La testimone invisibile di Hopper

01Osservatela bene questa immagine impressa da Edward Hopper nel quadro Cape Cod Morning, datato 1950. Non è una donna che, nel bovindo di una casa di campagna, si gode spensierata la fresca mattina appena arrivata di un giorno di primavera. Non è un’immagine placida. C’è la luce e la donna è protesa verso essa tanto che la sensazione che ci pervade è che questa figura ne sia completamente innondata. Ma non è un disegno solare.

Quella che scrutiamo non è un’immagine che nasce dalla luce e dentro alla luce raccoglie tutta la sua bellezza pittorica. Con questo quadro Hopper ha dato forma a un’impalpabile condizione umana. Frutto di un movimento di cui dal quadro percepiamo solo la millesima parte. Ma che c’è tutto. Nella posizione della donna. Affatto immobile. Ma appena bloccata. Un attimo prima di esaurire del tutto l’azione a cui ha appunto dato un freno.

Magari vi chiederà un quarto d’ora o magari di più di immersione nel disegno, ma una volta entrati nel quadro tutto vi apparirà così perfettamente, indelebilmente, inconfutabilmente chiaro. E, se la vita al momento non vi avrà concesso molto della fortuna che porta con sé ma che non offre a tutti, riconoscerete che Cape Cod Morning parla proprio di voi. Un quadro che dà colore alla vostra parabola su questa terra.

Quella donna. Che osserva fuori dal quadro. Verso un punto fisico della T erra che si trova oltre a ciò che allo spettatore è concesso guardare. E quindi sapere. L’azione non vi appartiene. Può suonare paradossale, ma il centro del disegno è al di là della fine del quadro. Qualcosa sta accadendo. La fissità nello sguardo dell’unica figura umana ce lo comunica. E pure qualcosa di forte visto che quelle braccia appoggiate su un tavolino o sui braccioli di una sedia sembrano si siano proprio fermate in questo preciso istante in cui noi guardiamo. La donna è quindi uscita di corsa attirata da qualcosa. Il muscolo del braccio destro parla chiaro. Raccoglie lo sforzo del movimento stoppato. Ma qualunque cosa sia non lo vedete. Non lo saprete mai.02

E qualunque cosa sia non appartiene neanche a lei. Semplice testimone di un’azione che ha preso energia altrove. Ella guarda, non fa. Osserva, ma sono altri a fare. Anche uno solo. Ma non lei. Che al limite potrà riportare il fatto, raccontarlo pure a una platea vasta e interessata, ma mai diventarne protagonista. Noi siamo gli spettatori che guardano il quadro, ma non vedono l’azione. O al massimo quella donna. Che vede l’azione.

Mai avuta la sensazione che la vostra vita sia stata per lo più un affare che si è svolto (se non quando addirittura deciso) a scapito vostro e comunque in un altrove rispetto a dove vi trovavate? Che siano stati altri gli artefici primi delle vostre stesse azioni?

Pura sensazione? Se possiamo essere più precisi: consapevolezza? Non mi allontano dal punto se dico che per la gran parte del vostro tempo avete guardato?

Testimoni invisibili di ciò che pure ci riguarda o che addirittura abbiamo calzato così intimamente da averci cambiato il sangue, ma pur sempre testimoni. Spettatori, appunto. Gente da gradinata, a guardare gli altri giocare sul campo. Oppure spettatori che non vedono il pieno della scena perché semplicemente impossibilitati a farlo. Parziali nella vista, parziali nella presenza. Arredi quanto una casa di campagna in una penisola sporta verso il mare, quanto le capigliature degli alberi. Oltre la circonferenza dei nostri gesti si svolge la vita. Pure se è nostra. Noi possiamo solo osservarla. Tanto non si accorgerà mai di noi.

 

HOPPER’S INVISIBLE WITNESS

03

Look carefully at this picture impressed by Edward Hopper in the painting he titled Cape Cod Morning, 1950. It’s not a woman who, in the bow window of a country house, is enjoying herself into a cool morning just arrived on a spring day. It’s not a quiet image. There’s the light and the woman is being pushed out towards it and we feel the sensation that she is fully flooded. But this is not a cheerful drawing.

This is not an image spreading from the light which gathers all its pictortial beauty. In this painting Hopper gives shape to an impalpable human condition. Born from a movement about whom we perceive only a thousandth part. But, even though nearly invisible, it’s all of it. The woman’s position. By no means motionless. Just blocked. Just a moment before exhausting all the action she has stopped.

Maybe it will take you a quarter of hour, maybe the immersion into the painting would need more, but once got into everything is going to be so perfectly, indelebly clear. And if at the moment life won’t have given you much of the lucky she bears without offering it to averybody, you’ll realize that Cape Cod Morning is really speaking of you. A painting which gives breath to you parabola on earth.

That woman. Observing outside the canvas. Toward a material point the viewer’s not allowed to catch. The viewer must not know. The action doesn’t belong to you. It can sound bizarre but the heart of the drawing is outside the end of the painting. Somethin is happening. The sole human shape’s fixing gaze tells us. And even something strong because those arms lent on a little table or the armests of a chair seem to be blocked just at this precise momentwe look at the painting. So that woman has got out attracted by something. Her right arm muscles tells it so clearly. It gathers together the effort of the blocked movement. But what it is you don’t see it. Neither you’ll ever know.04

And everything it may be it neither belongs to her. Simple witness of an action that took part elsewhere. She looks, she doesn’t do. She gazes, but someone else is doing. Even just one. But not her. In future she can tell what happened to a vast audience and really interested in it, but she’ll never manage to become actor of it. We’re the viewers who look at the painting, the ones who don’t seize the action. At most we can be that woman. Who’s looking at the action.

Have you ever got the sensation your life has mostly been a matter happened (or even decided) to the detriment of yourself and elsewhere anyway? That someonelse has been the maker of your own actions?

Pure sensation? We could be more precise: awareness? Do I distance myself from the main point if I say that most of the time you’ve watched and looked?

Invisible witnesses of what concerns us or even what we’ve approached so thoroughly to change our blood. Viewers. The ones who from the terraces watch others playing in the pitch. Or viewers which don’t watch the full scene just because they’ve not the chance to it. Incomplete in the sight, incomplete in the presence. Street furniture just like a house or the hair of the trees. Beyond the compass of our gestures life happens. Even though it’s ours. We can only look at it. Anyway it won’t notice us.

 

 

 

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VIVERE E MORIRE A MILANO (CRONACHE METROPOLITANE)

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Un’anziana spogliarellista che non si arrende al tempo che passa, la tragi­ca follia di un ragazzo della comunità cinese, la donna col sedere più profumato della città, i clienti di un ben strano hotel, le performance notturne e i sogni frustrati di un bancario dotato di un membro gigantesco, la guerra dichiarata di due neonazi al telefono, la giornata senza scampo di un povero redattore di un mensile sportivo, il mondo esploso di un’adolescente enorme, il guaio di un giovane a cui ingrassa solo la testa, il terzo grado di un boss della mala.

Questi e altri insoliti personaggi popolano una Milano che vive alla luce del sole ma che più spesso assomiglia a un fantasma. Più che una città che si alza, lavora, mangia, si diverte e poi va a dormire, la fotografia in bianco e nero di un arredo urbano in movimento. Racconti in forma di cronache e cronache che raccontano una modernità priva di tempo. Una città che insegna a vivere. O da cui si impara presto come morire.

 

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