Seba Pezzani, uno, due e centomila

01Traduttore e interprete. Romanziere e saggista. Chitarrista e voce. Giornalista e voce radiofonica. Padre di un festival (Dal Mississippi al Po) in cui musica e letteratura ballano insieme e toccano le nostre più intime corde parlando la lingua universale, quella che scorre nelle vene della nostra carcassa umana (https://www.facebook.com/DalMississippiAlPo/timeline). Una pelle non basta a Seba Pezzani.

Il lato oscuro di questa poliedricità è segnata dalla chiusura che questa terra chiamata Italia (che magari non sarà la “sua” terra, ma è sempre quella su cui ha scelto di continuare a camminare) oppone a chi appunto riesce a fare più cose e riesce a farle bene. Il sistema corporativo non regge. La paura dello “straniero” genera mostri. Ma a questo dovrebbero servire le librerie, le radio, le arene dei concerti, ad aprire le finestre e cambiare un po’ l’aria, no?

Traduci parecchi nomi della letteratura americana, soprattutto del crime. Di alcuni, avendone fatto conoscenza, hai potuto misurare la distanza tra autore e persona. Che idea ti sei fatto?

«Posto che qualcuno, e non ricordo chi, una volta disse qualcosa tipo “Prendi la poesia e lascia perdere il poeta”, nella realtà della mia esperienza professionale e umana raramente mi è capitato di incontrare persone sgradevoli soprattutto nel mondo letterario. In quello musicale è più facile imbattersi in personalità scomode e slegate dalla realtà. Non va dimenticato che più un personaggio è famoso, più il rischio di un ego gonfiato si fa strada. Purtroppo, questo lo devo sottolineare, il rischio di avere a che fare con scrittori scorbutici per non dire maleducati è più frequente con gli autori italiani. Io credo di essere stato fortunato, diventando amico di uomini, prima ancora che scrittori, di grande valore. Jeffery Deaver, Joe Lansdale, Ronald Everett Capps, James Grady, Tim Willocks, James Sallis, Anne Perry sono solo alcuni dei nomi che mi vengono in mente su due piedi.»02

In una recente intervista al blog Cinemascritto hai affermato che detesti il traduttore che si sostituisce allo scrittore. Che è un delitto sovrapporre la propria voce a quella di chi il libro lo ha concepito ed estratto dal buio. In cosa ti fai guidare nell’essere cerniera tra lo scrittore e il lettore?

«Dalla lingua. La comprensione letterale del testo viene prima di qualsiasi altra cosa. È quello l’unico, vero motivo per cui esistono i traduttori. Io arrivo al paradosso di dire che traduzione letteraria significa traduzione letterale per indicare che il traduttore deve essere quanto più nascosto, invisibile possibile. Un traduttore di cui si veda la mano, almeno secondo me, e sono in molti, moltissimi a dissentire, non è un buon traduttore. Quando sento dire, questo sì che è un bravo traduttore, si riconosce il suo stile in ogni libro che traduce, mi viene voglia di strappare il libro. Se lo “stile” del traduttore emerge, il traduttore ha fatto un pessimo lavoro. Si deve notare solo lo stile originario dell’autore, naturalmente espresso nella lingua in cui viene tradotto.»

Nella medesima circostanza hai anche raccontato che in questo mestiere hai dovuto “vincere la diffidenza in un mondo sospettoso, asfittico”. In cosa si è manifestata esattamente questa ritrosia ad accettarti?

«Credo che un nuovo venuto in un ambiente chiuso sia sempre considerato un elemento di disturbo. Prima di tutto, il sistema è a somma zero. Entra un traduttore nuovo e, automaticamente, ne deve uscire uno. Questo fa sì che certi equilibri vengano intaccati. In secondo luogo, io non avevo sponsor, se non un’amicizia con Luca Crovi, e andare da un editore e convincerlo delle mie capacità non è stato facile. Le cose si sono decisamente semplificate quando sono diventato la voce quasi ufficiale degli autori stranieri ospiti della trasmissione Tutti i colori del giallo, condotta in Rai proprio da Luca Crovi. Partecipare a festival e andare in onda ha fatto cadere il muro di diffidenza. Il paradosso è che sono stato accolto come traduttore solo dopo essere stato notato come interprete. Tra l’altro, a me piace molto di più fare il traduttore e non mi promuovo nemmeno come interprete, anche se si dice che lo sappia fare molto bene. Se c’è qualcuno che ha bisogno di un interprete, però, sono disponibile.»

03La tua fatica di traduttore nasce dalla passione per la lingua inglese, coltivata anche grazie alla musica. C’è un’espressione, una frase idiomatica o semplicemente una parola anglosassone che ti è rimasta appiccicata addosso?

«Bella domanda, nel senso che ce ne sono tantissime. Mi viene in mente soprattutto un’espressione usata da Bob Dylan in una sua vecchia canzone, Subterranean Homesick Blues: “You don’t need a weatherman to know which way the wind blows”. Insomma, per capire che aria tira, non serve un meteorologo.»

Due o tre cose che hai capito degli States, non necessariamente editoriali, che vorresti tanto l’Italia assumesse a cultura quotidiana.

«Il senso civico, anche se certe immagini che la televisione negli ultimi tempi ci ha trasmesso non sono di quel segno, la meritocrazia, la mancanza quasi totale di intoppi burocratici.»

Nel libro di viaggio Americrazy sottolinei alcune idiosincrasie che hai capito degli americani. Quali le più evidenti?

«Ce ne sono tante. Sicuramente le contraddizioni tra una democrazia fortemente inclusiva e le zavorre dello schiavismo, che porta con sé differenze difficilmente colmabili nel medio termine. L’incapacità di superare certe idee balzane legate al passato evangelico dei fondatori, ad esempio il diritto inviolabile di armarsi, sbandierato sulla base di principi scolpiti nella pietra in un’epoca ormai preistorica. La grave “ignoranza” delle questioni del mondo, figlia di un americocentrismo culturale più subito che davvero abbracciato dalla popolazione: sarebbe davvero ora che l’americano medio venisse informato maggiormente di ciò che succede nel mondo e, soprattutto, che tali informazioni di geopolitica e storia non fossero legate soltanto al relativo impatto sulle questioni americane.»

Città e provincia americana: due mondi a se stanti?

«Sono due facce della stessa medaglia, ma sono anche due Americhe molto diverse. L’America è una ma ha molte facce. Come approdare a New York, il ponte tra l’America e l’Europa. Rispetto a quello che troverai qualche miglio più in là, è decisamente una città europea. Rispetto all’Europa, è una città americanissima. La provincia e la dimensione urbana si completano senza una vera soluzione di continuità.»

Qual è il posto di quel continente in cui ti senti come a casa?

«Un po’ ovunque, ma nella provincia, soprattutto nei paesi più piccoli, mi sento molto a mio agio. Se devo indicarti una località, direi Farmer City, nell’Illinois centrale. È lì che vive ancora la madre della mia ex compagna e quindi ho splendidi ricordi, malgrado sia un paesino immerso in una delle zone più rurali del mondo: campi di mais e soia a perdita d’occhio.»

Capitolo musica. Il tuo grande amore si chiama Beatles. Ti ricordi quando scattò l’innamoramento?

«A dodici anni, in seconda media, quando la mia insegnante di musica alla fine della lezione, dopo averci fatto sentire Verdi, Beethoven ecc. metteva su un quarantacinque giri dei Beatles, solitamente Michelle, Yesterday o Hey Jude

Io invece fui colpito da una pietra rotolante. Ci dobbiamo fare la guerra?

«Per niente. Adoro i Rolling Stones. I Beatles rimangono di un altro pianeta, ma i Rolling hanno scritto canzoni senza tempo e hanno creato un sound pazzesco, pescando a piene mani nel bacino della musica a stelle e strisce. Direi che i Beatles sono rimasti tutto sommato più britannici, pur venendo come gli Stones dai classici americani.»

La “guerra” tra Stones e Beatles fu la prima idea geniale del marketing applicato al mondo del pop?

«Forse non la prima, ma certo una delle più geniali. In America, il music biz non era riuscito a fare altrettanto con Elvis e Chuck Berry o Little Richard, per esempio. Forse i tempi non erano maturi oppure, forse, la figura di Elvis era troppo vincente e, comunque, contrapporre un afroamericano a un bianco al tempo era impraticabile.»

Da ragazzi ci si trovava in casa di amici ad ascoltare musica attraverso i dischi che magari noi non potevamo permetterci di acquistare. Lo avrai fatto mille volte. Non trovi un impoverimento il fatto che oggi questa non sia più una necessità per i giovani?

«Mi risulta sempre difficile dire che qualcosa di una generazione nuova, che non mi appartiene, non incontra i miei favori. Personalmente, lo trovo triste. Credo che la generazione del digitale sia vuota. Ci sono stati tanti periodi in cui la musica non mi ha entusiasmato. Io ho sempre ascoltato la musica di una generazione prima della mia. Ma anche la musica che ascoltavano i miei coetanei adolescenti aveva un suo valore, quanto meno una direzione. Mi riferisco a punk e new wave. C’era comunque intorno un mondo, una condivisione. Con la digitalizzazione totale di tutto, è come se fosse venuto a mancare il terreno su cui fondare una scelta culturale. I ragazzi di oggi scaricano, scaricano, scaricano. Scaricare, non ascoltare, è il verbo di oggi. La musica è prodotto effimero. Ormai si è perso tutto il contorno. Non è più una cultura musicale condivisa, manca del tutto l’interesse a sapere. Ricordo che leggevo avidamente le liner notes dalla prima all’ultima parola. Oggi, in un mondo saturo di informazioni, si tratta di un’operazione troppo “faticosa”.»

Disco e libro tradizionale: due retaggi del passato?

«Spero di no, ma temo di sì.»

Con Luca Crovi hai firmato il romanzo Tuttifrutti. So che lui ama gli AC/DC e li ascolta appena può. Come riuscivate ad armonizzarvi dal punto di vista musicale?

«Gli AC/DC piacciono anche a me. Alcune passioni musicali le condividiamo. Lui lo considero di bocca più buona e poi è decisamente più onnivoro di me. Ma è pure dalle differenze che nascono le idee.»

Cosa vuol dire scrivere una storia di narrativa a quattro mani?

«Per noi è stato un gioco. Siamo partiti da una mia idea e, attraverso l’amicizia e la voglia di raccontare, l’abbiamo stravolta scrivendone un capitolo a testa e scambiandocelo, nella prima metà navigando a vista e solo in seguito dando una quadratura al cerchio. È stato mero, ingenuo divertimento.»

Sei il leader di un quintetto rock elettroacustico, i RAB4. Chitarra e voce. Concerti perfino negli Usa. Che mondo è quello della musica rispetto a quello della creazione letteraria?

«Faccio musica da sempre, ma non ho mai vissuto all’interno del sistema musica. Il disco Folk’n’Roll dei RAB4, l’unico che io abbia mai realizzato, è del tutto autoprodotto. Dunque, a parte alcuni contatti con grandi case discografiche che non sono mai andati a buon fine, non posso portare sul tavolo esperienze particolarmente significative. Vedo il mondo musicale ufficiale dall’esterno e in larga parte lo compatisco un po’. È un universo finto per definizione e, tutto sommato, non sono dispiaciuto di non esserne parte.»05

Il nome della band sta per?

«Rock A Blanche. Che non significa nulla se non un gioco di parole sul nome del paese da cui provengono il chitarrista e il bassista, ovvero Roccabianca, nella bassa parmense. 4 stava per il numero originale dei membri della band. Ora, però, siamo in 5.»

Un’altra tua esperienza è quella di conduttore a autore radiofonico. Sempre insieme a Crovi sei stato la voce di Tutti i colori del giallo, trasmissione andata in onda sui canali Rai. Qual è la chiave per fare entrare nelle case con la sola forza della parola orale storie di delitti nonché la vita e il profilo di chi quegli ammazzamenti li ha concepiti sulla pagina scritta?

«Credo che l’uomo abbia bisogno di storie e che la tradizione orale sia un punto fermo della sua storia. La radio fortunatamente ancora non segna il passo. Credo che sia molto più efficace della tv perché non è legata all’immagine e, dunque, si presta meno alla contrapposizione di ego, lasciando inoltre spazio a un po’ di immaginazione in più. L’immaginazione è il segreto. Io sono un acceso contestatore dei video musicali. La videomusic è stato il primo passo verso lo sgretolamento del filtro individuale. Una volta, sentivi un pezzo alla radio e poi ti comperavi il disco o lo registravi, facendoti un film mentale della musica che ascoltavi. Quando nacque la videomusic, il film ti veniva già dato. Un enorme passo indietro, non in avanti.»

lfSei pure il papà di una strana e bellissima creatura: il festival letterario- musicale Dal Mississippi al Po, che si tiene ogni anno a giugno a Piacenza. Trent’anni fa Francesco Guccini intitolò un suo live Dalla via Emilia al West. Il brodo primordiale è quello: musica che fa sangue e storie da strada. In questo senso Italia e States si parlano?

«Non so quanto si parlino. Tanti musicisti italiani, tanti cantautori per esempio, hanno cercato una via americana. Credo, però, che alla fine fosse solo una giacca con le frange indossata sulla camicia di Armani. Hai citato Guccini, ma potrei aggiungere Fabrizio De Andrè, per il quale ho grande rispetto. La loro musica è profondamente italiana anche quando hanno voluto fare gli americani. In fondo, restano cantautori italiani.»

Un amico del tuo festival è Frank Lisciandro, che tornerà anche quest’anno. Un monumento della fotografia musicale, l’ombra di Jim Morrison. Che ti ha raccontato del Re Lucertola?

«Tantissime cose. Tra l’altro, prima del festival uscirà per Foschi Editore il suo illuminante libro che, attraverso una serie di interviste con figure molto vicine a Jim Morrison, cerca di restituire alla storia un’immagine diversa, più vera del cantante dei Doors. In un certo senso, Frank Lisciandro vuole cancellare l’immagine di Morrison che il libro No one here gets out alive (uscito in italiano come Nessuno uscirà vivo di qui, nda) e ribattezzato dagli amici di Jim, Nothing here but lots of lies) e il film The Doors di Oliver Stone hanno forgiato. Non c’è nessun tentativo di riabilitare Jim, ma solo di farci capire che non era solo l’icona del sesso strafatta di droghe, bensì un ragazzo semplice, appassionato di musica e di poesia, intrappolato in un cliché che gli stava stretto, generosissimo con tutti.»

Ci sarà un libro, una canzone finché…?

«Finché ci sono gli occhi per leggere, la forza per cantare e l’ispirazione per scrivere.»

 

SEBA PEZZANI, ONE, TWO AND ONE THOUSAND

04Translator and interpeter. Novelist and essayist. Guitarist and singer. Journalist and voice on the radio. Father of a festival (Dal Mississippi al Po) in which music and literature dance together and touch our deepest chords speaking an universal lamguage, the one that runs inside the veins of our human jalopy (https://www.facebook.com/DalMississippiAlPo/timeline). Just one skin is not enough to Seba Pezzani.

The dark side of this versatility is marked out by the closure that this land named Italy (that maybe is not “his” land, though remaining the one which he decided to keep on walking on) is used to opposing indeed to anyone’s able to do more things succeeded in doing them so well. The corporate system doesn’t hold it up. The fear of the “foreigner” creates monsters. But bookshops, radios and concert arenas should be useful to open the windows for a clean break of air, shouldn’t they?

You’ve translated lots of great names of american literature, above all about crime. You got acquainted with some of them personally, having in this way the opportunity to measure the distance between the artist and the human being. What about it?

«Considered that someone, I don’t remember who, once said something like: “Take the poem and forget about the the poet”, in my whole human and professional experience rarely it happened to me meeting unpleasant people. Above all in the literary work of line. As far as the musical one is concerned it’s easier to come across thorny and out of line personalities. We must not forget that the more someone is well-known the more the risk that his or her ego blows up makes its way. Unfortunately, I do have to underline this point, the risk of having to do with crabby or ill-mannered writers happens more frequently with italian writers. I think I’ve been lucky, getting friend of men, first than authors, of great qualities and worth. Jeffery Deaver, Joe Lansdale, Ronald Everett Capps, James Grady, Tim Willocks, James Sallis, Anne Perry are only some names I can pronounce on the spot.»

In a recent interview to a blog called Cinemascritto you’ve said that you hate the translator who replaces the writer with himself and that it’s a crime adding his own voice to that of the artist who conceived and pull the book out of the darkness. What does drive you in your job of being a connection between the writer and the reader?

«By the language. The literal understanding of the text comes first anything else. This is the only and real reason for which translators exist. I reach to the paradox that makes me declare that the literary translation means literal translation to point out that the translator must remain as hidden and invisible as possible. In my opinion , even if a lot disagree with me, a translator whom you notice the hand of is not a good translator. When I hear that somebody is a very good translator because his style is recognisable in each book translated, I feel like I tear off the book. If the translator “style” emerges it means that he did an awful job. Only the original style of the author must be noticed, expressed into the new language it’s translated naturally.»

In the same occasion you also said that you have had “to overcome the skepticism of a suspicious and sluggish world” to be accepted. In concrete, in what this reluctance affected you?

«I think that a newcomer is always considered a disturbing spot in a strict line of work. First of all, this is a zero-sum system. A new translator comes in and automatically one must get out. This means that some proportions are damaged. Subsequently, I didn’t have a sponsor, only a friendship with Luca Crovi, and it wasn’t nothing simple to go to a publisher and convince him about my skills. Things turned really easy when I became nearly the official voice of Tutti i colori del giallo, the Rai broadcast program precisely anchored by Luca Crovi. Taking part to festivals and going on the air made the wall of diffidence tumbling down. The paradox is that I’ve been accepted as translator after I’been perceived as interpreter. I prefer working as a translator and I don’t promote myself as an interpreter anymore, even though on-dit I succeed in it very well. If somebody needs an interpteter, well, I’m available.»

Your job as translator comes from your passion for English linguage, nurtured also because of the music. Is there an expression, an idiomatic phrase or simply an anglo-saxon word which stuck to you?

«Good question, there’re a so many. I quote Bob Dylan, a line in an old song of him, Subterranean Homesick Blues: “You don’t need a weatherman to know which way the wind blows”. In other words, to realize what’s going on you don’t need a wheaterman.»06

Two or three habits you’ve understood about the States, not necessarily connected with the publishing thing, you’d like to feel also in Italy so much.

«The civic-mindedness, even though some images being broadcast lately by television don’t move to this direction; the meritocracy, the nearly absolute absence of bureaucratic hindrances.»

In your travel book, Americrazy, you underline some idiosyncrasies that, according to you, the americans suffer from. Which the most evident?

«There’re many. Certainly the contradictions between a so strongly inclusive democracy and the deadweight of slavery, which carry differencies that unlikely can’t be solved in the mid-term. The inability to overcome some weird ideas connected with the evangelical past of the founders, for example the sacred right to keep arms, flaunted right based on principles carved in a prehistoric age. The heavy “ignorance” about the problems of the world, fruit of a cultural Americacentrism more suffered than embraced by the population: it would be the case that nowadays the average american was informed about what’s happening abroad. And above all that this geopolitical and historical informations were not linked only to the connected impact on the american questions.»

American cities and small towns: two worlds apart?

«Two sides of the same coin, but at the same time two really different Americas. America is one but with so many faces. Just like arriving at New York, the bridge between US and Europe. Compared with what you’ll be going to find some miles ahead New York it’s an european city. Compared with Europe it is so american. Small-town and urban dimension complete themselves seamlessly.»

Which is the place of the United States where you feel at home?

«Everywhere, but in the small-town above all in the littlest hamlets, I feel at ease. If I have to point out a place I’d say Farmer City, central Illinois. My ex girlfriend mother still lives there and I’ve gorgeous recollections, despite it is a little village immersed in one of the most rural place of the world: corn and soy fields as far as the eye can see.»

Let’s talk about music. The Beatles are your great love. Do you remember the moment when you felt in love with this band?

«I was twelve, seventh grade, when my music teacher, at the end of the lesson, after having made us listen to Verdi, Beethoven, et cetera, used to play a single of the Beatles, usually Michelle, Yesterday or Hey Jude

On the contrary I’ve been hit by a rolling stone. Do we have to fight each other?

«Absolutely not. I adore the Rolling Stones. The Beatles walk on higher ground but the Stones have written timeless songs and created a staggering sound, borrowing heavily fron stars and stripes music. I’d say the Beatles have remained more British though coming from the classic americans like the Stones.»

Dan, Seba & Magic at ChameleonWas the “war” between Stones and Beatles the first brilliant idea of the marketing applied to the world of pop music?

«Maybe not the first, but for sure one of the most brilliant. In America, music-biz didn’t succeed in doing the same with Elvis and Chuck Berry or Little Richard, for example. Maybe at the moment the times were not mature yet, maybe the personality of Elvis was too successful and anyway counterposing an afroamerican to a white american at that time was impracticable.»

When we were young we used to meet at a our friend’s house just to listen to the records we couldn’t afford to buy. Don’t you feel like an impoverishment the fact that nowadays this is not a need for the youngs anymore?

«I always feel hard to say that something belonging to a new generation and that doesn’t belong to me it’s not good for me. Personally I feel it sad. I think that the digital generation is a hollow one. There have been so many periods in which I didn’t like the kind of music created then. I’ve always listened to the music created by a generation before mine. But also the music that my peers when they were teenagers listened to had a worth, at least a direction. I’m talking about punk and new wave. There was a world all around it, a sharing of it. With the absolute digitalisation of all, it’s as if the ground in which sowing the seeds of a new cultural scene was missing. Today kids download, download and keep on downloading. Downloading, not listening, is the word today. Music is an evanescent item. All the surrounding has got lost by now. It’s not a shared musical culture anymore, young people taday don’t feel this interest at all. I remember I used to read keenly the liner notes from the first to the last word. Today, in a world so overloaded by informations,this is a too much difficult operation.»

Compact disc and traditional book: two legacies of the past?

«I hope it’s not, but I’m afraid it is.»

Alongside Luca Crovi you’ve written the novel Tuttifrutti. I know he’s very fond of AC/DC and tries to listen to them as soon as he can. How did you two manage to balance as far as the music choice is concerned?

«I also like AC/DC. We share some music passions. I’m harder to please as opposed to him but he’s definitely more onnivorous than me. But from the differences new ideas get born.»

What’s writing a four-hands story like?

«It was a piece of cake for us. We started from an idea of mine and, through our friendship and the desire to tell, we’ve shaken it up writing a chapter per head and then switching it over. In the first half we’ve played it by ear and hereafter we’ve headed to the squaring of the circle. It was pure, candid fun.»

You’re the leader of a rock electro-acoustic quintet called RAB4. Giotar and voice. Gigs also around the States. Which kind of world is that of music compared with the literary one?

«I play music since immemoral time, but never lived inside the musical system. RAB4’s disk Folk’n’Roll, the only one I’ve ever released, is completely self-produced. So, except some contacts with majors never ended well, I can’t talk of my personal experience. I look at the official music stardom from outside and to a large extent I pity it a little bit. It’s an universe fake by definition and, all in all I’m not displeased not to be a part of it.»Seba Smoke Storione

The name of the band stands for…

«Rock A Blanche. It doesn’t mean anything but a pun on the name of the little country the other guitarist and the bass-player come from, that is Roccabianca, placed south of Parma. Four stood for the original number of the band members. But now we’re five.»

You also got a taste in radio and also on that occasion with Luca Crovi, a program entitled Tutti i colori del giallo, broadcast by Rai, the Italian public network. Which was the key to get into thousand houses with just the strenght of the verbal word narrating crimes and stories of authors that had created them as something written on a page?

«I think human being needs stories and that oral history it’s a fundamental point. Fortunately radio is not outdated yet. I think it’s more effective than Tv because it’s not fixed to an image and in this way it doesn’t cause ego-fights, leaving more space to a little bit of imagination. Imagination is the secret. I strongly object to musical video clips. Videmusic has been the forst step towards the disintegration of the individual filter. Once you used to listen to a track on the radio and then you would buy the record or tape it, creating a mental film about the music you listened to. When videomusic rose, that film was already given to you. A huge step back, not up.

You’re also the father of a weird and terrificcreature: the literary.musical festival Dal Mississippi al Po, that each year is held in june at Piacenza. Thirty years ago Francesco Guccini titled a live album Dalla via Emilia al West. The primordial broth is that: music that makes blood and street stories. From this point of view do you think Italyand the States speak to each other? «I don’t know how much. A lot of italian musicians, many songrwriters for example, tried to find a personal american way. But I also think that very often it was just a a jacket with fringes put on an Armani shirt. You quoted Guccini, I could add Fabrizio De André, whom I feel a great respect to. Their music remains deeply italian also when they wanted looked at America. In the end, they’re still italian songwriters.»

lfA friend of your festival is Frank Lisciandro, who’s going come back this year. A monument of music photography, Jim Morrison’s shadow. What did he tell you of the King Lizard?

«Lots of things. By the way, his eye-opening book will go out on sale before the festival. A book which, through a series of interview with people so close to Jim Morrison tries to give back to history a truer representation of the Doors singer. In some way, Frank Lisciandro wishes to erase the representation that the book No one here gets out alive, renamed by Jim’s friends Nothing here but lots of lies, and Oliver Stone’s movie The Doors have forged. It’s not an attempt to rehabilitate Jim, he wants us to know that he was not only the sex icon, completely stoned, but a simple guy, fond of music and poetry, stuck into a cliché that bound him so much, a man so generous with anyone.»

There will be a book, a song until…?

«Until there’re eyes to read, the strength to sing and the inspiration to write.»

 

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