Una vita dentro una canzone – 14: Chelsea Hotel # 2 (Leonard Cohen)

 

 

01

Non facevamo più neanche il letto. I pompini me li facevi coi cuscini che cadevano e le lenzuola che mi rigavano la schiena. Poi, quando mi dicevi di rimetterlo nelle mutande e la limousine continuava ad aspettarci sotto, ti mettevi a parlare e la tua voce era dolce. Ferma e dolce.

Neanche quando facevi l’amore con ventimila persone suonava così divina. Tu e il Chelsea Hotel facevate già a gara a chi fosse più leggenda. Quella era New York City. Quella eri tu, che stringevi i pugni quando c’era da metterci al tappeto. Quello ero io, con te nella stanza.

Eri oppressa dalla bellezza, ne guardavi le figure con occhi che sembravano inghiottire l’orizzonte. Esaltavi gli uomini belli e visto che alla fine tornavi a casa sempre da sola, per me facevi un’eccezione. Un sorso di Southern e un sorso di me.

E mi dicevi: «Siamo brutti, ma abbiamo la musica». E io questa cosa qua sai, mica l’ho mai creduta vera. È un sacco che te lo voglio dire e te lo dico adesso. Parla per te Janis. Non ero David Bowie d’accordo, ma ero comunque un bel figurino, altro che no.

02

Cercavamo danaro e carne, ci dicevamo vicini all’amore per i lavoratori della canzone. Così li chiamavamo. Chissà se, per chi è rimasto, le parole sono rimaste le stesse. Non lo so, Janis. A New York c’è spesso tanto vento e sono passati così tanti anni.

Perché poi tu te ne sei andata vero? Dal Chelsea Hotel e da qualunque altra stanza. La folla ti ha visto solo di spalle, e poi non ti ha visto più. E sai cosa mi è venuto in mente in questi ultimi giorni? Che tu non mi hai mai detto che avevi bisogno di me. E neppure che non avevi bisogno di me.

Sei andata via. Senza dirmi neanche una stupidaggine. Ora, non è che voglio confessarti che io invece ti amavo, che eri la luce più abbagliante, la stella più stella tra le stelle e tutte queste robe qui. Non sto più attento ai pettirossi che cadono. Però sì, una cosa te la voglio dire.

Voglio dirti che ti ricordo bene quando eravamo al Chelsea Hotel. Non sarò stato alzato per quattro giorni a scriverti una nuova Sad Eyed Lady Of The Lowlands, ma ricordo quei giorni. Di tanto in tanto ci penso. Ma neanche troppo spesso.

03

 

A LIFE WITHIN A SONG – 14: CHELSEA HOTEL # 2 (LEONARD COHEN)

04

We didn’t even make the bed anymore. You gave me head and the pillows would fall down and the sheets would line my back. Then when you’d tell me to put it back in the underpants and the limo would go on waiting for us, you used to start talking and your voice sounded sweet. Brave and sweet.

Neither when you made love with twenty-thousands it sounded so divine. You and the Chelsea Hotel already competed about who was the greatest legend. That was New York City. That was you, who clenched your fist when you decided to knock us out. That was me, with you in that room.

You were oppressed by the beauty, you watched the beauty with such an eyes that seemed to fill up the horizon. You glorified beautiful men and because of the fact you always would come back home all alone you told me that for me you would make an exception. A sip of Bourbon and a sip of me.

And you said: «We are ugly but we have the music». And this thing well, I never believed in that. It’s since a long time I want to tell it and I tell you now. Speak for yourself, Janis. Ok I didn’t look like David Bowie, but I was really cute however.

05

We were in search of the money and the flesh, we used to say we were close to the love for the workers in song. We called them this way. Who knows if who’s left uses the same words. I don’t know, Janis. A lot of wind blows in New York and so many years passed.

And then you got away, didn’t you. The Chelsea Hotel and every other room. The crowd saw you from behind and then it didn’t see you anymore. Do you know what it came to my mind in theese latest days? I remember that you never told me you needed me. And neither you didn’t need me.

You gone. Without telling me just a trifle. Now, I don’t mean to tell you I loved you instead, or that you were the most amazing light, the most shining star among the stars and all jiving around such this. I don’t pay attention to each falling robin. But just one thing I want to tell you.

I want to tell you that I remember well when we were in the Chelsea Hotel. And even if I haven’t stayed up for days in the room writing a new Sad-Eyed Lady Of The Lowlands for you, but I remember those days. Occasionally I think of it. But not that often.

06

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