Lo sguardo fisso di Hopper

01.

Non si parlano. E non perché non si conoscono. E neanche perché sono sempre state in quadri diversi. Non si parlerebbero neanche se si conoscessero da trent’anni e fossero sulla stessa tela. Perché non fanno più parte. O non hanno mai avuto una parte. Un giorno hanno aperto la porta e il mondo non c’era più. Non hanno smesso di tenere gli occhi aperti e lo sguardo fisso.

02.

Ma cosa stanno guardando? Guardano una frontiera percependone una dentro che è mille volte più vasta? I segni delle loro vite paiono perduti e ben poco conta siano al lavoro, a casa, vestiti o nudi in piedi.   

Queste tre donne e quest’uomo sono linee di confine. Nulla importa cosa li abbia portati fin lì. Non possono procedere oltre. Seguiteranno a respirare, mangiare, camminare, prendere l’autobus, entrare in una panetteria, brindare con gli amici per l’arrivo del nuovo anno, ma non si toglieranno mai di dosso l’immobilità di quella posizione. E una volta soli, torneranno a sedersi su un letto con le braccia distese sulle gambe nel sole mattutino, a sedersi alla scrivania su una sedia leggermente inclinata nell’ufficio di una piccola città, in piedi senza vestiti in mezzo al rettangolo di luce di una stanza con una sigaretta che tra poco sarà soltanto cenere e mozzicone.

03.

Non hanno bisogno di un nome queste quattro figure. Né di mostrarci il volto per intero. Sono un po’ lontane da noi che le osserviamo e il loro profilo sembra allontanarle ancora di più. Danno l’idea di essere assorte in se stesse, ma basta restare un po’ su di loro per capire che questa è un’illusione. Sono esseri umani esclusi. Sono la morte in vita.

Vulnerabili all’aria che gira fuori, protetti all’interno di un vuoto che non colmeranno mai più. Frammenti di un mondo troppo più grande di loro. Edward Hopper ce li ha consegnati senza spiegare, ma solo perché anche noi cercassimo di vedere. Perché il loro sguardo ci rimbalzasse dentro e sentissimo crescere una verità ancora troppo sottile per poterla percepire senza quello specchio illuminato.

04.

Cos’è andato storto nelle loro vite? Cos’è andato storto nella nostra? Qual è stato l’istante in cui ci siamo distratti? Cosa abbiamo perduto? Cosa non possiamo più riprendere in mano? Le ore ci hanno sorpassato e a malapena riusciamo a ricordarne qualcuna. A un certo punto il Tempo ha fatto un passo un po’ più lungo del nostro. Deve essere andata così. Se è andata così c’è ancora una camera a disposizione. Vicino al mare. L’ha disegnata Hopper nel 1951. E da allora è sempre vuota.

 05.

HOPPER’S BLANK STARE

They don’t talk one another. And not because they don’t know each other. Nor ‘cause they’re on different paintings. They wouldn’t talk one another even if they had known for thirty years and had been in the same canvas. Because they’re no more part of. Or they never had a part. One day they have opened the door and the world was no more outside. They haven’t stopped to keep their eyes open and staring at.

But what are they looking at? Are they looking at a frontier feeling inside thousand times more expansive? The signs of their lives seem lost and it’s not important they’re at work, at home, dressed or undressed upright.  

06.

These three women and this man are boundary lines. Nothing matter what led there. They can’t go any further. They’ll go on breathing, eating, walking, catching the bus, get into a bakery, having a toast for the new year to come, but they’ll never take off the immobility of that position. And once alone they’ll get back to sit on a bed with the arms stretched on the legs in the morning sun, to sit at the desk slightly sloping in the office in a small city, undressed upright in the centre of a an well-lighted rectangle with a cigarette that in a while will remain only rust and butt.

They don’t need a name.  Nor showing us the whole of their face. They’re a little far from us which observe them and their profile seems to separate them even a little bit more. They give the idea to be taken with themselves, but it’s enough to stay upon them to realize that this is just an illusion. They’re left out human being. They’re the death in life.

07.

Exposed to the air twirling outside, protected inside a vacuum they’ll fill up never more.  Fragments of a world too much big for them. Edward Hopper delivered them to us without explaining something, only to let us try to see. So that their stare would spread inside us and we’d feel grow a still feeble truth to perceive it without that well-lighted mirror.

08.

What’s gone wrong with their lives? What’s gone wrong with our? Which was the instant we’ve been distracted? What did we lose? What can’t we pick up in our hand? Hours passed us by and barely we’re able to remember some. At some point Time went one stop further than us. It must have happened this way. If this is what happened, there’s a room still available. By the sea. Hopper drew it in 1951. It’s been empty since then.

05.

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