Pochi secondi. Ma fu George Best e io

‘Poster boy’: George Best in a Dublin pub in 2004.Incontrai George Best sulla King’s Road nel quartiere di Chelsea, Londra il 1° gennaio 2004. Era mattina piuttosto presto. Piuttosto presto per essere il primo dell’anno. Io e l’allora mia compagna Cristina, che qualche anno dopo sarebbe diventata mia moglie, stavamo camminando. Non eravamo in tanti su quel marciapiede, come potete immaginare.

Usciti dalla stazione della metropolitana di Sloane Square, dopo qualche passo si è su quella strada. Più avanti, mi pare andando su un’altra strada c’è la copertina di Animals dei Pink Floyd. Oltre un ponte la Battersea Power Station. Lì eravamo diretti, marciapiede di sinistra.02

Per una ragione che non ricordo Cristina si era fermata e così anch’io. E mentre lei cercava qualcosa, alle sue spalle, mani nelle tasche di un giubbotto di pelle nero, spuntò improvvisamente un uomo. Aspetto trascurato, barba incolta finissima e bianca. Ma non mi diede l’idea di essere messo male. Incrociai il suo sguardo. Lui il mio stupore. Mi accorsi di aver sbarrato gli occhi e di essermi messo addosso un’espressione da imbranato. Il bambino davanti al suo eroe.

Accompagnai la mia meraviglia con un gesto della mano. Inequivocabile. Il dito che scatta e punta quell’uomo. E che, meglio di ogni mia parola e di ogni mio inglese, diceva: «Ma tu sei George Best!». L’uomo addirittura si fermò. E mi rispose con la testa. Proprio così, sono io. Più che sorridermi mi sembrò ridere. Il suo tipico, celebre e imperituro meraviglioso ghigno. Rideva di me. Oh, sveglia, va bene che sono io, ma ti do il permesso di articolare qualche parola!

Chiusi a pugno quella mano che lo aveva puntato. E lo scossi brevemente in aria. Come a comunicargli un incitamento. Forza, dai, vinci anche ’sta cazzo di partita finale. Lui allargò il ghigno, ma questa volta quasi si compiacque. Mi ringraziò con lo sguardo. Cristina si era accorta di qualcosa e me lo chiese anche lei con gli occhi. «Lui è George Best!», le dissi con una voce che non reggeva un’esclamazione ma che non era più un sussurro. Che fatica a dire quelle parole. Volevo aggiungere che era stato il più grande calciatore della terra. Perfino il più bello. Il più rivoluzionario. E che per me era ancora tutte queste tre cose. Ma mi uscì soltanto: «È… Best…». In italiano.George Best and Blinkers Ladies football team20.10.69Daily Mail

Lui ci salutò con un cenno della testa e prese di nuovo la sua strada. Aveva un buon passo. Noi pure riprendemmo il cammino. Arrivammo alla copertina dei Floyd. Non c’era più il maiale volante e Syd Barrett era volato via con lui. E io che continuavo a tornare con la testa all’incontro con il Brian Jones del calcio mondiale, altro che quinto Beatle dei miei stivali.

George Best - Manchester Boutique

Così tornammo indietro. Capitammo di nuovo sulla King’s Road, stesso marciapiede di prima. Non dico il deserto, ma davvero gli abitanti di Londra erano ancora altrove, anche se era passata più di un’ora da quando eravamo suciti dalla metropolitana. Quando la mia attenzione fu attirata dai gesti di un uomo, questa volta sul marciapiede opposto. Girai la testa. Teneva le braccia in alto e le muoveva incrociandole in segno di saluto. A noi. Avete presente Harry Dean Stanton-Travis che in Paris, Texas cammina parallelamente al figlio ma sul marciapiede opposto? Una scena simile.

George. Risposi alla stessa maniera. Presto le vie non furono più neanche parallele. Solo dopo pensai che non ero riuscito a fare altro che quel niente che era uscito da me. Non la richiesta di un autografo, non una fotografia. Non lo avevo neanche invitato a bere qualcosa insieme. Nemmeno una parola per dirgli che uno come lui non era ancora nato o qualunque altra cosa, chiedergli se gli piaceva Elton John o che io vado matto per lo Shepherd’s Pie. Andò così. Ero arrivato troppo tardi. Di una trentina d’anni diciamo. Più spiccioli. Aveva due occhi buoni George.

 

JUST FEW SECONDS. BUT IT WAS GEORGE BEST AND ME

BRITAIN SOCCER GEORGE BEST HEALTHI met George Best on King’s Road, Chelsea neighborood, London on 1st January, 2004. It was in the morning, really early. Early for the first day of the new year. Me and my partner Cristina, who a few years later would become my wife, we were walking. Not so many people on the pavement, as you can imagine.

Got out of Sloane Square metro station, a few steps you’re there. Further on, if I remember well, changing road you find the cover of Pink Floyd’s Animals. Beyond a bridge, the Battersea Power Station. We were heading there, left pavement.

I don’t remember why but Cristina had stopped and so did I. And while she was searching for something into her bag, over her shoulder, hands in a black leather jacket’s pockets, all of a sudden a man popped out. Scruffy look, very thin white bearb, he didn’t give me the idea to be in a bad way at all. I met his eyes. He my astonishment. I recognize to have my eyes wide open and wearing a very silly expression on my face. The child in front of his hero.05

I associated my surprise with a movement of my hand. Unmistakable. The finger which stretches and points at that man. And that better than every word of mine and english too said: «Well, you’re George Best!». The man stopped as well. And answered me back nodding. Right, I’m him. More than smiling at me he seemed to laugh. His typical, famous and everlasting marvellous sneer. He laughed at me. C’mon wake up! It’s okay that you met me, but you’re allowed to express even some words!

I clenched my fist with the hand that had pointed at him and shook it shortly in the air. Like I was inciting him. C’mon! Do win also this fucking final match! He extendend his sneer and this time he nearly gratified with his gaze. Cristina noticed something was happening and asked me about it, she also with her eyes. «He’s George Best!», I told her with a voice that was not an exclamation but not a whisper anymore. What an effort to pronounce those words. I wished to add that he had been the best football player all over the world. Even the most beautiful. The most revolutionary. And that to me he was still those three things. But from my mouth just got out: «He’s … Best…». In italian.

06He hailed to us with a sign of the head and got his way again. He had a very good pace. We too got our path. Got to Floyd’s cover. There wasn’t the flying pig anymore and Sud Barrett had flown with it. I went on coming back to that encounter with the Brian Jones of the worldwide football, what fifth Beatle!

So we came back. Back again on King’s Road, the same pavement. I don’t say we were walking in a desert but really the londoners and the turists were still somewhere else, even though more than an hour had passed since we had arrived at the metro station. When my attention was driven by a man, now on the opposite pavement. I turned my head. He stood with his arms raised and moved them crossing in a sign of wave. Toward us. You know Harry Dean Stanton-Travis in Paris, Texas walking parallel to his little son but on the opposite pavement? More or less a scene like this.263404_1

George. I did the same to him. Soon our ways were no more parallel. Only afterwards I thought I didn’t manage to do nothing more that the nothing that had come out from me. Not the request of an autograph, not a photo. Nor I invited him to drink something together. Neither a word to tell him that a player like him hadn’t been born yet or whatever else, asking if he liked Elton John or that I’m crazy for the Shepherd’s Pie. It was that way. I had come too late. Roughly thirty years. Plus some loose change. George had good eyes.

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VIVERE E MORIRE A MILANO (CRONACHE METROPOLITANE)

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Un’anziana spogliarellista che non si arrende al tempo che passa, la tragi­ca follia di un ragazzo della comunità cinese, la donna col sedere più profumato della città, i clienti di un ben strano hotel, le performance notturne e i sogni frustrati di un bancario dotato di un membro gigantesco, la guerra dichiarata di due neonazi al telefono, la giornata senza scampo di un povero redattore di un mensile sportivo, il mondo esploso di un’adolescente enorme, il guaio di un giovane a cui ingrassa solo la testa, il terzo grado di un boss della mala.

Questi e altri insoliti personaggi popolano una Milano che vive alla luce del sole ma che più spesso assomiglia a un fantasma. Più che una città che si alza, lavora, mangia, si diverte e poi va a dormire, la fotografia in bianco e nero di un arredo urbano in movimento. Racconti in forma di cronache e cronache che raccontano una modernità priva di tempo. Una città che insegna a vivere. O da cui si impara presto come morire.

 

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