La dolce vita

01Alfio Mascalaito è a un tavolo del bar tabacchi in fondo a via Lodovico il Moro, prima che Milano si trasformi in Corsico o diventi Buccinasco. Traspira vino dai vestiti, ma non è affatto ubriaco. Lo contiene come una botte. Il suo corpo è ciò che resta di allenamenti decennali a svuotare bicchieri senza perdere il passo delle gambe e quello della testa.

Aveva altri progetti per sé Alfio, ma un ginocchio lo tradì a dodici anni alla vigilia di un provino al Milan e con la musica gli è andata male. È in pensione da neanche cinque anni, ma gliene sembrano passati cinquanta. Ha dimenticato quali lavori lo hanno portato al riposo, ma continua a tenere aperto nella testa uno spazio per un tempo precedente.

Il bar chiuderà tra non più di un quarto d’ora. Mosche e mosconi se ne sono andati tutti. Quel bar ha degli avventori che sulle prime mettono a disagio. Poveri cristi, ma nelle televisioni tipi così non li si trova più e allora, quando si entra, è facile in principio sentirsi a disagio.

Per Alfio Mascalaito è giunto il momento in cui fissare la bottiglia, un angolo della tovaglia o un quadro al muro significa aprirsi a una verità rivelata. Pensa alla morte. Non alla sua, quella lo riguarda poco, vi avrà dedicato sì e no cinque minuti in tutta la sua vita ed è da troppo tempo in circolazione per iniziare a farsene un ritratto ora.

Quella degli altri.

02Pensa che la morte sia la fine di niente. La morte si limita a trasformare qualcosa che si vede, si ascolta e si tocca in qualcos’altro che non si vede, non si ascolta e non si tocca. Gli è venuta in mente ’sta roba qua perché gli si è accesa la luce su una canzone di Bob Dylan che ripete che la morte non è la fine. Non è per niente sicuro che la canzone parli della verità a cui è arrivato, ma non dà importanza alla cosa. La morte non è la fine proprio di niente, pensa. È solo l’annuncio di un nuovo equilibrio sulla terra. La persona che muore si trasforma, ma resta qua. Solo che assume una forma diversa. Non può che essere così. La morte è un tramite, Alfio Mascalaito non capirebbe una conclusione diversa da questa improvvisa speculazione.

Prendiamo Django Reinhardt, pensa, col testone che sente incastrato al collo e lo sguardo a punta di vespa mentre vede senza guardare una pubblicità sulla Gazzetta dello Sport. I suoi concerti a Parigi negli anni Cinquanta furono il simbolo della voglia di divertirsi, la necessità di tornare a vivere esprimendo gioia e piacere di esserci ancora dopo la guerra. I parigini si divertivano da matti ascoltando la sua musica. Lui poi, con quel suo strano modo di suonare e utilizzare a proprio vantaggio l’incidente avuto da bambino, è l’esempio di come convertire alla vita una mano senza mignolo e anulare. Mani lunghe, dita secche e robuste, tendini che si sovraccaricavano di un lavoro supplementare. Quella mano era un dono divino e la musica usciva spontanea. Il più grande chitarrista jazz non può essere sparito solo perché è arrivata la morte. Sì d’accordo, rimangono le sue registrazioni, la sua storia è scritta nel grande libro del jazz. Ma oltre questo.

È necessario andare oltre. Dobbiamo. Django Reinhardt è vivo, si abbia il coraggio di dirlo. Una volta che c’è, c’è per sempre. Da qualche parte. Nell’aria, come energia in movimento, motore che spinge i venti e pulisce il sole. Sotto qualunque forma, ma non gli piace considerare Django evaporato.

Prendi Walter Benjamin, pensa ora. Uno che ha speso una vita per dare voce alle cose mute può mai scomparire? Un po’ di morfina ingerita per paura che la polizia spagnola lo consegnasse ai nazisti può avere tutto questo potere? Ma andiamo, dai. Morire sì, scomparire no. Distruggiamo l’ordine del presente, disumano appesantire la morte di questo peso.

Alfio Mascalaito appoggia tutti i suoi novantacinque chili sulla sedia e si guarda intorno. Non si ricorda quando scelse per la prima volta proprio quel bar. Un giorno entrò e uscì solo per entrarci ancora nei domani a venire. Una sigaretta se la fumerebbe perdio, ma uscire un’altra volta significherebbe non rientrare più. Una volta se la sarebbe fatta al tavolo e amen. La fumata è migliore quando si è pieni. Poi però è arrivata un’altra legge.

03Alfio Mascalaito guarda. È da solo, con quel che resta di quella giornata. La vita al bar non la insegna nessuno. La si manda giù con un bicchiere una volta e poi, se non se ne ha uno di migliore, si ordina sempre quello per il resto della vita.

Si gira a guardare la stanza sul retro come se dovesse scoprire qualcosa di nuovo. Non c’è nessuno alle sue spalle. Nessuno dietro la cassa, nessuno dietro al bancone. Il proprietario incomincia a mettere le sedie capovolte sui tavoli. Poi passerà lo spazzolone sul pavimento. Tra qualche ora suo figlio riaprirà.

Alfio Mascalaito si alza con lentezza ma senza fatica.

«Notte Pascuà.»

«Notte Alfio.»

Esce. Milano è appoggiata lì fuori. Il letto del Naviglio senza il Naviglio dentro. Quasi più macchine in giro. Bottiglie di birra e cartoni di simil vino davanti all’International Phone Center. Buttano giù ogni spaccabudella i sudamericani, per questo sono così acidi. Milano non gli piace più tanto come una volta, ma non ha più il tempo per cercarsi un’altra città. Questa la mastica dal 1955, ma non l’ha ancora sputata. E non ha mai perduto la sensazione di essere uno che si trova a passare da quelle parti. È avviato verso casa. Non ha neanche più tempo per diventare bravo in qualcosa. Procede a occhi spenti. Pochi passi e girerà a sinistra in prossimità della chiesa. Non incontra nessuno per strada.

 

John

LA DOLCE VITA

04Alfio Mascalaito’s sitting at a table of a bar down Via Lodovico il Moro, before Milan turns into Corsico or becomes Buccinasco. He transpires wine by his cloche, but he’s not absolutely drunk. He contains it like a barrel. His body is what remains of neverending trainings to empty glasses without missing the pace of the legs and that of the head.  

He had different projects for himself Alfio, but a knee left him high and dry when he was twelve on the eve of a test for A.C. Milan and as for as the music, it went amiss. He’s stopped working for nearly five years, but he feels fifty years gone by. He forgets which jobs led him to the retirement, but he still goes on keeping open a space in his mind for a previous time.  

The bar is shutting within less than ten minutes. Big and little barflies already gone. That bar’s full of regular customers which, at the beggining, can make uncomfortable. Simply poor beggars, but one of that feature you can’t watch on tv, and so when you get into it’s possible you may feel uncomfortable.

To Alfio Mascalaito the moment to stare at the bottle, a corner of the tablecloth or a painting on the wall has come and it means he’s going to open himself to a revealed truth. He’s thinking about death. Not his. His doesn’t concern him so much, just five minutes in a whole life, and he’s been around for so much time to start drawing a picture now.

The others’ deat.  

He believes death is the end of nothing. Death only turns something that it’s possible to see, hear and touch into something that it’s not possible to see, hear and touch. This idea’s come into his mind after listening to a song of Bob Dylan who repeats that death is not the end. He’s not absolutely sure that the song means that but he doesn’t care. Death’s not the end of something, he thinks. It’s only the notice of a new balance on earth. The person who dies tranforms, but staying here. Only with another kind of feature. It must be this way. Death’s only a path, Alfio Mascalaito wouldn’t accept a different conclusion, far from the conjecture he’s got to.  

Let’s take Django Reinhardt, he thinks, the big head he feels stuck at the neck and the eyes like two little splits while he’s seeing but not looking an ad on La Gazzetta dello Sport. His concert at Paris in the Fifties were the symbol of the desire to have fun, the necessity to come back to life expressing joy for life and pleasure to b alive after the war. Parisians went bananas listening to his music. And he, with his personal way to play guitar, was an example about how to address to music (and therefore to life too) an hand without pinkie and ring fingr. Long hands, skinny and strong fingers, tendons which overworked. That hand was a divine gif and the music would come to light so instinctive. The greatest jazz guitarist can’t be vanished only because death came. Al right, his records remain, his history has been written in the great book ofjazz. But beyond this.  

It’s necessary to go further. We must. Django Reinhardt’s alive. Have we the courage to say that. Once one lives, it’s forever. Somewhere. In the air, as Energy in movement, engine that pusher the winds and clear the sun. Whatever the shape he’s been turned into, but he doesen’t like to consider Djago vaporised.

Let’s take Walter Benjamin, now he’s thinking. A man who spent a life t ogive voice to dumb things, can he disappear? A little bit of morphine swallowed because frightened by the prospect spanish police would deliverd him to the nazis,  may have all this power? Let’s not coking. Dying yes, vanishing not. Let’s destroy the present order, inhuman to weight death down with this burden.  Il vecchio e il bar

Alfio Mascalaito leans all his ninety-five kilos on the chair and gives a look around. He doesen’t remember when for the first time he chose precisely that bar. One day he got in and got out just to get in again in the forthcoming days.He’d smoke a cigarette for God’s sake! But getting out would mean now not to getting into anymore. At a previous time he’d have smoked at the table and amen. The best smoke is the one when you’re load. But later a new law came.

Alfio Mascalaito’s looking at. He’s all alone, in company of what remains of the day. In a bar none teaches what life is. You can only swallow it with a glass once and then, if you don’t know a better brand, you’ll always order that one for the rest of your life.  

He turn sto look at the room on the back side as if he should discover something new. None is on his back. None at the register, none at the counter. The owner starts to set overturned on the tables. Then he’ll clean the floor with the push broom. In a few hours his son will open the bar again.

Alfio Mascalaito gets up slowly but without strain.

«Night Pascuà.»

«Night Alfio.»

ArtScans CMYKHe gets out. Milan leans outside. The Naviglio riverbed without the Naviglio inside. Very few the cars around. Beer bottles and packs of “nearly wine” in the nearby of the International Phone Center. Southamericans swallow any kind of gutbuster, here’s why they’re so hateful. He doesen’t like Milan like he did once, but he’s no time left to look for another city. He’s been chewing this one since 1955 and he hasn’t split it out yet. And he never lost the sensation he’s just one who’s hanging around there. He’s going home. He’s neither no time to become good in something. He goes ahead dull eyed. Few steps and he’ll turn left close to the church. He doesn’t meet anyone all along the street.

 

John

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