Toni

mother-and-son1Lo guarda con quei suoi occhi in cui sembra inghiottire il mondo intero. Gira lo sguardo appena, mano nella mano di sua madre, entra nel bar. Lo vede dietro al bancone e gli manda sempre lo stesso saluto: «Ciao Toni!».

Lui, Toni, odia pensare al mondo, si disinteressa dei suoi tormenti e non si riconosce in alcun movimento umano e sociale. È altro. E lo è sempre in un impalpabile altrove rispetto a dove si trova. Nessuno slancio se non il fastidio di quando sente cose del tipo: «Sai cos’è successo ieri al refettorio della scuola di mio nipote?».

Non mitiga la perdita dei sogni con qualcosa lo possa in qualche modo sollevare. Non ha bisogno di sentirsi sollevato. I sogni se ne sono andati senza che uno che fosse uno si sia mai realizzato. Anche gli anni sono passati. Tanti, come chi invece di sedersi dietro a un banco di scuola si mette presto a trottare in piedi dietro a uno più grande. Ne ha quasi cinquanta. Andrà avanti ancora un bel po’, non è la salute a mancargli. E col tempo si ricorda unicamente delle tazzine del caffè sbattute sotto l’acqua del rubinetto o dei cappuccini firmati con la virgola sulla schiuma del latte. Qualche altro gesto di accompagnamento ai riti quotidiani e nulla di più. La strada per tornare a casa. La casa, la cena da preparare, la cena preparata, i piatti da lavare, la tivù, il letto. La strada per andare al lavoro. Il lavoro. Senza che il lunedì diventi il ricettacolo dei rigori non dati e dei gol in fuorigioco convalidati alla squadra avversaria il giorno prima. E senza che per tutta la settimana metta mai naso nel sorteggio che «hai visto che ci è capitato il Bayern di Monaco?» o nel thrilling notturno delle sfide di coppa.

Li lascia dire tutti e si lascia non dire nulla, con la maestria di chi riesce perfino a non passare per scontroso. E così anche quando la rimonta della Ferrari lascia spazio alle discussioni sui giochini tattici del presidente del consiglio o la discesa di un campione dello sci ai commenti su come la Lega Nord si è incazzata da Vespa perché i suoi alleati sono favorevoli alla sanatoria sulle colf extracomunitarie. big23

Li lascia dire, convinto all’osso che le parole non arrivino mai a destinazione, ancor meno se fanno parte di un discorso tra un bicchiere di bianco che «uè, dì al tuo capo che non è mica un granché, ma dove l’ha tirato fuori, dalle cantine del Burundi?» e birre di cui non si chiede mai la nazionalità, tanto vanno giù lo stesso. Sono frasi claudicanti che si arroventano a vuoto, arrabbiature in cui non scorge un minimo di senso. La sua è una raccolta delle ore. È svuotato.

Eppure, quando quel piccolo lo guarda mentre, ancora mano nella mano della madre, entra e gli urla: «Ciao Toni!», ogni volta vede quegli occhi che sembrano inghiottire l’intero mondo. E si sente disperato.

 

 

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VIVERE E MORIRE A MILANO (CRONACHE METROPOLITANE)

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Un’anziana spogliarellista che non si arrende al tempo che passa, la tragi­ca follia di un ragazzo della comunità cinese, la donna col sedere più profumato della città, i clienti di un ben strano hotel, le performance notturne e i sogni frustrati di un bancario dotato di un membro gigantesco, la guerra dichiarata di due neonazi al telefono, la giornata senza scampo di un povero redattore di un mensile sportivo, il mondo esploso di un’adolescente enorme, il guaio di un giovane a cui ingrassa solo la testa, il terzo grado di un boss della mala.

Questi e altri insoliti personaggi popolano una Milano che vive alla luce del sole ma che più spesso assomiglia a un fantasma. Più che una città che si alza, lavora, mangia, si diverte e poi va a dormire, la fotografia in bianco e nero di un arredo urbano in movimento. Racconti in forma di cronache e cronache che raccontano una modernità priva di tempo. Una città che insegna a vivere. O da cui si impara presto come morire.

 

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