Jama, il suono dei colori

Jama Trio @ Circolone

Lo vedi sul palco e sembra un incrocio tra il Bruce Springsteen era Steel Mill e il protagonista del romanzo A Volte Ritorno di John Niven. Lui è Jama, al secolo Gianmario Ferrario, frontman dei Jama Trio, con Massimo Allevi (basso e cori) e Francesco Croci (batteria, cori). 

Eccellente polistrumentista, altrettanto versatile come compositore, Jama ha esplorato diversi generi musicali, dal punk al prog, dal blues al folk, collaborando con artisti del calibro di Big Brother Holding Company (Janis Joplin), Marc Ford (Ben Harper e Black Crowes), Eric Sardinas.

Quattro , al momento, le tappe della discografia: Intoiletteual and Poor (2012), Devil (single 2013), Sun Francisco (EP 2013) e Soma (EP 2013). Ma è dal vivo che trasforma la sua energia in un’autentica urgenza di vita.

Hai una tavolozza piuttosto ampia. Nasci col progressive psichedelico, ti sposti verso l’english blues, ma al contempo ti rifai a Frank Zappa. Un pezzo come A New Morning suona come un Randy Newman acido, ma la vostra musica talvolta ha decise venature country e rhythm and blues se non addirittura soul. Insomma, chi è Jama?                         

«Sono un nevrotico. Pensa, ho esplorato anche il punk all’inizio della mia avventura. Diciamo che avere molta varietà di suoni, prima ancora di sceglierli per gusto, è la cosa che più riesce a riequilibrare le mie nevrosi. Ho una collezione di dischi infinita, di ogni genere. Vengo catturato dai diversi linguaggi musicali che poi cerco di fare miei, ultimamente dando precedenza al folk-blues. Sono ancora più interessato alla musica come cura che come stile, il fatto di essere incoerente nelle scelte del collage sonoro dei miei dischi potrebbe essere un pregio come un difetto. Ma solitamente non ci penso.»

Jama Trio @ Circolone

Perché la forma del trio?                                           

«Per via della mia formazione orchestrale, avendo suonato per molti anni il clarinetto e il sassofono in un complesso bandistico. Quando scrivo, quasi sempre penso più agli altri strumenti che al mio. Ragion per cui, dopo tre EP credo sia ora arrivato il momento di fare un disco vero e proprio e tornare a divertirmi un po’ con l’arrangiamento. Almeno nell’ottica di una registrazione. Dal vivo, la cosa è diversa, il trio ti permette a livello logistico una certa organizzazione e stabilità. Sono stato in band anche di sette elementi, se non ci sono soldi di mezzo, far funzionare il motore è davvero un lavoro difficile. Mi piace inoltre il concetto di “poca spesa-tanta resa”’. »

Perché l’amore per l’english blues e in particolare per John Martyn?        

«Da ragazzino, dopo la tappa doverosa in Inghilterra, ho adorato Jeff Beck, Rod Stewart, il primo Fleetwood Mac. Mi affascinava il cinema di Antonioni, cinque secondi degli Yardbirds in Blow Up e non ci capii più nulla. Poi i Led Zeppelin, fino ad anni di psichedelia e progressive. Poi mi sono accorto che in quei meravigliosi anni Settanta c’era dell’altro, ovvero l’acoustic folk-blues. Mi piaceva già Van Morrison, ho sempre stimato molto Nick Drake, gli americani Incredible String Band, ma giuro, la prima volta che ho ascoltato Solid Air mi sono sentito in pace come poche altre. È un disco che ho consumato, poi ricomprato, poi riconsumato. Tirar fuori “praticamente” delle cose da quell’album non è facile. Si respira un’energia superiore e una calma che ancora non credo di avere, ma che sto continuamente ricercando, sia nel suonare sia nel cantare e, forse, nel vivere. Mi piacerebbe raggiungere la pace che c’è in Go Down Easy, ad esempio. E poi dai, John Martyn è stato uno dei più grandi chitarristi della Terra. »

Perché un ragazzo dell’entroterra lombardo viene affascinato dal blues?

«Per me il blues non è solo un genere musicale. È qualcosa che ti viene a chiamare e che ti porta delle soluzioni, specie se vieni da una realtà operaia di un piccolo paesino di provincia, dove sacrificio e perdizione si mischiano volentieri, dove rabbia e amore spesso si confondono e il massimo interesse dei tuoi coetanei è il calcio ed è difficile costruire qualcosa con qualcuno. Se sei passato da questo tipo di esperienze sai che non c’è nessuna differenza tra una qualsiasi periferia, che sia Milano, Londra, oppure Seattle e New Orleans. Io ho incontrato il blues, per qualcun altro magari la salvezza è stata la pittura o altre decine di espressioni capaci di ricordarci che la bellezza può avere la meglio, talvolta.»

Jama Trio @ Circolone

La vostra America musicale? Zappa e…?

«Be’, un sacco di nomi… Allman Brothers, Jim Croce, Little Feat, Black Crowes. Ma anche suoni più nuovi che sono stati capaci di tenere in vita il blues, Jack White è un idolo per me. E tante altre influenze, siamo cresciuti negli anni ’90, quindi il trascorso grunge, l’hardcore californiano, l’hip hop. A proposito, un altro dei miei eroi personali è Gil Scott Heron, grande poeta della black soul e grandissimo musicista. Potrei continuare per pagine e pagine.»

Che cosa ti colpisce del musicista di Baltimora?

«Oltre a essere il più grande compositore musicale del ’900, Franky ha dato una lezione sulla libertà a tutti i musicisti della sua generazione. È stato un anarchico: la sua ironia e la sua strafottenza erano sempre spiazzanti. Questo dovrebbe essere un artista: spiazzante. Ha poi scoperto dei talenti veri e ha intuito alcune cose in anticipo sui tempi, Steve Vai, ad esempio. Aveva voglia di fare un disco di classica? Un brano doo-woop? Lo faceva. Non aveva pose, non aveva vincoli. Ed era completamente pazzo. Lui è il genio del secolo scorso musicale.»

Qual è secondo te la linea di demarcazione più autentica tra musica USA e musica UK nel corso degli ultimi 50 anni?

«Credo che la musica UK abbia cercato sempre un’evoluzione nella sua espressione. Ci ricordiamo e viviamo l’Inghilterra forse più per le sue innovazioni che per la sua tradizione. Cosa che invece ha meno importanza in USA dove il miracolo sta proprio nella sua costante e ben mantenuta involuzione, nonostante poi abbia inventato nel corso del tempo suoni molto interessanti. Paradossalmente, è questo amore per la radice a vincere, risulta sempre attuale, sempre nuovo e coinvolgente. »

Com’è difficile la vita di un musicista italiano costretto a fare altro per vivere e a cantare in inglese?

«Fino a qualche anno fa ti avrei parlato anche io delle solite lamentele che tra musicisti ci si scambia, tipo i piagnucolii sul mercato digitale, il fatto che non ci siano abbastanza spazi eccetera. Oggi, maturata una certa visione delle cose, ti dico che il problema, indipendentemente dal fatto che si canti in inglese o in italiano, è proprio il musicista stesso. Ci sono un’incoscienza e un’ipnosi di fondo, dinanzi al metodo comunicativo, che fa spavento. L’artista di oggi ha accettato totalmente l’appartenenza a certe dinamiche di aggregazione del pensiero, tipo il social network in voga, il simulacro della posa dell’arte, le speranze di trovare ancora produttori inesistenti, senza maturare una propria strategia operativa, senza mettere in primo piano l’autenticità e l’indipendenza delle cose che ha da dire. Vorrei riuscire a scrivere un documento a proposito di questo argomento, credo che il tempo giochi a mio favore perché ne avremo ancora per molto. Una volta l’arte superava i confini, si sapeva imporre. Oggi è una cosa talmente fragile e così impaurita che si annienta da sola ed è un peccato perché avrebbe i mezzi triplicati per agire e godere di ottima salute.»

Avete una corposa attività live. Una sorta di neverending tour targato Jama. L’unico modo per galleggiare o un’urgenza artistica che non si riesce a raffreddare?

«L’urgenza artistica per quanto mi riguarda è una cosa quotidiana, appena ho un attimo scrivo, disegno note su dei foglietti, registro con l’iPhone delle linee di canto a cappella. Poi, concretizzando, abbiamo capito che il mondo, seppur nella sua indifferenza, gira comunque al doppio della velocità, rispetto solo a due, tre anni fa. Quindi produrre in tempi brevissimi EP “dal produttore al consumatore” e riavvicinare le persone all’oggetto dell’arte, il cd, ai nostri concerti è, al momento, l’unica strada che possiamo percorrere con dei risultati veri. Poi il resto si fa comunque con grande considerazione: interviste, recensioni. Pur sapendo però, purtroppo, che la qualità della nostra chiacchierata a livello di attenzione non varrà di più di un “mi piace” qualsiasi su Facebook o dei click compulsivi di un video su You Tube. Quindi, meglio stare in strada, conoscere davvero la gente, fare esperienze vere. L’anno scorso, senza intermediari a percentuale, abbiamo portato a casa quasi quaranta concerti, quest’anno ne contiamo una ventina solo fino ad aprile. Ti dimostra che gli spazi e i modi ci sono, se quello che vuoi dalla musica è suonare.»

Hai una forte versatilità, una rara capacità compositiva. Mai pensato a fare un’esperienza di un anno negli States?

«Be’, sarebbe fantastico e non ti nascondo che da almeno un paio di anni lo sto pianificando. Al momento però, fortunatamente la mia missione qui funziona e lasciare per un anno tutto quello che abbiamo costruito non è molto astuto, abbiamo il tour, vendiamo i dischi, nonostante le ragazzine per strada non ci chiedano l’autografo. Però un bel viaggio nelle terre del blues mi arricchirebbe moltissimo. Prima o poi, succederà. Il quaderno e la travel guitar sono già pronti.»

Avete mai cercato strade che vi dirigessero come attività live o possibilità di ascolto delle vostre registrazione negli States o in Inghilterra?

«In passato il mio bassista Massimo Allevi e io abbiamo avuto diverse esperienze in Germania, Olanda, Croazia e Svizzera, mai in UK, però è bastato a farci capire quanto ancora nel mondo la musica sia rispettata e amata, a prescindere dal fatto che tu sia già un artista affermato oppure sconosciuto. L’esperienza di suonare nell’Inghilterra di oggi non mi eccita, penso a Londra come alla posta, stai in coda, hai l’80 e stanno ancora servendo il 15. Troppa la domanda. Negli States, ripeto, andrei subito. Più che altro perché me li immagino come un popolo capace di farti vivere con grande importanza il momento, anche se poi non diventerai Springsteen.»

Il disco della vita?

«Senza dubbio, Mad Dog Englishmen di Joe Cocker.»

Il pezzo della vita?

«Della vita sono troppi, ti dico quello della morte: When the Music It’s Over dei Doors.»

Il musicista alla destra di Dio?

«Magari ti spiazzerà, ma subito me ne è venuto in mente uno giovane e vivente: Derek Trucks. Dimmi se riesci a trovare una slide più religiosa e pura di quella.»

JAMA, THE SOUNDS OF COLOURS

 Jama Trio @ Circolone

You watch him on stage and the impression you get is a cross between Bruce Springsteen of Steel Mill period and the main character of John Niven’s novel The Second Coming. He’s Jama, stage name Gianmario Ferrario, frontman of Jama Trio, with Massimo Allevi (bass and chorus) e Francesco Croci (drums and chorus). 

Terrific multiple instruments player, versatile as composer, Jama has explored various musical genre, from punk to prog, from blues to folk, and collaborated with artist such as Big Brother Holding Company (Janis Joplin), Marc Ford (Ben Harper e Black Crowes), Eric Sardinas.

Four, at the moment, the legs of his discography: Intoiletteual and Poor (2012), Devil (single 2013), Sun Francisco (EP 2013 e Soma (EP 2013). But alive he transform his energy in pure needs to live.

Your palette’s wide. You was born with psychedelic progressive, then moved to english blues, but at the same time you take inspiration from Frank Zappa. A track as A New Morning sounds like an acid Randy Newman, but sometime your music gets country and rhythm and blues-veined, if not even soul. Therefore, who’s Jama?                         

«I’m a neurotic. Listen, I’ve explored even punk at the beginning of my adventure. I say that having a great variety of sounds gives an equilibrium to my anxiety. I’ve an endless record collection, each kind of genre. I’m captured by various music languages that I try to keep control. Lately giving place to folk-blues. I’m interested more in music as a cure than a style, being incoherent in my choices could be both a quality and a lack. But usually I don’t think about it.»

Why the trio form?

«Because of the orchestral education I got, I played clarinet and saxophone in a band for many years. When I write I’m used to think more of other instruments than mine. Alive it sounds different, the trio allows you a certain kind of organization and stability. I’ve been in a group with seven elements and making it work is a hard work. »

Why this love for english blues and in particular for John Martyn?        

«When I was a kid I adored Jeff Beck, Rod Stewart, first Fleetwood Mac. I loved Antonioni movies, five seconds of Yardbirds in Blow Up and I went bananas. Then came Led Zeppelin, then psychedelic and progressive years. Then I became aware that in those marvellous Seventies I could find other stuff. Acoustic folk-blues above all. I would like Van Morrison, felt a great consideration for Nick Drake, the american Incredible String Band, but I swear that the first time I listened to Solid Air I felt in peace like I never had been before. It’s a record I consumed, I bought again and consumed again. You can breathe in it a mayor energy, a calm I still don’t possess but that I’m going on trying and trying, both playing, singing and living. I’d like to reach the peace within Go Down Easy, for example. John Martyn’s been one of the greatest musicians on earth.»

Jama Trio @ Circolone

Why a kid from the inland of Lombardia is seduced by the blues?

«For me blues is not only e mere music genre. It’s something that comes to call you and gives some solutions, above all if you come from the working class of a small country where sacrifice and reprobation are mixed together, where often anger and love are blurred and the highest interest of your peers is football and it’s difficult improve yourself with someone. If you pass through this kind of experience you know there’s no difference at all in any suburbs, it can be in Milan, London, Seattle or New Orleans. I met blues, someone can find the redemption in painting or other ways able to remind us that sometime beauty can overcome.»

Which is your America? Zappa and…?

«Well, lots of names… Allman Brothers, Jim Croce, Little Feat, Black Crowes. Also more new sounds able to keep the blues alive, Jack White is idol for me. I’d add some other influences. We grew up in the Nineties, so I quote grunge, californian hardcore, hip hop. Another personal hero is Gil Scott Heron, great black soul poet and astounding musician. I could go on.»

What struck you the most about the musician from Baltimore?

«Apart from being the best ’900 music composer, Franky gave a lesson on freedom to all musicians of his generation. He was an anarchist: his irony and arrogance were always floored. This should be an artist: floored. Then he discovered real talents and had an influence ahead on his times, Steve Vai, for example. Would he wanted to play classical music? A doo-woop track? He would do. He wouldn’t pose, he hadn’t ties. He was completely crazy. He’s the genius of the past music century.»

According to you which is the most authentic dividing line between USA and UK as far as last 50 years music is concerned?

«I think UK music has always been search o fan evolution in its expression. We remember and live England maybe more for its innovations than tradition. This is less important in USA, where the miracle stands in the stable involution, although they invented such interesting kind of sounds in the course of time. Paradoxically, it’s this love for roots that wins, it results always so current, new and moving.»

How’s difficult life for an italian musician obliged to survive with other occupations and singing in english?

«Since some years ago I would answer quoting the same old complaints about the digital market, absence of spaces and so on. Nowadays, a little bit experienced I say that the problem, you sing in italian or english, is the musician itself. The average artist today has completely accepted to join some aggregation dynamics: the social network of the moment, the hope to find unreal producers still now, and so on, without creating a own operative strategy or focusing on the authenticity and the independence of the things he or she wants to say. I’d like to write something about it. Years ago creativity was able to overcome boundaries, was able to assert itself, Today it’s so fragile, so frightened to annihilate itself. It’s a shame because arte today would have triple instruments than before to act and enjoy good health»

You set a hefty live task. A sort of Jama neverending tour. Does it mean this is the only way to swim or an artistic needs impossible to be grown cold?

«Artistic needs it’s something daily for me, as soon as possible I write, draw notes on a slip, record with iPhone some a cappella aria lines. Then we know that as always the world, even if in its indifference, turns twice faster than two, three years ago. In this way, producing an EP in such brief time, from the producer to the consumer, and, at our gigs, approaching people to the object that contains art, the compact disc, it’s the only way we can go through with some realistic results. All the rest comes, but for example I know that the quality of our talk, as far as attention is concerned, won’t be something worthwhile than a “Like” on Facebook or the compulsive clicks of the videos on YouTube. Therefore, it’s better stay on the road, knowing people in a real way, having real experiences. Last year, without intermediaries, we played forty concerts, this year we set twenty until April. It shows you that spaces and chances haven’t disappeared if what you really want to get from music is playing.»

Jama Trio @ Circolone

You’ve a strong versatility, a rare capacity as a composer. Never thought to have an experience in the States?

«Well, it’d be fantastic and I’ve been planning it for a pair of years. At the moment my mission it works so good here and leave everything and everyone for a year after such a struggle well it wouldn’t be so smart. We have the tour, we sell records, even if girls they don’t ask us for autographs. But a good journey all throughout blues lands it’d enrich me a lot. Sooner or later it will happen. The notebook and the travel guitar they’re already ready.»

Never looked for a way to play in USA or UK or to record a cd there?

«In the past my bass player and me, Massimo Allevi, had some experiences in Germany, Holland, Switzerland, never in UK, but this was enough to make us know how music is respected day all over the world, it doesn’t matter if you’re a well-known artist or not. Today an experience in England doesn’t excite me, I think of London as a Post Office, you stand in a queue, you got ticket number 80 and they’ve called number 15. Too much full the request. I’d go to the States, out of the blue. Because I imagine them as people whom make you live the moment with great support even if you won’t become Springsteen.»

The record of your life?

«Without any doubt, Joe Cocker’s Mad Dog Englishmen

The track?

«Too many to say. I can chose the one of death: Doors’ When the Music It’s Over

The musician sat at the right of God?

«Maybe it’ll floor you, but I say a young and living one: Derek Trucks. Tell me if you can find a slide more religious and pure than his.»

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...