Zambo: l’America, la musica, Willy e io

01. the ranger zambo

Basta essere enciclopedici per diventare grandi critici? La critica musicale italiana, o quel che ne resta, più volte non ha indossato neanche questo vestito, spesso attenta però a non lasciare sull’attaccapanni il cappello del protagonismo, quasi che il giornalista fosse più centrale dell’opera e dell’autore analizzato e giudicato. Mauro Zambellini non ha mai cambiato stilista per il suo abito da battaglia: passione lacerante, pesante conoscenza della materia, curiosità, sacro rispetto per il lettore. E se poi le major mugugnano e per ripicca non mandano l’invito al preascolto dell’ultima band di grido, pazienza.

Tra i fondatori di Radio Varese a metà anni ’60 (una vecchia foto reperibile in rete lo ritrae ai microfoni di questa radio con un magnifico paio di baffi stile Pancho Villa), voce di Rai Stereonotte alla fine degli ’80, e di Radio Popolare, il celebre Zambo ha giocato per anni da centravanti in quello che fu il Real Madrid dell’editoria musicale italiana, Il Mucchio Selvaggio. Oggi segna per il Buscadero, che in Italia ha la maglia azulgrana del Barcellona del rock (e dei suoi padri, fratelli e sorelle) targato Nordamerica.

Da qualche mese Zambellini è uscito con Love and Emotion, una lucida e appassionata biografia di Willy DeVille, un viaggio di quattro decenni nelle vene della società musicale americana per raccontare la vita e la parabola dannata del musicista newyorchese d’adozione.

02. Mauro Zambellini - Love and Emotion (Una storia di Willy DeVille), pacini editore, 16 euro, pagg 162

A proposito di DeVille. Cosa aveva di così magnetico sul palco da renderlo unico?

«Era un attore, non solo un musicista, un autore e un grandissimo cantante. Avrebbe meritato un film su di lui da registi come i fratelli Cohen o Jim Jarmusch.»

Umanamente cosa ti colpì quando lo incontrasti?

«Non era un tipo facile, per niente facile. La prima volta ci parlai nel 1981, lo incontrai al Chelsea Hotel di New York, luogo dove qualche episodio del rock è stato scritto, tra cui uno di sangue legato all’omicidio di Nancy Spungen per il quale venne accusato Sid Vicious. Willy già dipendeva dall’eroina, ma fu di una totale gentilezza. Capii subito che era una persona che adorava parlare di musica e dimostrò una grande cultura su musicisti e pezzi del passato. Ma non era affatto monotematico. Amava discutere di arte e monumenti, di architettura e lo colpì che ci fosse un italiano venuto apposta dall’Italia a intervistarlo perché aveva un debole per l’Italia centro-meridionale. Anche se, come spiego nel libro, almeno una volta dovette fare i conti col pressappochismo italico che lo costrinse a suonare a un’ora impossibile. Amava il nostro paese, ma la sua città ideale fu sempre Parigi. Poi lo incontrai altre volte, anche quando ormai portava addosso i segni della malattia. Ma per la musica in ogni circostanza non ha mai smesso di dare il massimo.»

Mi ha colpito quando racconti che quando ormai era agli sgoccioli si metteva a suonare sul divano con la chitarra i successi dei Drifters.

«Anche io ne fui colpito. Colpito, ma non stupito. Perché non ha mai indossato il vestito del musicista, non ha mai scritto e suonato per la gloria o il denaro. La musica era una propaggine del suo stesso corpo, era l’aria che respirava, era autenticamente la sua vita. Per questo lo paragono ad artiste come Edith Piaf e Billie Holiday.»

Perché è stato così presto dimenticato negli States?

«Non me lo spiego. È vero che è stato un artista scomodo per non essere minimamente accondiscendente con i discografici. Lui parlava da musicista e sentiva di dover misurarsi con dei firmacarte. Voleva fare quello che voleva fare e non c’era modo di portarlo al compromesso con quella gente a cui non riconosceva e concedeva la minima possibilità di condizionare le proprie scelte. Poi diceva: “Io non sono americano, sono newyorchese” e questi paletti negli States prima o poi si pagano. Aggiungiamoci pure le abitudini che lo portavano ad atteggiamenti scoordinati in pubblico. Mettiamo pure tutto questo. Però mi chiedo: ma il rock non ha avuto a che fare con maledetti e dannati di ogni specie? E allora la domanda resta in piedi: perché a lui niente, neanche dopo la sua morte, se non briciole di riconoscimento? L’ultima volta che sono stato a New Orleans non ho trovato quasi nulla di lui. Eppure New Orleans, insieme a San Francisco e New York era uno delle tre venue americane in cui ha suonato. Anche se solo a New York non ha mai avuto problemi.»

Però neanche a New York si trovano i suoi titoli. Vi sono stato recentemente e sono entrato in numerosi negozi di dischi per chiedere gli album che mi mancano. In alcuni mi sono dovuto sincerare che il proprietario digitasse correttamente sul computer il nome per controllare cosa avesse. Poi la solita risposta: niente. Non solo quelli che cercavo io, zero assoluto. Al Village come nel resto di Manhattan.

«Altrove invece la sua memoria è ben coltivata. Esiste un network olandese dedicato esclusivamente a lui, un suo fan club in Germania. In Australia ogni sabato su una web radio va in onda una trasmissione intitolata DeVille Hour.»

Che idea ti sei fatto nel tour di presentazione del libro?

«Mi sono mosso come una rock ‘n’ roll band. Con l’aiuto di musicisti e amici ho iniziato un lungo tour in biblioteche, bar, librerie, osterie, locali di musica e la risposta è entusiastica sia per la mia presentazione sia per il musicista in sé. Ho scoperto un calore eccezionale da parte della gente comune. Molte le donne, evidentemente colpite da questo musicista, non bello, ma dotato di una forza magnetica unica.»

Torniamo indietro: quale tra i seguenti momenti ha inciso di più sul percorso della storia della musica rock: la morte di Hendrix nel 1970, la svolta elettrica di Dylan al Newport Folk Festival 1965, i fatti di Altamont del 1969 al concerto degli Stones, la nascita dei Beatles, la morte di John Lennon l’8 dicembre 1980?

«Dovessi darti una risposta emotiva ti direi John Lennon. Ho ancora scolpito negli occhi quel giorno. Giornata brutta, fredda, piovosa. Io la sera ho un concerto di Eric Burdon. Prendo La Notte, storico e defunto quotidiano milanese, e leggo la notizia. Rimango di pietra e scosso mi reco al concerto, che si tiene sotto una pesante cappa di tristezza. Burdon omaggia Lennon con una versione di A Day in the Life. Ma tu non mi hai chiesto una mia personale esperienza. Allora scelgo la svolta elettrica di Bob Dylan e i fatti di Altamont.»

03. jaggeraltamont460 04. Bob-Dylan-Newport-Folk-Festival-1965

Che storia sarebbe stata senza questi fatti?

«Senza la scelta di Dylan non avremmo avuto la poetica folk nel cantare la vita quotidiana accompagnata da una chitarra elettrica e questo sarebbe stato un forte impoverimento perché a un certo punto per raccontare la vita ci vuole del rumore. Altamont chiuse l’Età dell’Acquario e le utopie del tempo. Il fatto segnò una progressiva presa di potere delle case discografiche nei confronti degli artisti. La loro voce divenne predominante su quella dei musicisti. L’industria si prese una pesante rivincita contro le istanze di libertà artistica o libertà in senso lato di chi creava. Altamont fu un deciso spartiacque tra i ’60 e i ’70.»

Qual è stata l’ultima grande invenzione o momento di svolta nella musica?

«Non un genere musicale o un passaggio espressivo. L’ultima rivoluzione si chiama fruizione della musica. L’industria discografica non è solo “fare musica”, ma il supporto con cui ascoltarla. Oggi il supporto è essenzialmente liquido, anche se non è affatto detto che tutta la musica sia stata concepita per essere goduta liquidamente. Penso a Ummagumma dei Pink Floyd, opera dell’ingegno quanto più lontana dal poter essere apprezzata con quei mezzi che oggi sembrano non avere rivali nella fruizione musicale.»

Significa che dal punto strettamente musicale è stato già tutto inventato?

«Non si può mai dire, ma in parte propenderei per il sì. Però non significa che da qui in avanti ci sia spazio solo per la minestra riscaldata, sia chiaro. Esiste il riciclo intelligente, vedi Jonathan Wilson.»

Qual è stato il big bang della musica americana dal dopoguerra?

«Non è possibile identificare un unico episodio. Citerei le prime incisioni di Elvis Presley, la tournée dei britannici Beatles, la svolta elettrica di Dylan, il punk, Born to Run di Springsteen. La musica americana ha goduto di più motori.»

Perché Robert Allen Zimmerman è riuscito a diventare Bob Dylan?

«Perché ci ha messo davanti alla percezione di un mondo diverso pur avendo una voce sgraziata e per le infinite letture a cui le sue metafore si possono adattare.»

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Perché Bruce Springsteen è riuscito a imporsi liberandosi dal cappio mortale dell’ennesimo “nuovo Dylan”?

«Perché ci ha raccontato la nostra vita. La sua storia, i suoi amici, i suoi luoghi erano, traslati, la nostra storia, le nostre frequentazioni, i luoghi della nostra personale quotidianità. Poi a un certo punto ha incominciato a far uso di troppe metafore perdendo via via quel suo naturale linguaggio da strada che lo rendeva così espressivo. Per questo e per altri motivi il suo ultimo High Hopes non mi è piaciuto affatto.»

Chi è stato il musicista più dannato della musica americana?

«Al di là di DeVille direi Phil Ochs. Maledetto e sfortunato. Era un artista di enorme valore, raccontava l’America come era, ma fu adombrato da Dylan e questo lo condannò a restare su quell’altra parte della strada, quella che non viene mai illuminata, convivendo con problemi sempre più pesanti che lo portarono poi a decidere di farla finita. Un altro divorato dalla bestia della maledizione fu Hank Williams. Citerei anche Johnny Thunders, per quanto molto meno conosciuto degli altri due.»

Nella tua carriera, qual è stato l’incontro che più conservi gelosamente nella memoria?

«Se intendi i concerti scelgo Springsteen all’Hallenstadion di Zurigo nel 1981, i Canned Heat a Milano a fine anni ’60, che fu anche il primo concerto a cui assistetti, e la tournée degli Stones nel 1970. Dal punto di vista professionale, oltre all’incontro con DeVille di cui ho parlato, mi piace ricordare un’intervista a Tom Petty al Four Season di Milano. Ero uno degli ultimi della lista di cronisti accreditati quel giorno. Gli portai i vinili dei suoi dischi che avevo nella mia collezione per farglieli firmare e furono loro a dettare la linea dell’intervista. Ogni tanto faceva capolino il suo road manager che, di volta in volta con tono più insistente, gli diceva di darci un taglio perché dovevano partire per Parigi. Quando per l’ennesima entrò Tom gli disse a brutto muso: “Senti, lui ha comprato tutti i miei dischi e non sarai tu a decidere quando l’intervista finirà, capito?” »

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Dopo oltre 50 anni di rock: il disco migliore.

«Exile On Main Street.»

La canzone migliore.

«Like a Rolling Stone. Ma permettimi di citare anche una easy song: Dreams dei Fleetwood Mac. Quando la ascolto mi fa sentire bene.»

Padre, Figlio e Spirito Santo nella storia della musica: quale la tua scelta?

«Padre: Chuck Berry. Figlio: Keith Richards. Spirito Santo: Miles Davis.»

Dammi una definizione di America.

«Luogo di grande immaginazione che confina con il sogno in cui però bisogna sempre avere presente un finale tragico.»

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ZAMBO: AMERICA, MUSIC, WILLY AND ME

Having an encyclopedic knowledge is enough to become great reviewers? Frequently italian music critics, or what remains of it, hasn’t worn not even this dress, but often careful not to leave the hat of the self attention-seeking on the coat rack, as if the journalist should be the topic more than the author and his work. Mauro Zambellini has never changed stylist for his battle uniform: earsplitting passion, deep knowledge of the subject, curiosity, holy respect for the reader and the listener. And if the majors piss and moan or on the rebound they don’t invite him at the prelistening of the latest next big thing, it’s not the end of the world. 

One of the founders of Radio Varese in the middle of the 60s (an old pic available in the net shows him by the microphones with a terrific pair of mustaches Pancho Villa style), voice of Rai Stereonotte at the end of 80’s, and of Radio Popolare, the famous  Zambo played centre-forward for a lot of years in what it was considered the Real Madrid of music publishing in Italy, Il Mucchio Selvaggio. Now he scores for Buscadero, the Barcelona of US rock (and its fathers, brothers and sisters) in this country.   

Some months ago Zambellini has published Love and Emotion, a passionate biography of  Willy DeVille, a four decades trip into the veins of american music scene to narrate the life and the damned trajectory of this newyorker by adoption musician.  

About DeVille. What did he possess to be so charming on stage that made him unmatched?

«He was an actor not only a musician, an author and a very great singer. He would have deserved a movie on him directed by the Cohen brothers or Jim Jarmusch.»

Willy7

What did the first time you met him get you moved from a human point of view?

«He wasn’t a guy easy to get along with. The first time I met him in 1981, it happened at the Chelsea Hotel of New York, a place where rock wrote a bit of its history, among which a bloody case, the killing of Nancy Spungen for which Sid Vicious was indicted. At that time Willy already depended on heroin, but he was so gentle with me. Immediately I realized he was a person who enjoyed speaking of music and he revealed a deep culture about musicians and tracks of the past. But he wasn’t a single-issue at all. He loved to speak about art, monuments, architecture and he was moved that he had to talk to an italian journalist come on purpose to interview him because he was fond of centre-southern Italy. Even though, as I explain in the book, he had to deal with italian sloppiness that once obliged him to play at an impossible time. He loved our country but his ideal city was Paris. Then I met him some other times, also when the signs of the illness were clear on his body. But on any circumstance he always gave his best for music.»

I’ve been moved when you tell that when he was at the very last days he used to play guitar The Drifters’ hits on the couch.

«I’ve been moved too. Moved but not amazed. Because he never worn the dress of the musician, he never wrote and played for the glory or the money. Music was an extension of his body itself, the air he’d breathe, it was really his life. For these reasons I compare him to artists such as Edith Piaf and Billie Holiday.»

Why he’s been forgotten so soon in United States?

«I don’t know how to explain it. Al right he was a very troublesome artist because he wasn’t accommodating at all with record publishers and agents. He’d speak as an artist and he’d feel to have to do with officialdoms. He’d want to do what he’d want to do and there wasn’t any way to take him to a compromise with that people to whom he wouldn’t recognize the least chance to influence his choices. Then he used to say: “I’m not american, I’m a newyorker” and sooner or later in the States you pay for such things. Let’s add his habits that used to take him to some clunky manners toward the audience. Let’s put it all. But I wonder: is it true that rock music has always had to do with every sort of damned and bastards? So the question remains alive: why he got nothing, neither after his death, apart from some crumbs? Last time I was in New Orleans I didn’t find almost anything of him. And yet New Orleans, with San Francisco and New York was one of the three American venues he played in. Even though only in New York he never got problems.»

However neither in New York finding his titles seems to be possible. Lately I’ve been there and in some records store I had to pay attention about how the owner would typed his name at the computer just to find what he had in the store. Then always the same answer: nothing. And I don’t mean at the Village only.

«Elsewhere his memory is nurtured. There’s a network in Holland devoted to him, a fan club in Germany and in Australia every Saturday a web radio broadcasts a program called DeVille Hour.»

What idea did you get presenting the book in your meetings?

«I have been moving just like a rock ‘n’ roll band. With a help of some friends and musicians I started a tour in libraries, bars, bookshops, venues where music is played and the reaction is still full of enthusiasm both for the presentation and for the musician itself. I’ve discovered an extraordinary warmth by ordinary people. A lot of women, moved by this artist that wasn’t beautiful but endowed with a unmatched magnetic charme.»

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Let’s go back. Which of these moments has been the one that had the deepest effect upon rock history: Hendrix death in 1970, the electric turning point of Bob Dylan in 1965, Altamont 1969 at the Rolling Stones’ concert, the birth of the Beatles, the death of John Lennon Dec 8th 1980?

«If I should answer emotionally I’d say the death of John Lennon. I still remember that day very well. A rainy and cold day. At night I have to attend the concert of Eric Burdon. I buy La Notte, a famous newspaper at the time, and read the news. I stay stranded and upset. The concert is held under a heavy atmosphere. Burdon pays homage to Lennon playing A Day in the Life. But you don’t ask me a personal experience of mine. So, in this case, I choose Bob Dylan’s decision and the stabbing at Altamont.»

Which history without these moments?

«Without that Dylan’s decision we wouldn’t know how folk poetic could sing human daily life with an electric guitar and it would be sound so poor because to narrate life it’s necessary some noise. Altamont closed the Age of Aquarius and the utopias of that time. What happened underlined a progressive conquest of power by the majors. Their voice became dominant. Industry got a heavy revenge against the artists’ requests of artistic freedom  or general freedom. Altamont was a clear break between 60s and 70s.»

Which has been the latest great invention or the last big turning point in the history of contemporary music?

«I wouldn’t say a musical genre or something new as far as creative expression is concerned. Latest revolution is called use of music. Musical industry is not only ‘creating music’, but also the instruments to listen to it. Today the device is above all liquid, even if it’s untrue that the whole music has been conceived to be enjoyed in a liquid way. I’m thinking of Pink Floyd’s Ummagumma for example, an artistic creation so distant from being appreciated with those instruments that today seem not to have rivals about music fruition.»

Does it mean that everything has been discovered by a strictly musical point of view?

«Never say never, but I guess so. But it doesn’t mean that by now we can only have always the same old story. The intelligent reuse is a fact, Jonathan Wilson is an example of that..»

Which has been the big bang of US music after the II World War?

«It’s not possible to stress just one moment. I’d mention Presley’s first recordings, Beatles’ american tour, the turning point with the ‘plugged Dylan’, punk, Springsteen’s Born to Run. American music got more than one engine.»

Why Robert Allen Zimmerman succeeded in becoming Bob Dylan?

«Because he made us know the perception of a different world even if he had an ungraceful voice and because of the endless interpretations of the metaphors in his lyrics.»

Why Bruce Springsteen has been able to come out getting rid of ‘the new Bob Dylan’ mortal loop?

«Because he narrated us our life. His story, his friends, his places were our story, our attendances, the places of our personal daily life. Then, from a moment on, he got to use too many metaphors losing his natural tough-talking that would make him so expressive. Also for this reason I don’t like High Hopes at all.»

09. phil ochs

Who’s been the most damned author on american music?

«Apart from DeVille, I’d say Phil Ochs. Damned and unlucky. He was a great artist, told America as America was, but he was shadowed by Dylan and this condemned him to walk on the other side of the road forever and ever, the one never lighted up, living side by side with progressively massive problems that led him to decide to get over with his life. Another musician destroyed by the beast of damnation was Hank Williams. I’d also mention Johnny Thunders, even if less famous.»

Which is the best encounter of your career, the one you keep warm in your memories?

«If you mean gigs I say Springsteen at the Hallenstadion, Zurich, on 1981; Canned Heat at Milan at the end of the 60s, it was my first concert, and the Rolling Stones’ tour on 1970. On a professional point of view, apart from the one with DeVille, I talked before, I like to remind an interview with  Tom Petty at Milan’s Four Season. I was one of the last journalist on the list that day. I brought his vinyls from my collection to have an autograph end those records drew our talk. Every so often his road manager would get into the room to tell him to cut it out because of a flight to Paris they had to catch, and each time more and more harassing. At last Tom said to him surly-faced: “This guy bought all of my records and it won’t you to decide when the interview is over, ok?»

After more 50 years of rock: the best record ever.

«Exile On Main Street»

Best song.

«Like a Rolling Stone. But let me to quote an easy song as well: Fleetwood Mac’s Dreams. When I listen to it I feel good.»

10. keith richards

Father, Son and Holy Ghost in the history of music. Which is your choice?

«Father: Chuck Berry. Son: Keith Richards. Holy Ghost: Miles Davis.»

11. miles-davis1

Give me a definition of America.

«Place of great imagination that borders on the dream in which however you’ve to bear in mind a tragic ending.»

 

 

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