Una vita dentro una canzone – 26: Broken Horse (Rain Parade)

01Non ci pensavo, ma per me quella “cosa” non aveva una fine. Non sarebbe mai morta, non avrebbe lasciato il suo posto. Io li avrei sempre visti con i miei occhi e i miei occhi non sarebbero mai cambiati. E io per loro. Eravamo insieme lame di luce incandescenti che chiedevano a Dio di mostrare il suo volto. Avevamo gli anni e il Tempo e per noi non esistevano né degli uni né dell’altro. Eravamo stelle che cadevano nello stesso punto, che illuminavano lo stesso cielo. Candele che bruciavano la medesima luce e brillavano di un futuro perpetuo che si componeva dei singoli momenti che insieme rendevamo eterni.

Non ci spegnevamo mai. Ci alimentavamo della stessa energia che producevamo per incendiarci. E il mondo era un gran bel giardino dentro cui stare. Lo avevamo girato con la mente che memorizzava canzoni, libri, film. Un immenso archivio di nomi e luoghi che producevano emozioni, sogni e bisogni. Non esisteva sole più caldo del calore che riuscivamo a sprigionare, luna più incantevole della magia che le nostre parole riuscivano a creare dalla notte più scura.

Aquile senza difetto che han volato nel Tempo come vola un insetto. Non so cosa sia mancato, su quale ricambio abbiamo mortalmente lesinato. Uno per uno. Uno dopo l’altro. La colla si è seccata. Li ho visti staccarsi e il cavallo rompersi. Cenere alla cenere, polvere alla polvere. L’occhio è rimasto aperto ma si è gelato e per quante lacrime abbiamo versato ci è stato fin troppo chiaro che la direzione “per sempre” non aveva corsia di ritorno.

E se tutto si è rotto allora vorrà dire che un giorno tutto sarà dimenticato. E se tutto sarà dimenticato allora vorrà dire che un giorno nulla sarà mai stato detto. Niente sarà mai esistito. Accadrà, che noi lo voglimo o no. Come ci accadde quando ci siamo visti partire senza riuscire a far niente almeno per ritornare. Siamo tutti in prestito e tutto quel che possediamo lo abbiamo in affitto. Io li ho visti andarsene uno per uno. Sono qui da solo, di tanto in tanto piove, ogni tanto viene fuori il sole. Non sento più i loro odori, ma penso di sentire ancora le loro voci. I volti forse non li riconoscerei più. Però finché io ci sarò la mia storia sarà sempre anche quella che si è rotta come si può rompere un cavallo. Poi, dopo, sì, dopo potrà essere finalmente dimenticata.

 

A LIFE WITHIN A SONG – 26: BROKEN HORSE (RAIN PARADE)

uuihihI didn’t use to think abou it, but to me that “thing” would last forever. It wouldn’t ever die, never left its place. I’d always see, look and watch them with my eyes amd my eyes would never changed. And me to them. Together we were passionate blades of light which ask God to show his face. We possessed the years and the Time but we didn’r about the two of them. We were stars falling onto the same point, which enlighted the same sky. Candles burning the same light and shining with an endless future made by the single moments that made us eternal together.

We would never switch off. We’d charge of the same power we produced to set fire. And the world was such a beautiful garden to stay in. We’d travel with our mond that memorized songs, books, movies. A huge archive of names and places which produces emotions, dreams and needs. There was no heat hottest than the one we emanated, no moon more enchanting than the magic our words used to create in the darknest night.

nànoinlLimitless and free eagles who have flown in Time like an insect. I don’t know what missed, what replacement we fatally scrimped on. One by one. One after the other. The glue took off. I’ve watched them run apart and the horse breaking. Ahes to ashes, dust to dust. Our eyes remained opened, but frozen and even though we poured so many tears we knew so clearly that the “forever” direction had no return trip lane.

And if everything is broken, therefore it means that one day it will be forgotten. And if everything will be forgotten therefore one day it means that nothing was ever said. Nothing will ever been. It will happen, whether we want it or not. Like it happened when we watched us leave and doing nothing to come back. We all are just on-loan. And all we possess we have it’s just a rental. I watched them leave one by one. I’m here all alone, every now and end it rains, sometime the sun. I don’t smell them anymore, but I guess to hear their voices. Maybe I wouldn’t recognize their faces. But ’till I’m here, my story will always be also the one it broke as a broken horse. Then, alright, it can be forgotten.

 

VIVERE E MORIRE A MILANO (CRONACHE METROPOLITANE)

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Un’anziana spogliarellista che non si arrende al tempo che passa, la tragi­ca follia di un ragazzo della comunità cinese, la donna col sedere più profumato della città, i clienti di un ben strano hotel, le performance notturne e i sogni frustrati di un bancario dotato di un membro gigantesco, la guerra dichiarata di due neonazi al telefono, la giornata senza scampo di un povero redattore di un mensile sportivo, il mondo esploso di un’adolescente enorme, il guaio di un giovane a cui ingrassa solo la testa, il terzo grado di un boss della mala.

Questi e altri insoliti personaggi popolano una Milano che vive alla luce del sole ma che più spesso assomiglia a un fantasma. Più che una città che si alza, lavora, mangia, si diverte e poi va a dormire, la fotografia in bianco e nero di un arredo urbano in movimento. Racconti in forma di cronache e cronache che raccontano una modernità priva di tempo. Una città che insegna a vivere. O da cui si impara presto come morire.

 

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