Il sentiero stellato di Paolo Vites

Jeff Tweedy e Paolo Vites
Jeff Tweedy e Paolo Vites

Cosa vuol dire essere tra i massimi esperti mondiali di una tra le più importanti personalità della cultura dell’ultimo secolo? La risposta ce la potrebbe fornire Paolo Vites, anche se sarebbe lui stesso il primo a schernirsi. Però, bando alla timidezza, parliamo di un giornalista che di Bob Dylan conosce vita e miracoli più di quanto non ne conosca Dylan stesso.

Va bene Greil Marcus, e con lui Ratso Sloman, Robert Shelton, Clinton Heylin, Anthony Scaduto, ma laddove la competenza storica non teme i nomi più celebri, la prosa dà un verdetto per chi scrive inappellabile: ubi Vites, Marcus cessat.

02.

Di anni ne ho (ne abbiamo) qualcuno di troppo sulle spalle per scrivere che ho visto il futuro della critica rock e il suo nome e…, ma insomma, leggete una sua pagina e poi non dite di non avere il cuore più caldo. Oggi redattore de Il Sussidiario, Vites ha scritto per le maggiori testate musicali italiane (Il Mucchio, Jam, Outsider…) nonché quotidiani nazionali, ha collaborato per l’americana On The Tracks e pubblicato libri sui grandi del rock.

Il suo ultimo su Dylan è Uno sentiero verso le stelle del 2011, così bello e intriso di sangue da farmi tornare ad ascoltarlo in concerto dopo qualche anno di autoimposta lontananza. Da allora gli ho detto che gli devo una birra. Che (al momento) non gli ho ancora offerto.

Chi è Bob Dylan?

«Un mistero. L’unico artista rock indefinibile, sfuggente e non etichettabile. Ogni volta che pensi di aver capito qualcosa di lui, ti smentisce. E ti costringe a ributtarti da capo nella sua musica nel vano tentativo di afferrare qualcosa. Un po’ come la vita no? Per questo non mi stanca mai.»

Ti ricordi come ti “sequestrò”?

«Sì, l’ho raccontato molte volte anche nei miei libri, ma mi diverte sempre farlo. Una sera dei primi mesi del 1976 i miei genitori avevano ospiti in casa, così andai in cucina a guardare la tv. Girai su uno dei due canali allora disponibili, il secondo, c’era una trasmissione musicale. Mandarono in onda Bob Dylan che cantava Hurricane, dal tributo tv a John Hammond trasmesso negli Stati Uniti a fine 1975. Non sapevo chi era, ma rimasi a bocca aperta e trafitto. Quella voce. Quegli occhi che lanciavano saette. Quella giacca di pelle nera. Quella rabbia. Tutte cose che non avevo mai sentito in nessun disco dei miei fratelli maggiori o alla radio italiana. Da quella sera la mia missione fu scoprire tutto quello che quel cantante aveva fatto, e non ho ancora smesso.»

Cosa ne pensi dei suoi ultimi tour a scaletta bloccata? E di Dylan on stage oggi?

«Ho ricominciato ad apprezzare Dylan dal vivo solo negli ultimi tre anni, in particolare l’ultimo tour di cui ho visto le tre serate agli Arcimboldi lo scorso anno. Per molto tempo, diciamo dal 2004 al 2009, Dylan era diventato per me inaccostabile dal vivo: canzoni cantate svogliatamente, arrangiamenti sempre identici e banali, una band di zombie ad accompagnarlo. Poi si è risvegliato improvvisamente, rimettendo fuoco nelle sue esibizioni, specie quando canta da solo al microfono senza strumenti. La voce è rovinata dall’età, ma riesce a tirare fuori un urlo esistenziale, quel “barbarico YAWP” che aveva individuato Walt Whitman, che è straordinariamente affascinante. Le scalette “bloccate” ci stanno, vista l’età non può più sperimentare come una volta, ma è ottima la scelta di fare così tante canzoni dell’ultimo splendido disco e qualche sorpresa salta sempre fuori, come fece a Milano.»

03. rolling thunder fanzine

Cosa ti spinse a pubblicare Rolling Thunder, la fanzine dedicata a Dylan?

«Una pazzia. Ai tempi, vale sempre la pena ricordarselo, non esisteva internet. A un concerto di Neil Young nel dicembre 1989 a Milano vidi dei ragazzi che pubblicizzavano Wooden Nickel, una fanzine su CSN&Y e rimasi colpito che si potesse fare una cosa così interessante e ben fatta in Italia. Chiesi loro consiglio: ma secondo voi una fanzine su Bob Dylan in Italia potrebbe interessare? Mi dissero di sì, ahimè. Quello che ci animava ai tempi era recuperare quanto più informazioni possibili sui nostri eroi, dato che i quotidiani ne passavano zero. Addirittura in Inghilterra esisteva una hotline telefonica che dava 24 ore su 24 informazioni sull’attività di Dylan. Divertentissimo, peccato che presto casa mia divenne l’equivalente: gente che mi telefonava alle due di notte per sapere la sera dopo dove Dylan avrebbe suonato…»

Che esperienza è stata?

«Educativa, direi, mi fece capire che potevo scrivere di musica. Meno dal punto di vista dei rapporti: il mondo dei fan anche di Dylan purtroppo si rivelò simile a quello degli ultras del calcio. Liti, invidie, gelosie, io ne so più di te, io ho visto più concerti di te eccetera. Triste.»

Qualcosa di paragonabile con il tuo blog Red River Shore?

«No, il blog è tutt’altro. Lì ci scrivo veri articoli o riflessioni mie personali che non c’entrano nulla con la musica.»

04. 45 elvis presley

Qual è stato il vero big bang del rock?

«Il 5 e 6 luglio 1954, quando Elvis registrò il 45 giri That’s all right, di Arthur Big Boy Crudup, negli studi Sun di Memphis.»

USA-UK: quali i tratti che hanno distinto queste due parti del globo dal punto di vista musicale?

«Discorso lungo e complesso. È vero che sono stati gli inglesi a riscoprire e riportare alla ribalta il blues americano, da John Mayall in giù, così come è vero quanto disse uno scrittore una volta, che gli inglesi nei loro momenti migliori sono stati degli “americani immaginari”, riferendosi a Beatles, Stones e Clash, che hanno fatto dei dischi più americani degli americani. Gli inglesi però hanno sempre guardato maggiormente al pop, inteso come musica nobile, non la spazzatura di oggi, mettendo nella loro musica influenze più variegate di quanto abbiano mai fatto gli americani, Beach Boys esclusi forse.»

Di quanto bisogna correre indietro per trovare l’ultimo album che ha scritto la storia della musica contemporanea?

«Eh domanda cattiva… Dico sempre che l’ultimo grande disco rock è uscito il 14 dicembre 1979… Lascio dire a te che disco sia.. (due tentativi sbagliati in privato: Slow Train Coming di Dylan e The Wall dei Pink Floyd. Per pietà Vites mi ha dato la risposta. Voi andatevelo a cercare, nda).»

Alla fin fine parliamo quasi sempre più dei musicisti che hanno fatto la storia del rock più dei nuovi nomi. È perché sono invecchiati i cosiddetti audiofili, come vengono chiamati oggi gli appassionati di musica che acquistano dischi, o perché di ciccia in giro non ce n’è molta?

«Direi la seconda, perché ai concerti dei grandi vecchi e non solo si vedono sempre molti giovani e giovanissimi.»

È ancora vero che la musica fa restare giovani?

«Dipende da cosa si intende per giovani. Se è nell’accezione di Forever Young di Dylan, cioè avere sempre un cuore aperto alla bellezza e al fascino dell’ignoto, direi di sì.»

Pensavamo che la musica avrebbe salvato noi e il mondo. Eravamo fessi, poeti, ingenui o cazzari?

«Anche qui discorso complesso. Ho sempre pensato che la musica non abbia cambiato nulla di quanto riguarda la società e il mondo. La musica ha raccontato in tempo reale quello che stava succedendo, amplificandolo e portandolo a tutti, ma le minigonne, le droghe, il sesso libero, le marce per la pace ci sarebbero state lo stesso. Credo sia più vero il contrario, che il mondo abbia influenzato e cambiato la musica.»

Fu una canzone o un artista a farti decidere che avresti vissuto di musicisti, dischi e concerti raccontati?

«Non ho mai pensato consapevolmente che scrivere di musica diventasse il mio lavoro, è semplicemente successo per una serie di circostanze. Anche perché dal punto di vista professionale l’ho fatto solo dal 1996 al 2009, quando lavoravo a tempo pieno alla redazione della rivista Jam. Oggi scrivo di tutto, dalla politica all’economia, dalla cronaca nera a quella rosa. Comunque fu Dylan e la sua Hurricane a mettermi voglia di scrivere di musica, come ho detto prima.»

Quando hai iniziato la tua professione, quali immaginavi fossero le qualità, le leggi basiche da cui non ci si poteva allontanare per fare bene questo mestiere?

«Semplicemente raccontare i fatti il più onestamente possibile. E anche nel dare opinioni personali, cercare sempre di non sentirsi “più dotati” del lettore, ma condividere con lui quello che io scoprivo nel mio lavoro. Condivisione e onestà, credo si possa dire.»

E una volta che dentro c’eri?

«Mah, ho visto tanta impreparazione e pressapochismo. Giustificate solo dalla povertà economica dell’editoria italiana, che paga pochissimo o non paga per niente, per cui si fa scrivere chiunque, gli impreparati soprattutto. Ho visto anche un cinismo estremo e invidie e gelosie allucinanti, gente pronta ad accoltellarti alla schiena alla prima possibilità, gente senza scrupoli e senza pietà. Per sdrammatizzare un po’: gente che si sarebbe venduta la madre per avere il disco finito e non solo il promo, altrimenti non avrebbe fatto la recensione. Oggi che i dischi non te li danno neanche più perché ti danno solo il link per l’ascolto in streaming, mi domando dove sia finita quella gente, si sarà suicidata. Nello scrivere una recensione mi sono sempre posto questa domanda: sto per mandare una persona in un negozio a spendere dei soldi, non posso lasciare che il mio entusiasmo di parte o qualche favoritismo faccia spendere dei soldi per un disco che non li merita. Devo essere onesto, pensare a quanti soldi ho speso per colpa di recensioni che non erano oneste, ma solo l’eccitazione di un fan o peggio il favore a un artista o a una casa discografica. I soldi sono importanti, ma molti colleghi spesso e volentieri se ne sono infischiati di questa regola.»

Com’è cambiata la professione di cronista musicale?

«Non credo esista più. Internet l’ha uccisa come ha ucciso tante cose. Oggi chiunque può scrivere e dire la sua, pensando di saperne di più del cronista, e a volte è così. Ma il problema per me non è saperne di più, tipo quale era il colore della copertina di quel 45 giri uscito nel 1967, ma saper raccontare perché quella copertina aveva quel colore. Nozionismo da Wikipedia ha sostituito la capacità di saper raccontare.»

Perché un ragazzo oggi farebbe ancora bene (ammesso e non concesso che…) informarsi seguendo la critica musicale?

«Greil Marcus nei primi anni duemila mi diceva che la recensione musicale era una forma morta da più di vent’anni, dicendo che oggi a nessuno interessa più leggere una recensione. È verissimo. Internet oggi permette a chiunque nel giro di pochi minuti di farsi una sua opinione su un disco, per cui perché dovrei leggere cosa ne pensa Paolo Vites? Ai miei tempi pre internet, quando avevo pochi soldi e non potevo permettermi molti acquisti musicali, leggevo le riviste musicali con avidità, ogni singola recensione, per farmi una idea di come fossero i dischi. Riuscivo a ricostruirne la musica senza averli ascoltati, era una necessità e ne ero soddisfatto. Oggi la musica è disponibile a tutti e quasi sempre gratis.»

La data in cui verrà stampato l’ultimo disco?

«È già stato stampato.»

05. Paul McCartney

Il pezzo che hai scritto per il quale è valsa la pena scrivere di musica?

«Quasi tutti credo, mi sono sempre divertito con poche eccezioni e ho imparato molte cose. Sono molto soddisfatto di un lungo articolo che scrissi anni fa su Astral Weeks di Van Morrison e anche di uno sulla scena di New York degli anni ’70. Ma ovviamente sono state le interviste le cose più belle. Conoscere di persona e passare delle mezz’ore con Robbie Robertson, Joe Strummer, Patti Smith, Gregg Allman… wow non mi sembra neanche vero. Ovviamente vincono i quindici minuti al telefono con Paul McCartney, il massimo della mia carriera professionale vista la caratura del personaggio. Non dormii per l’agitazione la notte prima, lui invece fu squisito e gentilissimo, mettendosi anche a cantare al telefono.»

Qual è stato il primo album che hai comprato?

«Come ho accennato prima, Desire, nel giugno 1976, alla Standa di Chiavari, prezzo 5.000 lire, soldini regalati per la mia promozione all’esame di terza media. Ricordo che la commessa non capiva che disco fosse con mia grande disperazione fino a quando lo trovammo negli scaffali. Al che lei mormorò con aria saccente: “Aah, Desiré”, alla francese.»

Padre, Figlio e Spirito Santo del rock by Vites.

«Elvis, Bob Dylan e Johnny Cash.»

06. blondeonblonde

Un extraterrestre plana in casa tua. Capisci che non ha intenzioni bellicose, anche perché ti chiede se hai una birra. Bevete insieme. Che disco gli fai ascoltare?

«Blonde on Blonde di Bob Dylan, il più bel disco della storia del rock. C’è dentro tutto.»

La canzone con la quale ringrazi i tuoi genitori perché quel giorno non guardarono la televisione.

«Bella domanda davvero, non me l’ero mai fatta. I miei guardavano poco la televisione comunque. Di loro ho però questo ricordo che mi ha fatto sempre sorridere, il giorno della morte di Elvis. Sentimmo la notizia alla radio quel pomeriggio di agosto del 1977, mia madre si commosse e commentò quasi in lacrime: anche lui! Mio padre invece disse: la fine che fanno tutti quei drogati. Due modi di vedere il rock’n’roll…»

 

PAOLO VITES STAR-SPANGLED PATH

Rick Danko and Paolo Vites
Rick Danko and Paolo Vites

What’s being one of the highest International specialists about one of the most important personality of the latest century culture like? Paolo Vites could give us the answer, but he’d be the first to mock himself. By the why, we’re talking of a journalist who knows life and miracles of Bob Dylan more than Dylan knows about himself.

Al right Greil Marcus, with the company of Ratso Sloman, Robert Shelton, Clinton Heylin, Anthony Scaduto, but where his historic expertise is not afraid of the most famous names, the prose doesn’t let a contrary verdict: ubi Vites, Marcus cessat.

I’ve collected too many years (and Vites as well I guess) to write now “I saw the future of rock journalism and its name is…”, but do read one of his pages and then tell me if your heart got warmer or not. Now journalist for Il Sussidiario, in the past Vites wrote for the best italian music headlines (Il Mucchio, Jam…) and national newspapers, collaborated for the US media On The Tracks and published books about the best names of rock.

His latest book on Dylan, Uno sentiero verso le stelle (2011) it’s so beautiful and blood soaked that made me come back to Dylan’s concerts after some years of self-isolation from his gigs. From then on I told Paolo I had to offer him a bier. Not offered ’till now.

Who’s Bob Dylan?

«A mystery. The sole rock artist impossible to be defined, fleeing, impossible to put a label on. Every time you guess you’ve understood something about him, he retracts you. He obliges you to dive into his music once again in the vain attempt to try to recapture something. Something like life, isn’t it? For this reason I’m never tired of him.»

Do you remember how he “kidnapped” you?

«Yes, I’ve told a lot of times, also on my books, but I always get fun repeating it. On an evening at the beginning of 1976, my parents had invited some hosts at home and so I got in the kitchen to watch tv. At that time we had only two channels and on the second one I watched Bob Dylan singing Hurricane. It was a tribute to John Hammond broadcast in the States at the end of 1975. I didn’t know who he was, but I got gaped and shocked. That voice. Those eyes that threw flash of lightings. That black leather jacket. That anger. I had never listened to all those things in my elder brothers records or from the Italian radio. From that evening on my mission was to discover everything that singer had done and I haven’t stopped yet.»

What do you think about his recent tours with blocked setlist? And about Dylan on stage?

«I began to appreciate Dylan on stage only in these last three years, in particular the last tour about whom I attended his three gigs at the Arcimboldi Theatre in Milan last year. According to me for a lot of time, let’s say from 2004 up to 2009, Dylan had become unapproachable on stage: songs played unwilling, arrangement always unchangeable and trivial; a zombie band that played with him. Out of the blue he woke up firing up his shows, above all when he sings solo with no instruments at the mic. His voice’s been destroyed by the age but he still succeeds in taking out an existential howl, that “barbaric YAWP” that Walt Whitman characterized and that it’s so fascinating. The blocked setlists can be accepted because, on account of his age, he can’t test as he did once, but the choice to play so many Tempest tracks is excellent and some surprise always comes out just like he did in Milan.»

What brought you to publish Rolling Thunder, the Italian fanzine devoted to him?

«A folly, a madness. At those time, it’s worthwhile to remember it, internet didn’t exist. During a concert of Neil Young, on Dec. 1989 at Milan, I saw some guys promoting Wooden Nickel, a fanzine on CSN&Y and I was surprised that a thing like that, so interesting and well done, could be possible in Italy. I asked them for an advice: what about if I did the same on Bob Dylan in Italy? Dear me, they said that it would be interesting. At that time we were touched by the urgencies to regain all the news we could on our heroes, considering that nothing passed through the newspapers. Seriously in England there was a phone hotline that 24 hours a day would give infos on what Dylan would do. It was really funny, but very soon my home became the same of that hotline: people would phone me in the middle of the night just to know where Dylan would play next night…»

What kind of experience was it?

«I’d define it edifying. It made me understand that I could write about music. Less enlightening as far as relationships are concerned. Unfortunately the world of Dylan fans revealed alike football ultras one. Quarrels, envies, jealousies, I know much more than you, I watched more concerts than you, etcetera. So sad…»

Something comparable to your Red River Shore blog?

«No, the blog is another kind of world. There I write real articles or my personal reflections that have nothing to do with music.»

When happened the real big bang in rock history?

«On 5th and 6th of July 1954, when Elvis recorded45 rpm That’s all right, a song of Arthur Big Boy Crudup, at the Sun Studios in Memphis.»

USA-UK: which features distinguished these two sides of the globe as far as music is concerned?

«It’s a long and problematic matter. It’s true that the english they were the ones first to revalue and bringing the american blues to the fore, starting from John Mayall, as it’s true what a writer said once: in their best moments the english have been “imaginary americans”. He referred to the Beatles, the Stones and the Clash, who recorded records more american than the Americans themselves. However the english looked more at pop, considered as a noble music not the rubbish of today, inserting in their music multi-colored influences more than the Americans did, maybe except for Beach Boys.»

08. London_Calling

How long have we to run back to find the album that can be considered the last that wrote history of contemporary music?

«Well, very hard question… I always answer saying that the great last rock one came out 14th Dec, 1979… I leave you the task to pick it out… (two wrong attempts in private: Slow Train Coming by Dylan and The Wall by Pink Floyd. Having pity on me, Vites gave me the answer. Go to find what it was, tn).»

At the end we almost always talk more about musicians who made history of rock than the young ones. Is it because the audience got old or the reason is that there’s no so much great stuff around?

«I’d choose the second one because at the gigs of the great old ones, and not only theirs, we notice lots of young and very young guys.»

Is it still true that music keeps young?

«It depends on what you mean with “young”. If you take the meaning of Dylan’s Forever Young , that is being open-hearted to the beauty and the charm of the unknown, I’d say yes»

We thought that music could save us and the world. Were we foolish, poets, naives or jesters?

«Still a thorny matter. I’ve always thought that music hasn’t changed a lot society and the world. Music described in real time what was happening, being an amplification factor of reality and bringing it to everybody, but we would have miniskirts, drugs, free sex, peace parades the same without it. I think it’s more true the contrary: the world influenced music.»

Was it a song or an artist to let you decide that you would have lived among musicians, gigs and records?

«I never really thought that writing about music would become my job, it simply happened. By a professional point of view I did it only from 1996 to 2009, when I worked all day within the editorial staff of Jam. Today I write about everything: politic, economy, crime news, society news. It was Dylan and his Hurricane to give me the desire to write about music, as I said before.»

When you started with your profession what did you imagine were the qualities, the elemental rules from which you couldn’t separate to work in a right way?

«Simply telling the facts the most honestly possible. And even, when you had to give your personal opinions, always trying not to consider me more gifted than the reader but sharing with him what I discovered with my work. Sharing and honesty, I guess they’re the right words.»

And now from the inside?

«Well, I notice al lot of lack of preparation and sloppiness. Due to the economic poverty of the italian publishing industry that pays so low or pays nothing and for that lets everyone writing, above all those who have no preparation at all. I’ve seen an extreme cynicism and shocking envies and jealousies, people ready to stab at your shoulders, people so unscrupulous and pitiless. Just to minimize a little: people ready to sell own mother to catch the definitive record and not only the promo because “no record no review”. Today by the fact that the record companies give only the link for a streaming listening of the record I wonder where they’ve gone. Maybe they committed suicide. Writing a review I always thought of this: I can persuade someone to go to a record shop to spend money and I can’t let my enthusiasm or a kind of partiality make him or her spend money for something that’s not worthwhile. I must be honest, I must think of how much money I wasted on account of not honest reviews, wrote only by the excitement of a fan or, worse, a favour for an artist or a company. Money is important, but often a lot of colleagues they don’t give a damn about this rule.»

How changed the music critic profession?

«I don’t think it exists anymore. Internet killed it just as killed so many other things. Today everyone can write or express an opinion thinking he or she knows more than a music critic, and sometime it’s true. According to me the problem’s not who knows more than who but , for example what was the color of the racket of that 45 rpm out on sale on 1967, but to be able to tell why that jacket was made of that color. Wikipedia superficial factual knowledge has replaced the ability of telling and narrating.»

Why a kid now should research following music critics?

«At the beginning of this century Greil Marcus told me that music review was a dead form for more than twenty years adding that today no one gets interest in reading a music review. It’s so true. Now Internet lets everyone to have an opinion on a record in a very few minutes and so why should I read what Paolo Vites thinks of this or that? When I was young, and therefore in the pre Internet era, when I got so little money and I couldn’t afford to buy what I wanted, I used to read music magazines with a big thirst, each little review, to make me an idea about records. I succeeded in reconstruct their music without listening to them and I got satisfaction. Today music is available to everyone and nearly always for free.»

The when the last record will be printed.

«Already been printed.»

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The article you wrote which gave you the idea it was worthwhile choosing this job.

«Nearly all I guess, I’ve always got fun with so little exceptions and I’ve learnt so many things. I’m very satisfied of a long piece I wrote so many years ago about Van Morrison’s Astral Weeks and of another one on New York scene during the Seventies. Obviously the interviews have been the best moments. Knowing personally and spending hours with Robbie Robertson, Joe Strummer, Patti Smith, Gregg Allman… wow it seems me untrue just now. But at the top of the top there’s a 15’ telephone call to Paul McCartney, the highest level of my professional career, as far as the profile of the character is concerned. I didn’t sleep at all the night before, he was exquisite and so gentle, and even got on singing at the telephone.»

Which was the first record you bought?

«Desire, June 1976, at a department store in Chiavari called Standa, it cost 5.000 lire, money donated to me because I passed my years at school. I remember that the clerk, a woman, didn’t understand the record I wanted until we found it on a shelf. At that moment she grumbled smart aleck: “Oh, Desiré”, in the french way.»

johnny cash

Father, Son and Holy Ghost of rock by Vites

«Elvis, Bob Dylan and Johnny Cash.»

An alien lands in your house. You realize he’s not a danger because he asks if you want to drink a beer. You drink all together. Which record you put on?

«Blonde on Blonde by Bob Dylan, the most beautiful record in rock history. There’s everything inside.»

The song with which you tank your mother and your father for not watching television that day.

«Good question, indeed. I never thought about that. However my parents watched television very little. I’ve this particular memory of them, that always made me smile. The day Elvis died we heard the news on the radio, it was afternoon, august 1977. My mother was very touched and commented nearly to tears: “Even him!”. My father instead said: “This is the end for those drug-addicted!”. Two ways to see rock’n’roll…»

11. elvis death

 

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