passato e neanche darsi in pasto ad avanguardie che creano suoni fini a se stessi?21122409_113031119415739_8840584770053240139_o
«La regola, ieri come oggi, è sempre la medesima: guardare dentro se stessi.»

Lei ha solo 38 anni e la sua musica viaggia per il mondo senza posa, stando a leggere i luoghi in cui viene eseguita. Che spiegazione si dà?
«Ne sono molto felice ma per questo genere di cose non so fornire una spiegazione razionale. Credo nel destino e penso che forse le cose dovevano andare così.»

E in Italia come riesce a muoversi?
«Rispetto all’estero, ammetto vi siano state maggiori difficoltà in Italia nel far inserire la mia musica nei programmi concertistici. Sebbene non siano mancate esecuzioni in festival prestigiosi come MITO/Settembre Musica.»

27983202_155538991831618_8273703115441151258_oSi è mai chiesto perché la sua musica piace più oltre frontiera?
«Forse dipende da una maggiore apertura verso ciò che è nuovo e ignoto. In Italia si paga anche il prezzo di una certa esterofilia.»

Quante ore dedica ogni giorno al piano?
«In realtà non esiste una cifra standard. Certo è che non faccio parte di quei pianisti che suonano molte ore al giorno, non l’ho mai fatto neppure quand’ero studente. Da Aldo Ciccolini ho appreso un metodo di studio che conduce all’acquisizione dell’automatismo del gesto: non suonare quasi mai i brani per intero, ma sezionarli e ripetere i passaggi sottoponendoli a varianti. In altri termini, studio la tecnica senza esercizi. Ciccolini mi diceva spesso che un brano musicale, ad esempio una Sonata di Beethoven, è di per sé sufficiente per fare esercizio tecnico. E attraverso questo metodo, i tempi di apprendimento risultano sorprendentemente ridotti rispetto ai metodi di studio solitamente utilizzati, questo mi è di grande giovamento visto che devo dividere il mio tempo tra insegnamento, composizione e pianoforte. Ci sono giorni in cui non mi è possibile dedicarmi al pianoforte; ma appena rimetto le mani sulla tastiera, grazie al metodo di studio recupero molto velocemente.»

Il suo percorso ha previsto molti anni di studio. Un altro mondo musicale spesso e volentieri premia con soldi e fama chi non si è costruito un’educazione altrettanto faticosa. Non lo trova personalmente frustrante?Fabio Mengozzi luglio 2017
«Sinceramente la cosa non mi turba. Il fatto che altri abbiano raggiunto fama, successo e persino molti denari senza aver faticato sui pentagrammi o sulla tastiera, non impedisce a me di creare la mia musica. La mia, del resto, è una ricerca che va in una direzione diversa dal conseguimento di queste cose: io percorro la mia strada, cioè il mio mondo interiore, e so che è una strada faticosa. Ma non posso fare diversamente da così.»

Della nuova generazione, quali tra i compositori apprezza di più?
«Ho molta stima per l’americano Michael Daugherty.»

E tra i pianisti?
Busto di Pitagora_thumb[1]«Ho ascoltato il Bach di Beatrice Rana e penso rappresenti un’eccellenza nell’attuale panorama pianistico.»

Può farsi catapultare nel passato. Di quale evento o preciso momento legato alla musica o alla Storia più generale vorrebbe essere testimone oculare?
«Il momento in cui, come narra la leggenda, Pitagora dedusse i rapporti numerici che stanno alla base degli intervalli, prestando attenzione ai suoni prodotti da un fabbro che percuoteva l’incudine con i martelli.»


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