Il falso movimento del prof. Stoner

01Chiudere l’ultima pagina di Stoner di John Williams è il momento in cui non si può più procrastinare la domanda a cui, da tante, tante, tante pagine, sappiamo di dover rispondere.

E adesso che faccio?

Leggere un romanzo in cui del protagonista si sa praticamente tutto sin dalla prima pagina e non smettere per una sola riga che sia una di volerne essere la compagnia vivente, essenziale, urgente.

Terminarlo e sentirsi spaesati dentro una struttura parallela, dove non importa più nulla del mondo reale. Perché tutto il sangue, la carne, le lacrime, i ragionamenti, le sensazioni, le reazioni, gli sguardi, i timori, la compassione, le viscere, i silenzi li abbiamo lasciati correre e sfiancarsi fino allo sfinimento lì dentro.

William Stoner è nato nella piccola comunità rurale di Booneville, contadino fin da bambino, si sposta di un centinaio di chilometri per andare a studiare in questa nuova facoltà chiamata agraria all’Università Columbia, prende invece la strada della letteratura, si laurea, resta a insegnare quarant’anni in quello stesso ateneo, sposa Edith, una donna che non ama e che negli anni scopre orrenda, ha una figlia, Grace, che ama ma che non è capace di seguire nello sviluppo, vive un’esistenza in cui cerca di essere il più onesto possibile col prossimo (sia nella relazione con un’altra donna, Katherine, sia nell’autodifesa contro la bile del suo direttore di dipartimento) offrendo ogni goccia della propria energia.

Poi alle soglie della pensione arriva il male, che William Stoner affronta con apparente serenità, affermando (ce lo dice il narratore) di non provare più interesse per quello che sapeva che da lì a poco gli sarebbe accaduto.

Laddove la trama non si muove dai sentieri terreni, la scrittura pacata, chiara e delicata vola via creando la magia. La magia che trasforma una realtà ordinaria in una magistrale fontana da cui esce la poesia, la filosofia, il cinema. La durezza dei passaggi fondamentali della vita di Stoner ci appaiono all’interno di una lucidità sbalorditiva. Lui, the nothing man che, passo dopo passo, si fa così gigante da apparirci il pompiere che entra nel fuoco perché quello è il mestiere che gli è capitato.

Un romanzo che si fa brutale uscito giusto cinquant’anni fa e firmato da un autore con uno de nomi più anonimi in terra americana: John Williams. Una cavalcata verso la luce finale passando attraverso anni inetti, disadattati, dove l’impotenza sembra non avere rivali. Ci sconquassa il suo matrimonio, la successiva vita a due in cui Stoner capitola ogni volta che pensa di aver trovato un nuovo motivo per continuare a vivere e non semplicemente sopportare il legame. Ci amareggiano le cattiverie del collega più alto in grado e plaudiamo silenti alla sua capacità di sopportazione, ci sentiamo distrutti quando e per come deve rinunciare a Kathrine, l’unico vero e sincero frutto che la vita gli ha offerto.02

Infine ci storpia il respiro, regalandoci la prova che se non si riesce a vivere poi tanto bene per sessantacinque anni della propria vita in cui la modestia delle proprie ambizioni è pur sempre più alta della capacità di raggiungerle, si può morire da professionisti della vita.

Sul letto d’ospedale, a un passo dal nulla (o dal tutto, non ve lo so dire), in una giornata di sole, il professor William Stoner è distratto da un gruppetto di studenti che attraversa il prato del giardino. Allegri e incantati camminano leggeri sull’erba, neanche sembrano toccarla, non lasciano tracce del loro passaggio.

Questo ci attende, lo capiamo subito. Siamo devastati. Possiamo amare il più possibile, spremere quanto più a lungo ci è concesso questo frutto, ma alla fine passeremo come quei giovani. E finalmente potremo essere dimenticati.

 

THE FALSE MOVEMENT OF PROFESSOR STONER

03We close John Williams’ Stoner’s last page and we comprehend that’s the moment when it’s not possible to delay anymore the answer that, since many, many, many pages before we would know sooner or later we’d to give.

And now what do I do?

How about reading a novel in which we know essentially everything about the main character already from the first page and not to quit neither for a simple line, longing to be his lively, fundamental, urgent company?

We finish the reading and we feel disoriented inside a parallel framework where we don’t mind the real world anymore.Because all the blood, flesh, tears, reasonings, sensations, reactions, looks, worries, compassion, gut, silence, well… we left them run and tire out until exhaustion.

William Stoner was born in the rural hamlet of Booneville, farmer from the very beginning of his life. He moves within about a hundred kilometres to study in this new department called Agrarian at the Columbia University. But he takes another schooling direction, the literary one, graduates, teaches forty years in that same university , marries Edith, a woman he doesn’t love and who year after year he learns horrible, gets a daughter, Grace, who instead he loves but being unable to follow in her growing up, lives an existence in which he tries to be honest the best he can with the others (both in the relationship with another woman, Katherine, both in the self-defence toward the resentment of his department chief) offering each drop of his energy.

Then, at the edge of his retirement, the disease comes. William Stoner tackles it apparently in a serene way saying that (well, the narrator tells us it) he doesn’t to feel interest anymore about what it’s going to happen to him.

Wherby the story line doesn’t detach from the ground, the clear, quiet and delicate writing flies away creating magic. Magic that turns an ordinary reality into a masterful fount from where poetry, philosophy and cinema come out. The harshness of Stoner’s life fundamental steps appears us inside an astonishing awareness. He, the nothing man who, page after page, becomes so enormous to emerge as the fireman who gets into the fire because that is the job that life had for him.

A novel which grows brutal, published exactly fifty years ago and signed by an author who carries one of the most anonymous names in american land: John Williams. A ride to the final light passing through weak and unsuited years, where the powerlessness seemed not to have rivals. His marriage smashes us and in this manner the forthcoming paired life in which Stoner succumbs every time he thinks he has found a new reason to go on living with her and not only putting up with the bond. The perversely behaviour of his chief department embitters us and we silently acclaim Soner’s capacity of resistance, we feel wasted when (and the reason for as well) he must break up with Kathrine, the sole and sincere fruit life gave him.04

Eventually he stops our breath, giving us the evidence that if someone is not so able to spend well sixty-five years of a life in which the exiguity of own ambitions is always still higher than the talent to reach them, that someone can die as a professionist of life.

On the death bed, one short step from nowhere (or from all, I can’t say), on a sunny day, professor William Stoner is being distracted by a little group of students that passes through the meadow of the garden’s hospital. Happy and enchanted they walk agile on the grass, they don’t seem even touch it, they don’t leave traces of their passage.

05This is what’s waiting for us, we understand it immediately. And we’re destroyed. We can love at our best, squeeze as long as possible this fruit, but at the end we’ll pass just like that group of young students. And finally we can be forgotten.

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