Il maledetto Principe Nero

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Maledetto. Più di Céline. Più di Raymond, Villon e Poe. Nelle pagine e nella vita. E nel dopo-vita. Più che nella memoria, nell’oblio. Da schiavo editoriale per editori che lo spremettero fino a fargli scrivere più di dieci romanzi l’anno (e oltre duecento in tre decenni) a Principe Nero che, dopo la morte, di tanto in tanto viene ancora risvegliato perché c’è qualche anima irrequieta che ci annuncia che c’era una volta uno scrittore che sfidò Dio a mani nude.

André Héléna combatté la natura e la natura vinse. Lo sapeva bene anche lui, per questo tirava giù pastis, pernod e altri torcibudella nei bistrot che anche alla lontana potevano assomigliare a dei bistrot. E così si salvava. Perché dimostrava di non dare troppa importanza alla vita.

Strada obbligata quando senti che la redenzione umana è solo un ologramma e il riscatto personale o sociale una chimera verso cui siamo comunque costretti a tendere. Nella sua commedia umana non c’è traccia di vincitori. Un cadavere? Non è un mistero. Mistero è sapere com’è diventato. Tutto il resto è perfettamente normale.

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Tutto scorre no? Sopra questa terra che non smette «di essere triste e vuota, male illuminata come una stampa sbiadita». Il suo sberleffo al destino lo fece buttandosi nella scrittura con così tanta foga da sembrare che riempisse le pagine sotto la minaccia di una Luger puntata alla nuca.

Dopo però. Perché prima passava le notti negli abissi di Parigi, accanto ad assassini, ladri, derelitti, truffatori, puttane e magnaccia, disertori in fuga. Avvicinava chi era appena uscito di prigione. Poi tornava a casa, metteva su un caraffone di caffè e iniziava la sua sinfonia davanti alla macchina per scrivere. Scriveva «in diretta», disse il suo (unico?) amico Léo Malet.

La sua geografia letteraria: bistrot squallidi, marciapiedi resi lucidi da luci fredde, hotel di quart’ordine dove ogni cosa scricchiola, anche l’aria. Treni che portano da qualche parte. Partiva e spariva dentro la storia. Disturbante, in preda a una disperata rabbia per estrarre dal buio i personaggi. Tenuti per le budella e di cui mostrò al pubblico le viscere. Esponendone angosce e paure. La prima: quella di essere vivi.

Fatalista totale, sosteneva che tutto ciò che può fare un autore per i suoi personaggi è provare pietà. E lui lo fece con una narrazione tanto essenziale e secca quanto in grado di raggiungere vette di puro lirismo. Musica che prende vita dai passi, dalle fughe, dagli stupri, dai tradimenti più infami, dal crepitio minaccioso delle mitragliatrici.

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E il più potente coro da Requiem ci rimbomba nelle orecchie quando i suoi fuggitivi, ormai braccati, con la morte che diventa più di una realistica ipotesi, concedono un’ultima occhiata al circostante e si accorgono di quanto sia stata vacua la loro vita e quanto sia vuoto ora il proprio destino.

Davanti a una persona che muore l’unica constatazione possibile è che la vita continua indifferente. Il Principe Nero, anarchico in Spagna contro i falangisti, scontroso, irritante, alcolizzato, gettato sei mesi in gattabuia, partigiano contro i nazisti, spremuto per poi essere dimenticato, il primo noirista che scrisse degli abusi della polizia (così, per farsi qualche nemico in più) lo disse con qualcosa che non fu né un valzer né un tango. La scambiarono per merda. Ma era musica.

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THE CURSED BLACK PRINCE

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Cursed. More than Céline. More than Raymond, Villon and Poe. Into the pages and in life. And in the after-life. In the oblivion more than in memory. From editorial slave for publishers, who squeezed him also with more than ten novels per year (and more than two hundred during three decades) to Black Prince who, after his death, now and again some troubled soul announces us that once upon a time there was a writer who challenged God bare- handed.

André Hélénafought the nature and the nature won. He knew it so well, for this reason he would pulled down pastis, pernodand all kind of rotgut in the bistrots that seemed by far a bistrot. In this way he got saved. Because he demonstrated not to give too much importance to life.

Forced way when you feel that human redemption is just an hologram and that personal or social liberation is a fantasy toward we’re however compelled to drive ourselves. In his human comedy there’re no signs of winners. A corpse? It’s not a mystery. Mysterious is how he or she became it. All the rest is perfectly normal.

Everything flows, isn’t it? On this earth that doesn’t give up «to be sad and empty, bad lightened like a faded print.» His razz to the fate was diving in writing with such an energy to look like it filled the pages because he had a Luger planted against his head.

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But after. Because before writing he spent his nights into Parisian slums, close to killers, thieves, outcasts, cheaters, whores and pimps, skulks on the run. He would approach who was barely out of prison. Then he used to come back home, put on a big coffee pitcher and would start his symphony at the typewriter. He would write «in real time», said his (sole?) friend Léo Malet.

His literary geography: mean bistrots, shiny sidewalks by cold lights, third-orders hotels where everything keeps on creaking, even the air. Trains leaving to somewhere. He would leave and disappear inside the story. Disturbing, caught by a hopeless anger in the act of polling out from the dark his characters. Characters held by their guts whom he showed bowels to the readers. Exposing their distresses and fears. The first one: to be alive.

Totally fatalist, he asserted that the best an author can do for their characters is feeling pity. And he did it with such an essential and dry narration able to reach high zenith of pure lyricism. Music that keeps life by the paces, the gateways, the rapes, the most infamous betrayals, the menacing crackling of the machine guns.

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And the most powerful Requiem chorus rumbles in our ears when his runaways, stalked by now, with the death that now is something more than a simple realistic likelihood, give the last glance to the surrounding and realize how their life’s been hollow and how much now their fate is hollow too.

In front of someone who’s dying, the sole reflection possible is that life unresponsive goes on. The Black Prince, anarchist in Spain against Franco, surly, irritating, alcoholic, six months in a prison cell, squeezed to be forgotten in the future, partisan against nazis, the first crime-writer who wrote about the abuses made by policemen (just to have some other enemy), said it with something that didn’t sound as a waltz or a tango. It was taken for shit. But it was music.

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