Lisbon Story e l’infinita grandezza dell’imperfetto occhio umano

10541_bigGodot svelato di Lisbon Story di Wim Wenders è Friedrich “Fritz” Monroe, un regista da qualche tempo di stanza nella capitale lusitana. Lo sta cercando Phillip Winter, suo amico e tecnico del suono, che lui stesso ha chiamato perché lo aiuti per la realizzazione di un film che sta girando sulla città.

Fritz da qualche tempo non torna a casa perché in preda a una nuova ossessione. Cammina per Lisbona con una piccola cinepresa adagiata su una spalla perennemente accesa sul tasto Rec. A lei il compito di fermare sulla pellicola le immagini che a caso s’infileranno nel passaggio di luce dell’obbiettivo. Che, finiranno nella Biblioteca delle immagini non viste, un immenso archivio che Fritz definisce incontaminato perché frutto dell’accumulazione di immagini non toccate dall’impurità dello sguardo e dalla corruzione della mente dell’uomo.

Mediando un verso di una poesia di Fernando Pessoa (“ascolto senza guardare così vedo”), l’uomo pensa di aver raccolto l’epifania del nuovo linguaggio visivo attraverso appunti visivi liberati dal controllo umano. La macchina procede da sola e, per quanto condizionata dai passi dell’uomo che la sorregge, riprende permettendo di scivolare nella solitudine per le strade della città. L’invenzione della libertà di non selezionare, la definizione dei propri occhi come diaframma di cui l’uomo non ha bisogno.MSDLIST EC006

Fritz afferma che una volta le immagini erano rivelatrici di storie mentre oggi vengono svendute in tutto il mondo, assoggettate a strutture linguistiche predeterminate e fossilizzate: il cinema, la pubblicità, il documentario, la fiction televisiva. Puntare una cinepresa è come puntare un fucile, dice, mentre un’immagine che non venga vista è un’immagine pura, vera, innocente, e finché l’occhio non la contaminerà resterà un tutt’uno col mondo.

Ecco quindi le immagini casuali e non viste, che mostrano la città come è e non come noi vorremmo che fosse. Pellicole che devono rimanere intonse perché una volta che l’immagine sarà vista, l’oggetto che è in essa morirà.

2008475_150417037949a67b42b25c5Il bellissimo film del regista tedesco, commissionato proprio dall’amministrazione di Lisbona, ha ormai ventitré anni. Non solo non ha perduto una virgola della sua grandezza filmica e metaforica, ma addirittura il centro di gravità che ne governa l’equilibrio, appunto l’esperimento di Fritz Monroe, è più attuale che mai in un tempo in cui il linguaggio sembra essersi impoverito della sua stessa struttura meccanica di espressione globale, inaridito dalla frammentazione della realtà e dalla moltiplicazione infinita degli incroci tra quotidianità e arte.

Fritz a modo suo vuol dire che è illusoria ogni rappresentazione che ci permettiamo di fermare nel tempo e nello spazio, proprio perché oltre alla rappresentazione non ci è permesso di andare. La realtà è incoglibile dall’essere umano. Se anche esistesse una realtà, ammesso che solo una e una realtà esista, essa non potrebbe essere duplicata col linguaggio umano, ma appunto soltanto rappresentata. Ma ogni rappresentazione è un feticcio e quindi o ci accontentiamo di varianti simboliche al massimo produttrici di emozioni o generatrici di potenti percorsi di memorie o ci attacchiamo al palo. Questa non è una pipa scrisse sulla tela di un suo celebre quadro Magritte che appunto ci mostra il disegno di una pipa.MagrittePipa

Vale quindi la fatica di Fritz Monroe? No, nel modo più assoluto. Se ciò che mostra la verità deve rimanere non visto per continuare a essere produttivo di verità, il non possederlo diventa la stessa cosa. A chi giova una Biblioteca di immagini mai viste? Se l’immagine colta ma non veduta è l’unica forma di “realtà-altra” oltre alla realtà stessa, che senso ha averne copia? Teniamoci la realtà in cui siamo immersi, viviamola con la nostra imperfezione, godiamo il fatto di esserne per poco tempo parte e dedichiamoci a qualunque altra cosa che non sia diventare strumenti di ripresa per un risultato che mai e poi mai potremo osservare per non adulterarne profilo e sostanza, svuotando così di senso la pinacoteca che le raccoglie.

large_art_of_sound_lisbon_story_postIl suo amico Phillip glielo dice a voce con una registrazione lasciata nello sgorbio di automobile in cui Fritz si rintana in scomodo isolamento: muovi gli occhi attorno e fidati di loro, muovi il culo e non devastare il breve tempo che hai a disposizione.

E chissenefrega se non siamo Dio.

 

LISBON STORY AND THE ENDLESS GREATNESS OF THE FAULTY HUMAN EYES

lisbon_story_patrick_bauchau_rudiger_vogler_5735dThe revealed Godot of Wim WendersLisbon Story is Friedrich “Fritz” Monroe, a movie director living in the capital of Portugal. In search of him, Phillip Winter, a friend and sound engineer to whom Fritz himself asked to come to give an hand in completing a movie about the city.

Fritz has not been coming home for some days, in the grip of a new obsession. He’s been walking all along Lisbon with a little camera on his back always switched on the Rec button to capture the images that will come into the lens at random and that will be destined to the Library of unseen images, a huge archive Fritz considers immaculate, being the result of the increasing of images untouched by the impurity of the human look and the corruption of the mind.

Starting from a Fernando Pessoa’s verse (“I listen without looking and so see”), the man thinks he’s got the epiphany of the new visual language through visual notes freed from human control. The camera proceeds independent and, even driven by the paces of the man, it shoots allowing him to slip away in the solitude all along town’s roads. The invention of the freedom of not selecting anything, the definition of our own eyes as an unnecessary diaphragm.lisbonstory-00019

Fritz says tha once images revealed a tale while today they are sold off all over the world, subjected to predetermined and fossilized linguistic structures: movie, advertising, documentary, tv fiction. Pointing a camera is just like pointing a gun, he says, while an unseen image is pure, real, innocent, and until a human eyes won’t contaminate it, it will remain a sole thing with the world.

Here’re the random and unwatched images showing the town as it is not as we’d like it would be. Films that must remain unrevelead because once they’ll be watched the object they had captured will die.

LST03cWWSThe terrific movie of the German director, commissioned by the administration of Lisbon, is now twenty-three years old. Not only nothing of its beauty has been wasted, but the central engine of the story, Fritz Monroe’s experiment, is so current in a time like this in which the language seems to have lost its own strenght to a global expression, dried up by the fragmentation of the reality and the endless multiplication of the crossings between everyday life and art.

Fritz aims to say that each representation we create of space and time is deceptive and even we pretend to catch a reality we can’t go beyond a representation. Reality can’t be picked up by human beings. If even a sole reality would exist it couldn’t be duplicate by human language, but indeed just represented.

But each representation is a fetish that allows us just to face a symbolic variation at the most able to create emotions or generate powerful paths to recollect our past. This is not a pipe Magritte wrote on a famous canvas of him showing the painting of a picture.

Is Fritz Monroe’s effort worthwhile? I say absolutely not. If what is showing truth must remain unseen to go on generating truth, it’s just the same not to have it. What is this for?

Let’s keep the reality we’re into, so live it with our imperfection, let’s enjoy the fact we’re part of it and dedicate ourselves to everything but not turning us into a machine for a result we’ll always been unable to use.zvcjPJt

His friend Phillip tells it with a recording left in the strange car where Fritz lives in isolation: move your eyes and trust them, move your ass and don’t destroy the little time you have at your disposal.

And who cares if we’re not God.

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