Massimo Padalino – Scrittura e musica. E la campagna veneta diventa Las Vegas

Il giocoC’è chi passa da Las Vegas a New York City e ne fa il leit motivi di una carriera. C’è chi ha il destino di nascere a San Giovanni Rotondo (Fg) e poi il regalo di trasferirsi a Torvicosa (Ud). Ma non per questo si sente figlio di un viaggio minore. Massimo Padalino, a.d. 1973, il mondo se lo è portato in quella lingua del Friuli centro-orientale.

Laureato in lettere, braccia regalate alla fabbrica, ha riempito la sua vita di musica risucendone a scrivere per le più celebri testate del settore (Il Mucchio, Rockerilla, Blow Up, Jam…) come critico e sfornando saggi sui grandi del rock e della musica d’autore italiana (Beatles e Vinicio Capossela). Ora è fuori con un romanzo, Il gioco (Meridiano Zero), ambientato nella campagna di casa sua. Una strambissima black comedy, molto tirata e altrettanto gustosa, precisa nella tessitura narrativa e divertente nei dialoghi. Il secondo romanzo è in gestazione. Ci dice che sarà una sorta di fantascienza senza la fantascienza e non ha paura a spiattellare il possibile titolo: L’urlo al km 105. Oppure Apocalisse Lisergica.

In attesa (perché può sempre succedere da quelle parti) che un contadino lo sequestri intontendolo con dissertazioni esistenziali sul teorema di Ruffini, questa la nostra chiacchierata.

Per un esordiente farsi pubblicare in Italia è un po’ come scalare una montagna. È stata dura farsi pubblicare da una seria casa editrice come la nuova Meridiano Zero?

28053508_2081428981883814_175135957_n«È stato un work in progress. All’inizio, verso il 2002, ho iniziato a scrivere di musica per le riviste di settore, sfruttando una conoscenza accumulata in anni di collezionismo di dischi, ma anche di letture e di studi, visto che all’università mi sono laureato in lettere moderne, indirizzo storia della musica, con una tesi su Cornelius Cardew e l’improvvisazione libera fra gli anni Sessanta e Settanta. La tentazione di scrivere un romanzo è nata quando ho iniziato a lavorare alla biografia, assai sui generis, di Capossela per i tipi di Arcana. Un saggio, quello, che includeva tutti i contenuti tipici di un lavoro siffatto, dal taglio critico alle informazioni fornite, ma che scorreva per lunghi tratti quasi fosse un romanzo. Così, dopo aver lasciato Arcana e aver scritto Space Is The Place. Storie di spazio, storie di spazi, il primo libro per Odoya/Meridiano Zero, ho proposto al mio nuovo editore di scrivere un romanzo. Stranamente, lui ha accettato…»

Che cosa l’ha ispirata scrivere un romanzo di personaggi a prima vista improbabili che popolano una porzione di mondo come la campagna veneta che non è esattamente Las Vegas?

«Tutto nasce da un sogno che feci. Sognai di due tizie, un’adolescente e sua zia, che si spostavano di paese in paese, e mentre la più giovane delle due adescava nuovi fidanzati, la più matura le insegnava come fare a ucciderli e poi a farla franca. Questa storia è poi entrata a far parte del romanzo, nelle vicende della maga televisiva Mina e di sua nipote Lia, entrambe dotate di discutibili poteri telepatici ed entrambe morbosamente attratte dal crimine. La campagna veneta è emersa con la figura di Cugino Berto, meccanico, gran bevitore di sgnappa, razzista, rapinatore di ville un tempo abile e ora non più. Con lui è emerso anche un landscape ai limiti del gotico perché filtrato da un’interiorità, la sua, sopra le righe e delirante, che trasforma ogni cosa, persino la più comune, in qualcos’altro; tipo le paludi della laguna veneta che sotto i suoi occhi si trasformano nelle Florida Keys infestate dai coccodrilli. Tutte suggestioni che ho provato io stesso quando ho avuto occasione di muovermi o navigare fra le acque e i canneti della laguna non distante da dove vivo, nella Bassa friulana.»

Ci sono delle letture che, più delle altre, l’hanno in qualche modo condotta a cucire una narrazione del genere?abe

«No, non direi: la struttura è tutta farina del mio sacco, nel senso che se ci sono state delle influenze, be’, sono state inconsce. Per quanto riguarda i temi presenti nel romanzo o certe sue situazioni, forse l’unica influenza che citerei è il romanzo L’uomo scatola di Kobo Abe, per la sua capacità di raccontare storie assolutamente improponibili con un piglio a metà fra simpatia e ammirata compassione. In realtà volevo vedere se era possibile fare della narrativa, o anche solo del buon intrattenimento, con i cliché della letteratura – e più in genere dell’entertainment – nobili o triviali che fossero: dall’horror al thriller, passando per comedy e black comedy, lambendo a tratti il fantasy e rincorrendo persino i romanzi teen e quelli psicologici. Ma c’è dell’altro: perché volevo che i personaggi fossero davvero dei cretini sopra le righe, pur restando sempre credibili, e in fondo soprattutto realistici. Un po’ come dire che volevo ottenere l’effetto verità passando attraverso le lande narrative dell’improbabile se non proprio dell’inverosimile. Come vede, amo mettermi i bastoni fra le ruote.»

La moda di questi ultimi tempi, tra noir e black comedy, è la moltiplicazione dei punti di vista dei vari personaggi che compongono la storia. Lei ha preferito tenere un unico narratore che racconta l’intera compagnia ma cambiare i piani del racconto. Che cosa cercava con questa scelta stilistica?

«Credo che un esordiente debba essere ambizioso in qualche modo. Io lo sono stato nel senso che ho tentato di agganciare un insieme di situazioni apparentemente distanti fra loro all’interno di una vicenda, di cui volevo mantenere le redini fino all’ultimo, che alla fin fine si rivela coesa. Insomma: sapevo da dove partivo e dove volevo andare a parare, sebbene all’inizio si abbia l’impressione che ogni personaggio del romanzo faccia storia a sé. Ma poi tutto torna, credo: nonostante i diversi piani del racconto siano davvero diversi, o almeno così li immaginavo nelle mie intenzioni. C’è ad esempio il piano letterale, come ad esempio la rapina di Cugino Berto e Company, gli omicidi in serie di Mina e Lia; c’è il piano della critica sociale e del presente, sebbene sia filtrato attraverso il grottesco; infine ci sono una serie di domande filosofiche che percorrono la narrazione, da quella sul determinismo a quella sulla socialità umana, che si presuppone intelligente, da me contrapposta all’eusocialità delle formiche, che si immaginano un tanto meno furbe dell’Homo Sapiens Sapiens, e invece….»

Se la storia ha un secondo livello di lettura io ci vedo una visione dell’Italia nella sua contemporaneità. E direi che lo sguardo è piuttosto sconfortato. Sbaglio?

«Non sbaglia affatto. Il narcisismo smisurato, l’ego ipertrofico e la ferrea volontà di molti dei nostri contemporanei di sentirsi al centro dell’universo, anche quando le proprie vite si svolgono ai margini della galassia sociale, è abbastanza sconcertante. Certo, io nelle pagine del romanzo amplifico e faccio la caricatura di certi tipi umani, anche se alcuni però sono “veri”: il Diavolo, nel capitolo che si svolge in fabbrica, non è altro che un mio ex collega di lavoro, per dire…»

Lei è del 1973, tempo in cui l’intellettuale, soprattutto se letterato, era un faro per la società. Preistoria rispetto alla contemporaneità. Cos’è successo nel frattempo?

Gli-intellettuali-di-oggi_La-chiave-di-Sophia-e1497039358221-w855h425«L’unico modo di fare l’intellettuale, oggi come sempre, è di non guardarsi attorno. Per volare alto bisogna mettere le ali e non zampettare rasoterra. Solo così si può capire meglio. Oggi l’intellettuale anela all’impegno civile, al calarsi nella società, e vuole farlo dall’alto di una torre eburnea, dalla cui cima non si riesce nemmeno a leggere l’insegna del borgo che ci ospita. Figurarsi quindi se l’intellettuale odierno ha voglia di librarsi lassù, dove il cielo è più blu, e osservare la terra là dove scompare la Terra. Conosco gente, che ha una dozzina di anni meno di me, che su grandi testate giornalistiche sproloquia di fabbriche, comunismo e sindacati. Le posso garantire che non hanno visto nemmeno da lontano una fabbrica, che i sindacalisti li vedono al massimo in tv, e che di tutto l’ambaradan sanno quel raccontano i mass media, ossia un cazzo di niente elevato al cubo. Non dico che bisogna prima vivere e poi filosofare. No, peggio. Io dico che vivere è già un buon modo per iniziarsi alla filosofia, e che qualsiasi filosofia di strada, da praticone, può essere affinata dai libri, il contrario mai. E questo è quanto.»

Lei ha scritto per le più celebri testate musicali e ha pubblicato vari saggi sulla musica rock e su quella d’autore del nostro Paese. Che cosa è oggi il rock?

Karlheinz_Stockhausen«Il rock è sempre stato una musica che ha succhiato e rimescolato dai più disparati generi musicali. Negli anni Cinquanta era qualcosa che mischiava il blues e il r’nb’ dei neri, l’hillbilly e il country dei bianchi, a elementi jazz e persino doo-wop. Nei Sixties divenne il mostro mutante che diede vita a generi nuovi e fino ad allora impensabili: dal rock lisergico al sunshine pop, passando per il baroque’n’roll fino ai prodromi del prog. I Seventies furono gli anni di punk e new wave, e degli studenti d’arte e dell’art-rock al massimo del suo splendore. I Nineties e i Duemila traboccarono di tutti i generi del passato, spesso riletti alla luce dell’avanguardia musicale più integrale, artisti come Cage e Stockhausen non hanno influenzato il grunge, ma il post-rock, il noise e affini sì. Oggi il rock è qualcosa che ha recuperato le tecniche di produzione del techno-pop anni Ottanta come il suono iper-compresso delle produzioni odierne ne è una conseguenza e le ha coniugate in forme ibride, a metà fra il dance floor e la musica psichedelica tout court. A saper cercare, c’è comunque ancora di che godere.»

Quindi pensa che la musica non sia finita.

«La musica è infinita per definizione. Ma ciò non significa che non abbia dei carcerieri: le convenzioni musicali. Ovvio che le regole, in qualsiasi campo, hanno una loro funzione: ci introducono e ci guidano in territori già in precedenza esplorati e sviluppati fornendoci i mezzi per non dover incominciare ogni volta da capo. Immagina che bel casino sarebbe se ogni compositore dovesse imparare a ogni generazione a suonare o a comporre ex novo? Però questo è anche il limite delle regole: perché gli uomini amano la consuetudine e la trasformano in tradizione che poi diviene ipse dixit ossia legge ferrea alla quale non si deroga perché le cose si fanno così e basta. L’innovatore, in questo senso, e non solo in campo musicale, è colui che sfugge alla regola, in tutto o in parte, e forse senza nemmeno avvedersene ficca la testa in un cunicolo fino ad allora inesplorato. Lì, c’è l’innovazione. Ovvio che dall’avvento di Johannes Gutenberg, e del torchio tipografico, c’è un pubblico da soddisfare. E una delle regole che il pubblico ama anche quando non lo sa è la seguente: “Mi piacciono le cose che assomigliano a cose che mi piacciono o mi sono piaciute”. Logico che la musica, da lì eravamo partiti, ha da una parte lo stimolo del pubblico, che chiede cose sempre nuove ma anche un po’ vecchie, come abbiamo visto, mentre dall’altra c’è lo spirito dell’autore/creatore, che in alcuni casi, ma non sempre, amerebbe anche svincolarsi dalla tirannia delle plebi.»

Nelle sue origini il rock fu il suono del popolo, degli strati economicamente meno abbienti. Per ascoltare quella musica dal vivo oggi bisogna dare in pegno mezzo stipendio. Delinquenziali gli artisti e i loro manager, stupido il pubblico, tutto normale… Quale la sua posizione?

«Tutto normale finché la consuetudine è regola, e le regole oggi le fa il mercato, ossia il pubblico. In realtà oggigiorno ogni esibizione live, così come ogni spettacolo di un qualche rilievo, è un circo infinito che si porta appresso l’indotto, e la musica è solo una specie di confettino avvolto in una carta da caramella più grande dell’Empire State Building, e scarta che ti riscarta potresti anche scoprire che sotto la stagnola… c’è solo il fruscio, perlopiù di bei dollaroni sonanti. Ripeto, dacché una forma d’arte si fa industria non c’è modo di evitare questa sciagura. “On n’échappe pas de la machine”, diceva Gilles Deleuze. “Non si sfugge dalla macchina”. La macchina ti insegue fino a casa, ti fa suo tiket liveanche nei momenti di riposo, ti dice cosa fare e cosa ascoltare, la macchina è la tua parte più nascosta e ti parla all’orecchio quando tu credi di non ascoltare. La macchina è implacabile. Lo spettacolo è macchina. I live pop-rock-o-quel-che-è sono macchina al quadrato. Il pubblico vuole la macchina (o)scenica? Il pubblico la ottiene. Monkey see, monkey doo. O come direbbe Cugino Berto (uno dei personaggi del suo romanzo, ndt): “Struca boton, salta macaco”.»

Riporto alcuni dei capitoli di discussione tra gli appassionati di rock: copertine degli album, fattura del packaging del cd, atteggiamento della rockstar sul palco, il nome del produttore, il videoclip. Ma la musica non sta altrove?

«L’arte è di per sé un “altrove”. L’industria dell’arte invece è sempre qui, adesso, fra i coglioni, e non te la levi di torno, perché anche volessi devi cacar fuori l’opera, e ogni opera cacata ha bisogno del suo water, e ogni water ha il suo bel sciacquone, che espelle-propelle-lancia lo stronzetto-opera-d’arte verso il suo porto d’approdo (in)naturale: lo scaffale, ossia quel mobile più o meno fisso, fatto in legno, metallo o altro materiale, costituito da una serie di ripiani orizzontali, sovrapposti l’uno all’altro sui quali si dispongono libri e oggetti vari. industria-musicale-47972230Come vede, si ritorna a casuccia, si ritorna all’arte come passatempo, come fruizione intellettuale, come passatempo, come dopolavoro, e pertanto come cosa poco necessaria. Il che però non è di certo un male. Anzi, le dirò: meno l’arte, inclusa la musica, è necessaria, ossia servizievole, pedagogica, socialmente utile, civilmente allineata, e più chance ha di servirci per davvero. Morale della favola: diffidate dalle storie dove ogni emozione ha la targhetta stampata sopra, come le melanzane alla Despar, o alla Coop, o dove diavolo fate voi la spesa.»

Ha curato due edizioni dei testi commentati dei Beatles. Quali le loro caratteristiche dal punto di vista lirico?

«È stato difficilissimo trovare un modo, che non fosse il solito modo perché sui Beatles sono stati pubblicati più libri delle frasi che troviamo nei Baci Perugina, per parlare di loro e dei loro testi. Alla luce di quel che ho capito, mi è chiara una cosa: libro beatlessarebbe improprio appioppare un lirismo farlocco a testi dei Fab Four, che comunque, di quando in quando, specie nella seconda metà di carriera, riescono a piazzare qui e là all’interno delle loro canzoni delle frasi che dicono molto con poco: ed è questa l’essenza di ogni vena lirica che si rispetti. Un esempio, ma non è certo l’unico, si trova nell’incipit del pezzo firmato da Lennon dal titolo Across The Universe, che fa così: Words are flowing out like endless rain into a paper cup. Essenziale. Perfetto. Davvero un bel componimento in stile Buddhismo Zen, non c’è che dire.»

Nel 2013 invece licenziò un testo su uno degli autori italiani più interessanti: Vinicio Capossela. Un musicista che è un’anguilla. Che cosa ha capito di lui?

«Capossela è uno che ama fare letteratura con la letteratura, musica con la musica, e che non nasconde le fonti da cui attinge ma le rielabora attraverso quello che quattro o cinque secoli fa i critici d’arte più sgamati avrebbero definito “l’estro”. Ecco, lui è un estroso, anche se nell’ambiente passa per un tipo difficile, più un “estronso”, ma d’altronde i veri artisti raramente sono figli del catasto e della pace domestica; l’ideale pastorale non è roba per loro. caposselaMi piace anche come scrive, anche se capisco a ogni riga che dietro c’è un gran lavoro di “ingegneria stilistica”. Amo più gli scrittori a la Joyce, gente che riversava sulla pagina la parola “detta”, gente che si metteva degli ostacoli anche lì non dove non c’erano, gente che sulla pagina bianca non buttava giù il kitsch midcult così come ebbe a spiegarlo in un famoso saggio di sociologia della cultura e della comunicazione di massa intitolato Masscult and Midcult un tal Dwight Macdonald. Persino gli scrittori più dotati e sgamati non sfuggono al kitsch, al compiacimento cretino dell’io che rimira la luna attraverso modi e stili stra-abusati in mille modi, e in mille libri, da che mondo è immondo. Bell’affare, davvero.»

So che lei ha fatto anche degli studi poderosi sulla storia della musica. Quale il suo rapporto con la classica?

«Adoro la musica classica, e per classica intendo tutto ciò che impropriamente va dalla monodia a oggi. Quindi includo sotto la dicitura classica anche la musica d’avanguardia post-schoenberghiana. Verklarte-NachtEsaurite le possibilità della scala cromatica temperata, nel 1899, con Verklärte Nacht, si apre un nuovo mondo per la musica. Un mondo dove il suono in sé viene prima della partitura, cosa impensabile fino alla fine dell’Ottocento. Da lì in poi sarà tutto un percorso a ostacoli, ma anche inesplorato, per chi vorrà cimentarsi con l’arte della (s)composizione. Ovviamente mi piacciono anche gli innovatori “aldiqua” delle avanguardie: Brahms, che innovava fra le note, le sinfonie e gli ultimi quartetti di Beethoven, il repertorio completo di Mozart senza se e senza ma; e ancor più indietro nel tempo: Monteverdi, Buxtehude, Corelli, Guillaume de Machaut; e mi piace pure l’Ottocento romantico e post-romantico: Bruckner, Schubert, Mahler, Wagner; e ancora: Verdi, Rossini, Paisiello… Con ognuno di essi intrattengo un rapporto intimo, fatto di ascolti minuziosi e soprattutto ripetuti, di analisi dei dettagli sonori, che poi sono proprio le cose che spesso mancano in tanta della musica pop o pop rock. Il jazz invece è un’altra cosa ancora, soprattutto quello cosiddetto free.»

Che rapporto ha con le avanguardie del Novecento?

Leonora_Carrington_«Quando ero giovane mi interessavano molto. Ora mi interessano soprattutto alcune cose, specie in odor di surrealismo iper-visionario; tipo Max Ernst, Leonora Carrington eccetera. Perlopiù mi interessa l’arte, specie la pittura, ma anche l’architettura e la scultura, fra il periodo gotico e il Settecento rococò, a ridosso della rinascita neoclassica: da Van Eyck ai Tiepolo, passando attraverso Piero della Francesca, Albrecht Dürer, Memling, Altdorfer, Giulio Romano, Cosmé Tura, il Barocci, Hals, Serpotta, giusto per citarne alcuni.»

Mettiamoci a giocare. La sua Trinità nel campo della letteratura.

«Allora, le farò lo scherzetto di propinarle una doppia trinità letteraria. Trinità letteraria n.1, la più mainstream: Rabelais, Joyce, Gadda. Trinità n.2, la più intima: Xavier de Maistre, Witold Gombrowicz, De Sade. Oggi gira così. Domani potrei fare altri nomi: tipo Bruno Schulz, Heine, Goethe, Benvenuto Cellini, Casanova, Chauser, Carlo Dossi, Mann, Musil, Pynchon, Bradbury, Villon, più un sacco di scrittori pre e post biblici abbastanza sconosciuti. Comunque, sopra tutto e sopra tutto per me c’è solo un nome: Ernst-Theodor-Amadeus-Hoffmann-Romanzi-e-racconti-Ed.-Einaudi-1969-1408x1019Ernst Theodor Amadeus Hoffmann, col suo fichissimo Il gatto Murr, 1819-21. La messa è finita. Andate in Pace. Poi leggetelo. E rendete grazie a Dio. O, in alternativa, se siete atei, alla De Filippi… fate vobis .»

Letterate femminili?

«1) Emily Brontë; 2) Virginia Woolf; 3) Anaïs Nin.»

L’album o la partitura che ha ascoltato così tante volte che ormai le pare averlo scritto lei.

«Di album che ho ascoltato fino allo sfinimento fisico e metafisico ce ne sono una marea. Un tempo le avrei risposto Sandinista, dei Clash, tre lp al prezzo di uno. Una bomba. Strapieno di generi diversissimi tra loro, fusi assieme da una capacità di scrivere canzoni tutt’ora unica. Oggi invece le rispondo così: l’album che conosco fin nei dettagli minimi e minimissimi e che spesso mi dico “cacchio vorrei averlo scritto io”: è The Piper At The the piper...End Of Dawn dei Pink Floyd barrettiani anno di grazia 1967, annus lysergicus par excellence, ma potrebbe benissimo essere un disco di Captain Beefheart! Se invece passiamo al jazz, il disco è inevitabilmente uno degli ultimi di John Coltrane o magari gli Heliocentric Worlds di Sun Ra. Per la classica, Il flauto magico di Mozart. Per la contemporanea, l’omnia di Edgar Varese.»

Padre, Figlio e Spirito Santo della musica contemporanea

beefheart«Il Padre c’è Capitan Beefheart: quando ascoltai per la prima volta Trout Mask Replica, grossomodo nel 1991, pensai che si trattava di un esperimento riuscito di commistione fra free jazz e rock su armonie fondamentalmente blues. Tutto sbagliato. Seppi poi che il doppio lp prodotto, per modo di dire, da Frank Zappa, e pubblicato nel 1969, era una trasposizione per quartetto rock di partiture strimpellate/improvvisate al piano. Geniale. Non c’è che dire. Come Figlio metto i Butthole Surfers: riassumono e amplificano tutto ciò che di “spastico” seppe creare la psichedelia texana dei Sixties, dai 13th Floor Elevators ai Red Crayola. Lo Spirito Santo è invece Sun Ra, che assieme a gente tipo Coltrane, ha saputo esplorare mondi invisibili pur non staccando mai piede da terra. Chapeau. Per quanto riguarda la musica italiana, i nomi sono invece tre: Capossela, Dalla e Morricone »

 

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