Blues nero a New York City

01Non hai un nome. Ma un nome è proprio quello che meno ti serve ora. Da tre notti chiuso dentro la stanza dell’hotel. Hai visto New York colorarsi e annerirsi. Tra poco si annerirà di nuovo. Manda giù il quarto di whisky che ti è rimasto nel bicchiere che non ti rimane molto altro da fare.

La radiolina non ha smesso di borbottare un secondo. Condizioni meteo, traffico, notiziario, musica. Smussa gli angoli della solitudine. Alla finestra alzi con due dita le lamelle della veneziana. New York si sta svuotando per il weekend. Quelle luci solitarie bianche e rosse portano lontano migliaia di vite, mentre la tua verrà accalappiata tra poco. Lo sai bene. Perché è l’unica cosa che senti. New York è la città più drammatica del mondo.

Alla porta suona l’uomo col carrello per la cena che hai ordinato. Poi viene il turno della cameriera di notte. Sei generoso con loro. Ti versi un altro po’ di whisky, ma cambi bicchiere. I bicchiere usati a un certo punto diventano vomitevoli per l’odore rancido che emanano dopo tutto quel fiato che si è attaccato al bordo interno.02

Ti chiedi se è successo davvero. Eravate due paure insieme. E due paure di solito finiscono per fare una tragedia. Lei aveva quella sciarpa. L’hai tirata solo per averla più vicina a te. Aggrapparti all’unica persona che poteva salvarti. E più avvicinavi a te la sua vita tirandola, più la sua vita se ne andava chissà dove. Morta. O così te la ricordi.

Giri gli occhi perché qualcosa devi pur fare e vedi che la sciarpa è ancora con te. La schiacci in un portacenere, le dai fuoco e butti i resti nel water. Tiri lo sciaquone. In che brutto posto hai fatto finire il tuo amore.

Quel rumore è il telefono. Squilla incessantemente. L’ultima volta che hai pregato fu per un esame di trigonometria e appurasti quanto inutili sono le preghiere. Lo rifai. Preghi che abbiano sbagliato numero. Che quella telefonata non sia per te. Le preghiere non servono neanche questa volta. “Signore, le dispiacerebbe scendere un minuto?” L’invito è cortese. Non puoi essere anche tu così cortese.

Se te ne devi andare, e te ne devi andare, devi usare la finestra. A quest’ora i teatri sono all’ultimo atto e i ristoranti tra poco si riempiranno. Perché fai questa riflessione lo sai solo tu. Sei al primo piano, si tratta di un saltino o poco più. Capisci che sono arrivati. Tutto quel silenzio intorno a te ha un solo suono. E la dedica non ti piacerà. Anche le tue illusioni ora sono in crisi.

03La tua fuga finisce sul cornicione. Vedi le macchine parcheggiate all’ingresso dell’hotel. Sono arrivate silenzose come una barca a vela scivolata su acque calme. Non sei neanche oltre la ringhiera di ferro che una luce ti blocca. È bianca più bianca della pubblicità di un detersivo. Non faccia sciocchezze. È pericoloso. Torni dentro. E apra. Hai bisogno di un altro whisky e di una sigaretta.

Illogico, lo sai bene. Tra due minuti scarsi saranno dentro. Senti che stanno armeggiando sulla serratura. Una delle quattro viti che la tiene ferma è già saltata, ne mancano altre due. A questo punto ti rimangono le tue pillole. La ricerca è affannosa ma dura poco. Le trovi in bagno. Bevi un po’ d’acqua nel palmo della mano tenuto a coppa e ne butti giù undici perché una ti cade. Sull’etichetta c’è scritto “non più di tre in ventiquattr’ore”. In pratica ti sei ucciso tre volte.

Cingi lo stomaco per tenerle giù, reprimendo i conati. Se ti va bene passerai sotto una lavanda gastrica. Un piede colpisce la porta e in un soffio ti ritrovi con le braccia dietro la schiena costrette nelle lunghe maniche di una camicia di forza. Sono tanti, ma non sai quanti sono. Che ti importa. In fondo il morto mica si mette a contare i presenti al suo funerale.

Non dicono niente. Non senti niente. Vedi uomini in uniforme, uno non in uniforme, uno col camice bianco. Sai che è il più pericoloso. La mente è già sepolta viva. Poi vedi lei. Avanza lenta, timorosa. Si avvicina al tuo volto. «Ma allora non eri… tu?»

«No, non ero io. Non sono venuta all’appuntamento. Eri troppo strano al telefono.» Eppure qualcuno c’era. Chi hai incontrato? A chi apparteneva la sciarpa? E il sangue? Si fa sempre più vicina a te. Una voce la avverte. «Non mi farà del male», risponde lei comprensiva. «Eravamo innamorati.»04

Eravate. No, tu lo sei ancora. Lei, a quanto pare, non più. Ma tu eccome. Ma non puoi più dirglielo. È per questo che stai morendo? Si china a baciarti. Un bacio sulla fronte, un po’ più giù, in mezzo agli occhi. Come un’estrema unzione.

 

BLACK BLUES IN NEW YORK CITY

05He has not a name. But what would a name be of service to him now? He’s been closed in the gotle room for three nights. He’s watched New York get painted and get blacken. In a while it will be turned black again. Swallow the quarter of whiskyleft in the glass ’cause you don’t have nothing more to do.

The radio never stopped a second to rumble. Wheather conditions, traffic, news, music. Its gurgle rounds the edges of loneliness. You go to the window, with two fingers lift theVenetian blinds thin plates. New York is emptying for the weekend. Those solitary white and red lights are carrying thousands of lives far away, while yours is getting to be shortly catched. You know it very well. Because it’s the only truth you’re feeling inside. New York’s the most dramatic city of the world.

The man with the cart has just rung at you door for the dinner you’ve ordered. Then it’s the turn of the night waitress. You’re generous with them. You pour a little bit of whiskyagain, changing the glass this time. Used glasses soon become disgusting on account of the rancid smell they release after all the breath attached inside in the border.

You’re wondering if this really happened. You and her were two fears together. And usually two fears end up causing a tragedy. She had that scarf. You pulled it thight to you just to have her closer to you. Taking hold of the lonely one who could save you. And the more you was getting her life close to you, the more her life was going who knows where. Dead. Or you remember it happened this way.06

You turn your eyes because you feel to do something and notice you’ve still the scarf. You press it into the ashtray, set alight and put what reamains of it into the toilet. Eventually you flush the toilet. In what a ugly place you sent your love.

That noise is the telephone ringing. It rings perpetually. Last time you prayed was before an examination of trigonometry and ypu realized how useless the prayers are. You do it again. You pray they’ve dialled the wrong number. That the phone-call is not for you. Prayers are worthless either this time. “Mister, would you mind go downstairs for a while?” Kind the call. But you can’t be kind as well.

If you have to go away, and you must go away, you have to use the window, This At this time theatre plays are at the final act and soon the restaurants are going to be full. Why you’re thinking of it you only know it. You’re in the first floor, it’s a little more than a little jump. You realize they’ve come. All the silence around you has only a sound. And you won’t appreciate the dedication. Now also the illusions are in crisis.

Your getaway ends on the balcony. The cars are parked at the hotel entrace you notice them. They’ve arrived silently, like a sailing boat lippe on still waters. You’re not even beyond the iron balustrade and a light blocks you. It’s white, whiter than commercial of a detergent. Don’t be foolish. It’s dangerous. Come back. And open the door. You need another glasso f whiskey. And a sigarette.

07Illogical, you know it. In two minutes they’ll be in. You know they’re working on the lock. One of the four screws has already come out, two are left. At this point only your pills remain. The research is laborious but it doesn’t last much. You find them in the bathroom. You drink a little water with the palm of the hand and you swallow eleven pills because on falls down. On the label it’s written “no more than three in twenty-four hours”. Basically you’ve killed yourself nearly three times.

You press your stomach whith a hand to make the stay down, to repress the impulse to throw them up. If you’re lucky you’ll be passing under a stomach pumping. a lavanda gastrica. A hit by a foot on the door, and in a while you stand your arms behind the back forced into the sleeves of a straightjacket. They’re many in the room, you don’t know exactly how. What’s the matter? Basically the dead doesn’t get to count how many attend the funeral.

They don’t say anything. You don’t hear anything. You watch people in uniform, one not in uniform, one into a the white coat. You know this last one is the dangerous one. Your mind is already buried alive. Then you watch her. She’s coming by slowly, fairful. She gets close to your face. «What? So it was not… you?»

«No, it wasn’t me. I didn’t come to the date. You sounded so strange on the phone.» And yet someone was there. Who did you met? Who did the scarf belong to? And the blood? She’s coming closer and closer. A voice warns her. «He will do no harm to me», she answers back understanding. «We were in love once.»08

You two were. No, You’re still. Apparently she’s not. You still carry the torch for her, but you can’t tell her anymore. Is it for this that you’re dying? She bends over to kiss you. A kiss on your forehead, a little bit down, between the eyes. As an estreme unction.

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