Carlo Donati American Supermarket

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Amare a tal punto l’America e poi andarci per respirarla con dolcezza, si potrebbe dire parafrasando Faber. Al punto di acquistare casa a Manhattan, a due passi da dove abitava John Lennon. La sua liaison con gli States Carlo Donati inizia a cucirla ai tempi del liceo, quando nella sua vita irrompono Jim Morrison e Allen Ginsberg. Anche se a 13 anni, quando mise sul piatto per la prima volta il vinile di Some Girls degli Stones, ancora non sapeva che quello sarebbe stato il momento che avrebbe influenzato profondamente la sua visione del mondo. Se incontri Mick Jagger e lo lasci entrare nelle vene, non è che poi il tipo non faccia i suoi “danni”.

Architetto, una moglie, Silvia, giornalista, sposata nella strip di Las Vegas, da cui ha avuto Alessandro, un figlio che oggi ha nove anni, Donati fa una prima conoscenza professionale con gli States come consulente responsabile per l’architettura del gruppo Versace a New York, poi torna a Milano e apre il suo studio. Oggi si occupa di una marea di cose, tra cui la direzione artistica di una serie di società per cui realizza lavori a Parigi, Londra, Tokyo e Seul. E le sue produzioni fanno bella mostra sulle più autorevoli riviste del settore e su numerosi volumi in tutto il mondo.

Da qualche tempo sul suo sito (carlodonati.it) coltiva la sua personale divulgazione della cultura US con appassionate e seducenti postcard. Mr Jagger e la musica dei british Stones non smettono di caricarlo, ma quelle cartoline ci fanno compagnia come brevi racconti di un’America che non ha mai smesso di abitare le nostre più libere visioni.

Cosa resta oggi dell’idea di America per chi questa terra ha iniziato a conoscerla e amarla fin dai tempi d’oro di molte delle sue espressioni artistiche?

«Resta sempre l’idea di sfida, mettersi in gioco per farcela, affermarsi con i propri mezzi. Insieme al presupposto che il successo venga riconosciuto e apprezzato. Un sentimento semplice, forse naïf, ma di grande forza. Da noi invece il successo si tende a non perdonarlo.»

Quali le voci di quel mondo che a tuo parere più di altre hanno segnato un’epoca uscendo anche dai confini prettamente US?

«Una quantità: Dylan, Kerouac, Brando, Miles Davis, Jim Morrison (!)… Te ne dico tre, una voce per genere: Elvis Presley perché ha influenzato generazioni di musicisti in tutto il mondo, grande presenza scenica; Andy Warhol, che ha cambiato il modo di intendere l’arte, resta il miglior interprete della cultura pop americana, Stanley Kubrick, probabilmente il più grande regista di sempre, certamente il più eclettico.»

Sheep Meadow, NYC
Sheep Meadow, NYC

Qual è il tuo paesaggio americano?

«Ti scatto alcune polaroid: I mall di David Byrne in True stories, il deserto di Wenders in Paris, Texas, la Brooklyn di Spike Lee ma anche la Manhattan dolente della voragine post 9-11 de La 25ª ora, la strip di Las Vegas di Venturi. Amo la vecchia strip di Las Vegas, sono andato lì a sposarmi. Poi molti scatti newyorkesi: la mia 71 west a Manhattan da Riverside a Central Park. Il castello Dorilton, le brownstone con i bow-window, i Deli all’angolo open 24h. C’è un punto preciso a Sheep Meadow, il grande prato di Central Park, dove guardi lo skyline a sud e vedi scorrere un secolo di architettura americana. Dal French Reinassance del Plaza agli ziggurat e i tetti dorati dei grattacieli déco, le linee moderniste del Solow, il timpano post modern dell’At&T di Philip Johnson, fino alle linee spezzate dell’Hearst di Foster.»

Tra tutto il melting pot che anche nel tuo campo d’elezione gli americani hanno saputo creare, si può identificare uno stile architettonico più born in the Usa degli altri?

«Il tratto che distingue l’architettura americana a New York è il grattacielo déco. È la sua cifra più precisa. Dopo i palazzi in stile eclettico del primo ’900, lo zoning act del 1916 vincola lo sviluppo in altezza dei nuovi edifici alla realizzazione di arretramenti a terrazza per consentire alla luce di penetrare ai piani bassi. Nascono così i grattacieli a ziggurat dalle forme eleganti, con le decorazioni e i coronamenti geometrici, i ricercati rivestimenti in metallo cromato e ottone. Il Chrysler, l’Empire, il Rockfeller Center, ma anche i residenziali Majestic e Eldorado con affaccio sul parco. Sono loro che rendono inconfondibile Manhattan.»

Rothko, Hopper, Pollock, Warhol, come dire: l’astratto, il figurativo e la serialità. Chi ancora oggi mostra il suo respiro più “da terzo millennio”?

«Ho amato Hopper, per me rappresenta la quintessenza del paesaggio e della luce statunitense, struggente, desolato. Warhol ha rivoluzionato il modo di fare arte. Artisti diversissimi tra loro ma che potevano essere solo “americani”. La scorsa estate sono stato alla casa studio di Pollock a Long Island. Ti sembra di vederlo ancora lì a colare i suoi smalti da imbianchino sul pavimento con i suoi dischi jazz, fantastico. Ma tutti e tre sono legati a un momento preciso della storia dell’arte, credo che invece Rothko sia senza tempo, sempre diverso, profondo, eterno.»

«Non sono americano, sono newyorchese», era solito dire Willy De Ville. Conosci New York molto bene, vi abiti per parte dell’anno, quindi: perché un newyorchese può non dirsi americano?

«Be’, come dargli torto, è esattamente così. L’America conserva un animo fondamentalmente conservatore e tradizionalista, pieno di fascino ma lontanissimo da NY. Questa città io la chiamo l’astronave. Un’arca di Noè con il mondo a bordo in missione speciale. NY è l’unica vera metropoli multietnica. Per dire, a Londra hai sempre la sensazione di trovarti in Inghilterra, a Parigi sei in Francia, a New York non sei in America. Del resto se pensiamo ad alcuni illustri newyorkesi, Warhol era polacco, Rothko russo, Mies Van Der Rohe tedesco, De Niro italiano… Certo iper-competitiva, classista, sempre più inaccessibile, ma la scossa che provi a NY è unica. Entri subito in circolo, ti senti newyorkese dalle prime parole che scambi al primo bar in cui metti piede ed è una sensazione che non provi in nessun altro posto al mondo.»

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Vivi a due passi da dove l’8 dicembre 1980 uccisero John Lennon. Se mai passi per il Dakota Building quando torni a casa ci scappa ancora l’occhio all’entrata?

« Appena arrivo a casa mollo le valigie e volo al parco. Entro a Strawberry Fields sulla 72 sotto il Dakota. Il Dakota è un simbolo, un castello che conserva un certo fascino sinistro. Rosemary’s Baby è stato girato lì. Quale migliore set per celebrare la nascita del figlio del demonio? Lo spirito ribelle di Lennon ti segue dalle finestre e ti accompagna nel parco.»

Nelle tue postcard dedichi uno sguardo oserei dire commosso a quelle grandi, se non addirittura immense, costruzioni architettoniche che spesso spezzano strade che sembrano non avere fine. Lo stile Googie o architettura Googie. Cosa ti comunicano?

«Googie style è libertà sfrontata, coraggio, divertimento. Una sintesi tra la pragmaticità commerciale americana e la libertà espressiva che prende il modernismo e lo trasforma in un mondo supersonico e colorato senza regole. Venturi è stato rivoluzionario nel dare per primo dignità orgoglio e credito intellettuale allo sprawl (l’architettura spontanea, non progettata, nda) e alle insegne di Las Vegas.»

Qual è il regista o il musicista che più di ogni altro sconfina nel campo dell’architettura?

«Parlando di Googie e dell’architettura on the road direi Tarantino. Ho trovato molto interessante la lettura pop comic con i colori primari di Dick Tracy di Warren Beatty. Se devo indicarne uno dico Tim Burton, che è anche il regista preferito di mio figlio Alex. Ti porta in un mondo visionario, fiabesco, assolutamente americano. Le villette pastello del paese conformista dove Edward ritaglia con le sue mani di forbice alberi-scultura sono magnifiche, com’è anche imperdibile la Gotham City del suo Batman.»

Ogni tanto ho l’impressione che la gente nasca nel posto sbagliato. Prendiamo Mick Jagger. Sarà anche nato a Londra, ma mi sa tanto di americano mancato. Che idea ti sei fatto?

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«Jagger è una figura complessa, per me l’icona rock più potente di sempre, insieme a Presley. Infinitamente innamorato di se stesso, ego incontenibile. Ma del resto, dico io, ma come fai a contenerlo ’sto ego se ti chiami Mick Jagger? Credo avrebbe venduto l’anima per essere un cantante nero della Louisiana ma in fondo immagino non gli dispiaccia essere diventato il più grande interprete bianco di blues della storia. Sempre conciliando la vita da rock star con un aplomb very british.»

Lo stesso vale per Keith Richards?

«No Keith invece è only rock ‘n’ roll. Lui sì a suo agio con la sua chitarra on the road of the U.S. Se hai letto il suo Life, non puoi non volergli bene.»

Riprendendo una frase di Freak Antoni per cui talvolta il fumo è meglio dell’arrosto, quando negli States il packaging è risultato migliore del sugo che ha contenuto?

«Premesso che Freak Antoni e la sua lucida follia ci mancano molto, nessuna città al mondo ha fatto meglio di Las Vegas in termini di packaging in rapporto al contenuto. Penso anche a Jeff Koons che in tema di confezioni se ne intende.»

New York, Londra, Berlino, Barcellona: dove sta di casa oggi il fermento creativo?

«In Europa forse ancora Londra, ma ormai si sta spostando decisamente a est: a Mumbai, a Shangai. Il fermento creativo di New York si sta allontanando progressivamente da Manhattan, che sta diventando una città di élite che espelle man mano le avanguardie. Dopo Soho anche Il Meat District e Chelsea sono stati “manhattanizzati”, ora è il turno del lower east, l’ultima frontiera. Negli anni ’70 quando Lou Reed, David Byrne e i Ramones si esibivano al CBGB’s, Keith Richards ricorda che si udivano di frequente spari dalle finestre.»

So che ami la letteratura di Philip Roth. Ci vuole uno sguardo ebraico per guardare alle cose con il distacco necessario per definirle più lucidamente?

«Di certo il punto di osservazione ebraico è interessante, forse perché parte compresso e imprigionato da regole e si trascina i guilty trips per tutta la vita, poi viene fuori con grande lucidità e trasgressione in Roth ma penso anche all’ironia sottile di Woody Allen.»

Che ne pensi dell’operato di Obama?

«Obama è una rock star: postura, physique, voce. Ci sta provando, cito su tutto la riforma sanitaria. L’America aveva bisogno di un presidente come lui.»

 Mi dai una definizione degli States?

«In una parola, anzi in un numero: il ’900. Non so quanto incideranno negli anni 2000 ma nel secolo scorso hanno partorito in ordine sparso: il jazz, il blues, il rock ‘n’ roll, la cultura on the road, la beat generation, il grande cinema, le avanguardie artistiche dall’espressionismo astratto al minimalismo alla pop art. È nato lì il grattacielo, poi anche le Cadillac e i supereroi della Marvel. Mi pare abbastanza.»

CARLO DONATI AMERICAN SUPERMARKET

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Loving so much America and going there to breathe it with delicacy, we could say just paraphrasing the italian musician Fabrizio De André. And choosing to buy an apartment near where John Lennon lived. Carlo Donati begins to create his liaison with United States during the high-school years, when Jim Morrison and Allen Ginsberg burst into his life. Even if, when he is 13, playing for the first time the vynil of Rolling Stones’ Some Girls he doesn’t know yet that this is the moment that will deeply change his vision of the world. If you meet Mick Jagger and let him get into your veins, then you can’t ask the dude not to do great harm.   

Architect; a wife, Silvia, journalist, married at Las Vegas strip; a son, Alessandro, today nine year old, Donati’s first professional experience in the States is working as supervisor consultant for architecture of  Versace group in New York, then he comes back to Milan and starts up a studio. Today he deals with a lot of stuff, among them the artistic direction of a series of companies for whom he realizes works at Paris, London, Tokyo and Seul. His outputs make the best impression on the most celebrated magazines of his branch and on a lot of volumes all over the world.

For some time on his website (carlodonati.it) he’s been nurturing his personal publishing of US culture with passionate and attractive postcards. Mr Jagger and the music of the british Stones don’t cease to give him strenght, but those postcards keep company as short stories of an America that never stopped to dwell our freer visions.  

What remains today about the idea of America for the ones who began to know and love this land since the golden age of some of its artistic expressions?

«It always remains the idea of the challenge, to put on the line to come through, to win with own means. Concurrently the premise that the success is appreciated and admired. A simple feeling, maybe naïf, but so strong at the same time. Here on the contrary we’re inclined not to forgive it.»

According to you, which of the voices of US universe stressed more than others an era leaving home boundaries?

«A whole bunch: Dylan, Kerouac, Brando, Miles Davis, Jim Morrison (!)… I want to quote three names, just one for genre: Elvis Presley, because he influenced generations of musicians all over the world, a great presence on the stage; Andy Warhol, who changed the way to interpret art, he’s still the best interpreter of American pop culture; Stanley Kubrick, maybe the greatest ever movie director, for sure the most eclectic one.»

Las Vegas
Las Vegas

Which is your american landscape?

«I shoot you some polaroids: the malls in David Byrne’s True stories, the desert in Wenders’ Paris, Texas, Spike Lee’s Brooklyn, but also the mourning Manhattan of the tragedy post 9-11 in 25th Hour, Venturi’s Las Vegas strip. I love the old strip in Las Vegas, I got married there. Than a lot of newyorker shots: my 71 west in Manhattan from Riverside to Central Park. Dorilton castle, the brownstone with bow-window, the Deli at the corners open 24h. There’s a precise point at Sheep Meadow, the great lawn in Central Park, where you look at the south skyline and watch a century of american architecture flowing by. From the French Reinassance of  Plaza to the ziggurat and the golden roofs of déco skyscrapers, the modernist lines of Solow, the post modern tympanum of Philip Johnson’s At&T, to the broken lines of Foster’s Hearst.»

Among the melting pot that the americans created in your job, is it possible to identify an architectonic style more born in the Usa than others?

«The feature that marks american architecture in New York is déco skyscraper. That’s its most exact code. After the multifaceted style palaces at the beginning of the ‘900, the 1916 zoning act limits the development in height of the new buildingsto fulfil recessed floors terracing which let the light penetrate into lower floors. Here it is ziggurat skyscrapers, with their elegant shapes, with decorations and geometric  crownings, the refined covering in chrome-plated metal and brass. The Chrysler, the Empire, the Rockfeller Center, but also the residential Majestic e Eldorado that look out onto the park. They’re the ones that make Manhattan unique.»

Rothko, Hopper, Pollock, Warhol, just to say: the abstract, the figurative, the serial. Which of them nowadays shows a third millennium breath?

«I’ve loved Hopper, according to me he represents the quintessence of  American landscape and light, moving, abandoned. Warhol revolutionized the way to make art. Artists so different each other, but they only could be american. Last summer I went to the Pollock home-studio at Long Island. It seems you can see him still there while he’s draining his painter varnish on the floor all surrounded by his jazz records, it’s gorgeous. But all of them are linked at a precise moment of history of art. On the other hand I think that Rothko is timeless, always different, deep, eternal.»

New York City
New York City

«I’m not american, I’m a newyorker», Willy De Ville used to say. You know New York so well, you live there part of the year, so: why a newyorker can consider himself not american?

«Well, I understand De Ville. This is what it happens. Basically America preserves a traditionalist spirit, full of charm but so far away from New York as well. I call this town “the space craft”. A Noah’s ark with the whole world on board toward a special mission. NYC’s the only multiethnic metropolis. Just saying, when you’re in London you always get the sensation you’re in England, in Paris you’re in France, in New York you’re not in America. Moreover if we think of some eminent newyorker, Warhol was polish, Rothko russian, Mies Van Der Rohe german, De Niro italian… Of course, it’s super competitive, class, more and more inaccessibile, but the shake you get in New York is unmatched. Immediately you get in circle, you feel newyorker by the first words you spread at the first bar you get into and this is a sensation you don’t feel nowhere all over the world.»

You live so close to where on Dec 8th, 1980 John Lennon’s been killed. If you ever pass near the Dakota Building when you come back home, do you still give a look at the entryway?

«As soon I get home I leave suitcases down and fly to the park. I get into Strawberry Fields on the 72th, just below Dakota. Dakota is a symbol, a castle with a menacing appeal still remained. Rosemary’s Baby was shot there. Hws’s possible to imagine a better set to celebrate the birth of the devil’s son? Lennon’s rebel spirit follows you through the windows and leads you in the park.»

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In your postcards you give a moving glance to those big, if not even huge, architectonic buildings that often break roads that seem not to meet an end. Googie style or architecture Googie. What do they communicate to you?

«Googie style is shameless freedom, courage, fun. A summary between commercial american pragmatism and the free expressiveness that takes modernism turning into a supersonic and colored world without rules. Venturi has been a revolutionary ‘cause he first gave dignity, proud and intellectual consideration to the sprawl and the banners of Las Vegas.»

Which is the movie director or the musician who better than others digress towards architecture field?

«Talking about Googie and on the road architecture, I’d quote Tarantino. I found his interpretation pop comic with primary colours of Warren Beatty’s Dick Tracy very interesting. If I must point out just one name I’d say Tim Burton, who’s also my son Alex favourite director. He leads you into a visionary, fairy world, absolutely american. All those pastel terrace houses of the orthodox hamlet where Edward carves out sculpture-trees with his scissorhands are terrific, just like it had been before unmissable his Batman Gotham City.»

Sometime I get the impression people was born in the wrong place. Let’s take Mick Jagger. Ok he was born in London, but I consider him a missed american. What’s your idea about that?

«Jagger is a complex personality, according to me the highest rock icon of history with Presley. Endlessly in love with himself, uncontrollable ego. But I ask: how is it possible to control your ego if you’re Mick Jagger? I guess he’d sell his soul to be a Louisiana black singer, but at the same time I think he doesn’t dislike he’s become the greatest white blues interpreter of all time. Always being careful to facilitate a rock style of life with a pure English aplomb.»

The same for Keith Richards?

«No Keith is only rock ‘n’ roll, instead. He feels at ease with his guitar on the road of the U.S. If you read his Life, it’s impossible you don’t feel love for him.»

Quoting a sentence of Freak Antoni according whom sometime the smoke of a roast meat is better the roast meet itself, I ask you: in the States when has the packaging been better than the substance it held within?  

«Granted that I still miss Freak Antoni and his clear madness, there’s no city such as Las Vegas if we talk about packaging connected with its contents. I also think of Jeff Koons who as far as packaging is concerned he’s a real expert.»

New York, London, Berlin, Barcelona: where does the creative turmoil today live?

«In Europe maybe it’s still London the best, but now the wind is blowing to east: Mumbau, Shangai. Gradually New York’s creative turmoil is fading away from Manhattan, that now has become an elitist town that little by little is kissing off the various avant-gardes. After Soho, Meat District and Chelsea have been “Manhattanized” as well, now it’s Lowe East turn, the last frontier. On the Seventies, when Lou Reed, David Byrne and the Ramones played at the CBGB’s, Keith Richards reminds he frequently heard gunshot from the windows.»

I know you’re fond of Philip Roth’s literature. Do we need a jewish glance to look at the things with the necessary detachment to bring them into focus much clearly?

«For sure jewish point of view is interesting, maybe because it brings to life pressed and blocked by rules, it drags lifelong the guilty trips, then it comes out with a great clarity and transgression in Roth, but I’d add Woody Allen’s sharp irony as well.»

What do you think of Obama work?

«Obama is a rock star: posture, physique, voice. He’s trying to give it a shot, I quote the healthcare reform above all. America needed a president like him.»

 Give me a definition of US.

«Just in one word, rather in a number: 900. I don’t know how the States will have an influence on the 21th century, but on the latest one they created out of step: jazz, blues, rock ‘n’ roll, on the road culture, the beat generation, the great cinema, the artistic avant-gardes from expressionism to minimalism to pop art. The skyscraper was born there, then the Cadillac and Marvel superheroes. I think it’s enough.»

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