Perché “Vivere e Morire a Milano” . E perché l’ho pubblicato

cover.jpgPerché anche se non ho un nome (vero) e i racconti in Italia non si leggono (falso), come mi è stato ripetuto dalle case editrici che si degnavano di rispondermi, io non ho voluto arrendermi alla logica del milite ignoto e del libro che si legge solo se non sa di libro.

Perché ho curato la scrittura e l’editing di questi racconti come se dietro di me ci fossero Gordon Lish e Jonathan Galassi a controllarmi con una Colt puntata verso di me.

Perché Milano… Milano io la strozzerei ogni secondo della mia fottuta vita, per quel che è diventata, per come si è fatta stuprare, per lo sporco con cui accetta di condividere il suo quotidiano, per come la miseria morale è scivolata dai palazzi della politica per infettare anche le strade. Ma non ha mai smesso di dialogare con le più grandi capitali o centri d’Europa o degli States. E non ha mai smesso di fare cultura e a me questa sovversione della cultura continua a picchiarmi in testa.

Perché Milano è Rock the Casbah che Joe Strummer avrebbe riconosciuto così acida solo a Brixton.

Perché continuavo a girare attorno a pedine umane che poi sono diventati i miei personaggi. Arredi urbani in movimento più fessi che cattivi.

Perché Milano resta quel bianco nero lucido e opaco che solo Simenon.

Perché, libro o non libro, io scrivo lo stesso. Morirò con una penna in una mano e un foglio di carta nell’altra. Anche solo per scriverci sopra: ma che cazzo scrivi a fare che stai per andare dal Comandante Supremo, pirla.

 

 

foto Alberto Pezzali
foto Alberto Pezzali

Di menta. Qualcuno poi ci teneva a specificare il tipo in dettaglio. Chi parlava di piperita allo stato puro, chi la definiva più mentuccia e chi invece si spingeva a ricordare il tipo di menta in foglioline minuscole che in Marocco vengono utilizzate per fare un tè fragrante e delizioso. Le differenze davano più corpo alle testimonianze e aiutavano il ragionier Gualerzi a stemperare l’iniziale diffidenza. Le differenze non negavano la verità, perché nessuno giungeva a una conclusione che non fosse quella che, dicevano in quartiere sin dalla fine degli anni Settanta, inchiodava sguardo e respiro di chiunque si fosse trovato a rispondere sull’argomento: era vero, la Gianna aveva il più profumato buco del culo di tutta Milano.

(tratto da Gusto Proibito)

 

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