Una vita dentro una canzone – 2: Little Girl Blue (Janis Joplin)

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La piccola ragazza non ha un nome. E se ce lo ha mai avuto se l’è scordato. Non è la sola ad averlo mandato in mansarda. Ha i pensieri appannati, la bocca non pronuncia una sillaba da ore. Il cuore sì, le batte, ma solo perché finché vivi quella cosa lì batte.

La ragazza è lì, seduta, e si conta le dita. Si conta le dita e ogni volta arriva a dieci. E ogni volta che arriva a dieci si ferma un attimo e poi riparte. Tanto dieci è solo un numero che prima o poi arriva. Se dentro ti manca il domani e l’oggi lo baratteresti anche con uno dei brutti giorni che hai collezionato ieri, dieci è solo quella cosa senza senso che arriva dopo il nove. 

Janis sembra sussurrarle nell’orecchio. Canta su una chitarra malinconica, si appoggia al suono degli archi e dei fiati e allunga le vocali più che può per dirglielo meglio. Perché è ora che qualcuno glielo dica alla ragazza. Deve sapere che tutto ciò che per lei contava, quei volti su cui faceva affidamento, le promesse che uscivano scintillanti, quei sogni che continuava a fare e che non riusciva a chiamare illusioni, be’ tutta quella roba è chiusa.

Oh ma la piccola ragazza lo sa bene che è finita, ma continua a restarsene lì, seduta. Se passasse da quelle parti Edward Hopper potrebbe consegnarci il suo volto. Lei si conta le dita e poi fa lo stesso con le gocce di pioggia che vede cadere. Le conta perché immagina che prima o poi ne riconoscerà una più familiare delle altre. Più in là della pioggia lo sguardo non riesce andare. Perché più in là non cade nulla.

Janis sa come ci si sente quando si contano le dita. Canta davanti a ventimila anime e poi a casa ci torna da sola. Nella sua stanza spesso ci entra da sola. Non un uomo, non una donna che divida con lei una bottiglia di Southern Comfort e il letto. E questa volta nella sua voce non c’è traccia dei raggi che è solita strappare dal sole. Non ci fa alzare e muoverci per farci entrare la vita dentro. O per raccomandarci almeno di provarci, magari solo un po’ più forte.

E visto che la piccola ragazza finora non le ha parlato, non le dice di provarci un po’ più forte. Le dice di continuare. Mia infelice, mia sfortunata, mia piccola ragazza triste, dolce come il miele, siediti proprio qui dietro e continua a guardarti le dita.

Cos’altro… cos’altro c’è da fare quando non si riconoscono più i colori per strada? Quando anche un pugno nello stomaco non produce il più sottile dolore perché come si fa a prendere a pugni il vuoto che ti naviga dentro? Cos’altro se non contare le gocce che cadono attorno?

Hopper non passa. La piccola ragazza resta seduta. Janis ha aperto la porta e ha visto che il mondo fuori non c’era più. Era con la piccola ragazza triste in una stanza del Landmark Motor Hotel di Los Angeles. Era ottobre. Era notte. Forse già le prime ore del mattino. Dopotutto, tutto fu niente. E pensare che una volta fu tutto.

 

A life within a song – 2: Little Girl Blue (Janis Joplin)

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The little girl has no name. And if indeed there ever had one she forgot it. And she’s not the only one who has closed it in the garret. Her brain is blurred, her mouth hasn’t been pronouncing a syllable for hours. Yes, her heart’s beating, but only because as long as you live that stuff  beats.  

The girl is there, seated and counting her fingers. She’s counting her fingers and every time reached ten she stops for a while and restarts again. At the end of the day ten is just a number that sooner or later comes. If inside you miss tomorrow and you’d trade today even for a bad day you collected yesterday, ten is just that meaningless thing that comes after nine.

 Janis seems to whisper in her ears. She’s singing over a melancholy guitar, leaning over strings and brass instruments and stretching the vowels as much as she can to say it better to her. Because it’s time somebody tells her. She must know that all she ever gonna have to count on, those faces she relied upon, the promises that came out sparkling, the dreams she had and she wouldn’t figure out as illusions, well all that stuff is over 

Oh, but the little girl she really knows it’s over, but she goes on being seated there. If Edward Hopper came over he could deliver us her face. She counts her fingers and then she does the same with the raindrops she sees falling down. She counts them because she imagines that sooner or later she’ll recognize one more familiar. She can’t cast her gaze beyond the rain. Because nothing falls beyond.

Janis knows how it feels counting fingers. She’s been singing in front of twenty thousand souls and then she comes back home alone. Often she gets into her room alone. Not a man or a woman sharing a bottle of Southern Comfort and the bed with her. And this time in her voice there’s no trace of beams she is used to tearing off the sun.  She doesn’t push us to get up to let life in. Or to try just a little bit harder.

And because of the little girl hasn’t talked to her until now, Janis doesn’t tell her to try just a little bit harder. She tells her to go on. My unhappy, my unlucky, my little girl blue, sweet like the honey, sit right back down and go on looking at your fingers.

What else, what else is there to do when you don’t recognize the colors on the streets anymore? When even a punch right in the stomach doesn’t give the least pain because how it’s possible to punch the vacuum that sails inside you? What else if nothing but counting raindrops falling around?

Hopper doesn’t come along. The little girl goes on sitting there. Janis has opened the door and has seen that the world wasn’t outside anymore. She was with the little girl blue in a room of Landmark Motor Hotel, Los Angeles. It was october. It was at night. Maybe the early daybreak.  After all, all was nothing. And to think that once it was all.   

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